GIUDIZIO ABBREVIATO E OMICIDIO: UNA RIFLESSIONE

Senza pretendere l’autorevolezza di un giurista, mi è capitato più volte in questo periodo di tornare a riflettere su un tema che negli anni e’ stato dibattuto molto, senza però che – a mio avviso – sia stata trovata una soluzione soddisfacente per tutti, questo:

E’  giusto che una persona accusata di un reato che prevede la condanna all’ergastolo possa accedere a un rito premiante, come appunto l’abbreviato? E allargando il discorso, e’ giusto che un processo su un reato grave e delicato come l’omicidio venga affrontato seguendo un rito che limita di fatto il dibattimento e la ricerca di una completa verità?

L’introduzione nel nostro ordinamento del Giudizio Abbreviato, lontano parente di analoghi riti del sistema giuridico britannico e americano, rispondeva inizialmente alla necessità di snellire i processi, garantendo una maggiore velocità degli stessi, e una rapidità nell’emissione della sentenza.
L’imputato accettando di essere processato inizialmente allo stato degli atti, e poi seguendo le modifiche seguite in fasi successive “condizionando” gli atti stessi con proprie richieste e o indagini difensive, rinuncia allo svolgimento del dibattimento vero e proprio, se non in alcune parti concordate o decise dal giudice ( alcuni confronti peritali, per esempio ), ricevendo in cambio lo sconto premiante di un terzo della pena.

Detto che nel corso degli anni il rito e’ stato modificato introducendo alcuni elementi, e togliendone altri, il nocciolo della questione resta questo: sconto di pena in cambio di un processo rapido e vincolato.

Nonostante diverse obbiezioni  emerse nel corso degli anni, il rito è sempre rimasto aperto anche a reati che prevedono l’ergastolo, come l’omicidio volontario e quello premeditato.

L’ultima ad aver usufruito di questo vantaggio, in questi giorni è stata Veronica Panarello.

E le polemiche, per una pena giudicata da più parti troppo lieve, non sono mancate.

Così era stato anche per la condanna a Michele Buoninconti.

Ora, io personalmente non sono favorevole al fatto che possano accedere al rito imputati accusato di reato di omicidio volontario e premeditato, due tipi reato cioè che prevedono che l’eventuale colpevole abbia agito con coscienza e lucidità decidendo di togliere la vita a una a più persone.

Non sono una persone che ritiene che la giustizia debba essere dispensatrice di vendetta, o sorda al concetto di recupero e ravvedimento. Ritengo però altrettanto fondamentale il concetto di certezza della pena, e dell’obbligo a scontarla per intero. E di una pena che sia commisurata al reato compiuto, considerando quello di aver tolto una vita, in assoluto tra i più gravi.

30 anni di pena, in sostituzione dell’ergastolo, ritengo che siano troppo pochi. Anche perché difficilmente restano realmente 30. Tra buona condotta e sconti di pena vari in molti casi quella pena finisce con il non superare di 20 anni di detenzione.
Troppo pochi perché possano essere considerati una pena commisurata al reato, e anche perché possano essere considerati un serio deterrente.

E qui si inserisce anche un altro grave aspetto di tutta la vicenda: il rispetto delle vittime. Sia di quelle che non ci sono più, le vittime stesse dell’omicidio, sia quelle che restano: le famiglie, i genitori, i figli.

Famiglie che tante volte non sono solo le vittime indirette di quella violenza, ma che spesso sono protagoniste della battaglia giudiziaria, a fianco della Stato, nella ricerca della verità.

Pensare che il colpevole di un delitto torni in libertà dopo un periodo di detenzione limitato, è una nuova terribile ferita, per quelle che in aula vengono definite parti civili.

E’ chiaro che la Giustizia non può ragionare seguendo le strade del dolore, ma il dolore deve essere rispettato, e nella pena inflitta al colpevole questo computo deve essere fatto, non solo conteggiandolo in denaro.

Ma la mia personale contrarietà all’applicazione del Giudizio Abbreviato a questi casi di omicidio, non si limita al rispetto della vittime. Credo anzi che debba tenere conto anche del rispetto dei diritti dell’imputato stesso e del fulcro che dovrebbe essere sempre al centro di un processo: la ricerca della Verità.

Il Giudizio Abbreviato e’  per sua definizione un rito che non sviluppa l’intero iter processuale, rinunciando in primis al dibattimento, che nel nostro sistema ordinario è il momento del processo in cui si “formano” le prove.

Questa rinuncia, tramite la scelta del rito, e’ definitiva. Varrà per il primo come per il secondo grado. E questo è un elemento che spesso viene sottovalutato da chi decide di scegliere l’abbreviato, non solo per quello che esso comporta, ma per quella rigidità nei due gradi di giudizio che rischia di rendere poi difficile l’introduzione di eventuali nuovi elementi di prova da valutare . Perché sarà solo la discrezionalità del giudice a guidare la scelta di introdurre nuovi elementi ( a favore o contro ), e per quanto la Cassazione abbia emesso più di una sentenza invitando i giudici a una certa sensibilità e capacità di azione in questo senso, non vi è certezza sulla introduzione dei nuovi elementi.

Vorrei farvi due esempi diversi tra loro, invitandovi a valutarli indipendentemente dalla vostra idea di innocenza o colpevolezza nei casi specifici.

Veronica Panarello : l’avvocato Villardita  ha deciso con lei di chiedere il Giudizio Abbreviato quando la sua assistita, che per mesi aveva ostinatamente raccontato di aver portato Lorys a scuola, ha cambiato versione durante il famoso sopralluogo in casa e al canalone. Fino a quel momento Villardita aveva in mente di andare a dibattimento, per rito ordinario, manifestandolo pubblicamente, avendo svolto indagini difensive tese a smontare le ipotesi della Procura, e sostenere la versione della sua assistita. Era pronto a giocarsela in aula.
La svolta di Veronica e la versione dell’incidente, che lo stesso legale ha evidentemente ritenuto poco credibile e destinata a portare a una condanna all’ergastolo, lo ha spinto a quel punto a chiedere  l’abbreviato per garantire lo sconto di pena alla sua assistita.
La terza versione di Veronica, e le accuse al suocero Andrea Stival sono intervenute quando il rito era già stato scelto, e Villardita e la Panarello, ovviamente non sono più potuti tornare indietro. Di certo Villardita sulla base di quella verità o versione dei fatti, avrebbe scelto il rito ordinario, e il dibattimento.

Al di là delle convinzioni di ciascuno di noi su come si siano svolti i fatti, è indubbio che la verifica di questa terza versione degli stessi avrebbe meritato di essere sviluppata in aula. Per carità, la Procura ha indagato sulle accuse, aperto un fascicolo e svolto accertamenti, e i risultati di queste indagini hanno avuto un riflesso anche sul processo per abbreviato ( basti pensare al potenziale movente del delitto ) ma non è stato possibile sviluppare questa versione attraverso un confronto vero proprio in aula. Basti ricordare la richiesta di Veronica di un faccia a faccia con il suocero, negata dal giudice.

Ecco, credo che questo sia già un esempio di come la rigidità del rito possa pesare notevolmente in un caso di omicidio, dove la ricerca della verità dovrebbe essere priva di queste limitazioni.

Lo stesso può dirsi nel caso del processo Buoninconti.

Michele Buoninconti ha scelto il rito abbreviato, di fatto, come risposta alla Procura che aveva chiesto ed ottenuto dal giudice il Rito Immediato, un processo cioè che prevede si il dibattimento, ma in forza all’evidenza della prova, è destinato a declinarsi e svolgersi in tempi rapidi. Tralascio pero ora ogni polemica su quanto poco esistesse nel caso specifico, l’evidenza della prova, ma possiamo dire che Buoninconti che fino al momento dell’arresto non aveva nominato legali dichiarandosi fiducioso nella giustizia, si era trovato a dover andare a processo nell’arco di due/ tre mesi, senza aver svolto fino a quel momento indagini difensive, se non due consulenze avviate in tempi rapidi. Così ha finito con lo scegliere apparentemente il male minore.

Il primo grado lo ha portato a una condanna, con un giudice che pur accettando la condizione richiesta di introdurre le due consulenze difensive, non ha poi accettato altri elementi nuovi portati dalla difesa, né altri confronti tra consulenti, né approfondimenti attraverso la nomina di periti del Tribunale. Nulla.

In appello Buoninconti dovrà affrontare nuovamente la questione, sperando che il giudice di secondo grado si dimostri meno rigido e accetti di valutare altri elementi di prova emersi in seguito. Elementi che sollevano pesanti dubbi sulla ricostruzione della Procura, ma che potrebbero anche non entrare mai a far parte del processo, non dico come verità assoluta, ma almeno come portatori di dubbi tali da spingere la Corte a incaricare i propri periti di nuovi esami e approfondimenti.

Si dimostra quindi anche in questo caso, come la rigidità dell’abbreviato rischi di limitare la ricerca di una verità completa ed esaustiva. Limitando  i diritti di un imputato che può aver commesso un errore di valutazione, dal quale non può più svincolarsi.

Peggio per lui potrà dire qualcuno. Ma se si trattasse di un uomo o di una donna innocenti?

Dimenticate i nomi e le vostre opinioni sui casi. Pensate a un persona che potrebbe valutare l’abbreviato in un momento in cui non ha prove per dimostrare la propria innocenza, e trovare poi invece quelle prove in un momento successivo.
Ma il giudice le accetterà dirà qualcuno.
Io questa certezza, non ce l’ho. E la storia dei processi in Italia, non può garantircela. Si tratta, ripeto, di casi gravi, e di condanne gravi. Processi che non dovrebbero avere limitazioni così rigide.

Almeno questa è la mia opinione.

Gli unici che davvero possono godere di vantaggi nel Giudizio Abbreviato sono in realtà i colpevoli. Quelli che sanno di esserlo. Quelli che capiscono di non avere scampo. Loro si, possono chiedere di accedere al rito, e godere il vantaggio dello sconto di pena.
Ma quelli sono proprio quelli che non dovrebbero goderne.

Anche qui potrei fare tanti esempi di assassini, responsabili di femminicidi che rischiano di tornare a piede libero dopo poco più di 10 anni di carcere, a volte meno.
Ma per restare all’attualità vorrei buttarvi lì una provocazione, sempre dimenticando il nostro giudizio sul singolo caso:

Massimo Giuseppe Bossetti, se avesse ottenuto l’abbreviato avrebbe preso 30 anni. Se fosse poi stato un poco più cinico, sempre con l’abbreviato, avrebbe potuto forse chiedere di partenza un omicidio preterintenzionale, ammettere l’aggressione a Yara e le sevizie, e raccontando di averla abbandonata viva in quel campo in un momento di panico, convinto che si sarebbe rialzata. E se la sarebbe giocata, perché in fondo la povera ragazza non è morta unicamente come conseguenza diretta delle ferite, o del colpo alla testa, ma per delle concause, tra cui lo choc, lo stress e il freddo.

Fatevi i conti, quanto avrebbe preso se avesse convinto il giudice? 30 anni per omicidio volontario, molto, ma molti meno per quello preterintenzionale.