L’AUTOPSIA DI ELENA CESTE: OMICIDIO PER DEDUZIONE?

L’autopsia di Elena Ceste non fornisce certezze:

“L’esame necroscopico, essendo i resti cadaverici pressoché scheletrizzati, non ha consentito di stabilire le cause della morte .”

Recita così, nelle sue parti conclusive, la relazione autoptica dei consulenti della Procura, ed evitando di scendere nei dettagli dell’esame, questo dato resta inequivocabile e condiviso. E ribadito anche nella sentenza di primo grado.

Il lavoro dei consulenti però è andato oltre, su richiesta della Procura, arrivando a determinare una “diagnosi differenziale tra le modalità dell’evento “, cioè a valutare sulla base degli elementi esaminati, le varie possibilità di decesso, escludendone alcune per risultanze tecniche ( Elena sicuramente non aveva ingerito farmaci o veleni, ad esempio ) altre per probabilità ( non si può’ escludere che un proiettile attraversi solo le parti molli di un corpo senza lasciare tracce, ma e’ un evento raro ) e altre ancora per logica deduttiva.
Arrivando alla fine a determinare come più probabile e credibile la morte per asfissia meccanica ( soffocamento, strozzamento, strangolamento ).
Le ipotesi alternative invece sono state tutte scartate sulla base di elementi che hanno portato a considerarle improbabili.

QUESTO E’ UNO DEI PUNTI FONDAMENTALI DEL CASO BUONINCONTI. DA TENERE SEMPRE BEN PRESENTE.
NON VI E’ CERTEZZA SCIENTIFICA SULLE CAUSE DELLA MORTE DI ELENA.
L’ASFISSIA VIENE DETERMINATA SULLA BASE DI UN RAGIONAMENTO DEDUTTIVO CHE PORTA A SCARTARE LE ALTRE IPOTESI.

Un processo legittimo ma pericoloso, quello di esclusione di alcune possibili cause di morte su base logica o probabilistica, perché ovviamente deve basarsi su premesse solide e certe ( dando per scontata, come ovvio, la buona fede ).
E’ andata davvero così? Si sono valutate correttamente tutte le premesse?
Concentriamoci sulle due possibiltà che escludono l’omicidio e la responsabilità di Buoninconti: il suicidio o la morte accidentale.

Il suicidio
Avendo le analisi tossicologiche escluso la presenza di farmaci o veleni, il suicidio potrebbe essere legato solo all’annegamento. Un tipo di decesso che in realtà i medici non sono in grado di escludere con certezza, essendo il corpo rimasto imerso nell’acqua per nove mesi, come scrivono nella loro relazione:

‘Non e’ stato quindi possibile verificare l’ipotesi di una morte per annegamento’.

Escludono invece il suicidio per le condizioni del luogo: un fossato ostruito da rovi, e con poca acqua sul fondo. Escludono questa ipotesi perché non vi e’ traccia di una costrizione di Elena, come una corda, un peso  o altro, che le abbia impedito di risollevarsi, finendo poi con l’annegare in così poca acqua.
Si tratta di un ragionamento che parte da due presupposti:

1) l’assenza di fratture o traumi sul corpo di Elena che potessero limitarne la reattività’

“l’esame dei resti cadaverici ha consentito di escludere la presenza di lesioni di natura traumatica….Lo scheletro, in assenza di lesioni di carattere fratturativo, era pure esente da vestigia traumatiche di altra natura”

2) la certezza che il corpo sia sempre stato li’ dove e’ stato ritrovato

“i fenomeni trasformativi e distruttivi del cadavere giunsero a progressivo compimento, fin quasi alla completa scheletrizazione, senza che i resti cadaverici abbiano subito trasmigrazioni a causa dello scorrere del Rio Mersa”


La morte accidentale

Intendendo con questa eventualità la possibilità che Elena sia morta a seguito di una caduta, (o come avrebbe ipotizzato in seguito l’ex consulente della difesa Franco, dopo essere volontariamente discesa nel rio durante una crisi psicotica). Su questo punto la relazione dei consulenti della Procura era stata breve, e lapidaria:

“Nella fattispecie in esame, volendo suffragare la teoria dell’accidente, si dovrebbe di necessità ammettere che la donna, in una rigida mattina di gennaio, in assenza di alterazioni dello psichismo eventualmente indotte dalla assunzione di sostanze farmacologiche attive, denudatasi completamente, si sarebbe inopinatamente allontanata da casa dirigendosi in direzione del Rio Mersa. Priva di occhiali ( documentamente la Ceste era affetta da miopia ) e nuda, la donna avrebbe dunque percorso centinaia di metri, avrebbe attraversato scalza un tratto della massiciata della linea ferroviaria che costeggia il luogo del ritrovamento e sarebbe dunque giunta sul luogo del Rio Mersa ove ne furono ritrovati i resti. All’epoca della scomparsa della Ceste, il corso del Rio Mersa, in quel punto era reso quasi inaccessibile da una fitta vegetazione. Dunque “accidentalmente” la donna si sarebbe aperta un varco tra i rovi, gli arbusti, le piante che popolavano l’argine, e “per disgrazia” sarebbe scivolata nel canale trovandovi la morte. Non v’e’ chi non s’accorga che la teoria accidentale dell’evento deve ritenersi inammissibile, a meno che al vaglio valutativo vengano ammesse non solo ipotesi fondate su un minimo di concretezza ma ancora scenari fantasiosi.”

I presupposti questa volta sono  tre:
1) l’incredibilità di un allontanamento volontario nudo perché Elena non era alterata da farmaci
2) la lontananza del luogo del rinvenimento da casa ( sempre supposto che il corpo mai si sia mosso )
3) l’impenetrabilità del luogo stesso.

Sulla miopia, preferirei soprassedere, dato che a Elena mancavano due decimi, e quindi senza occhiali poteva muoversi a piedi con una certa facilità, anche se  non era solita farlo ( lo dico soffrendo di miopia e astigmatismo).

Nulla dice la relazione di specifico su quella che sarebbe stata però in questo caso la causa della morte, e cioe’ l’assideramento.
Nulla dice dell’eventualità che Elena fosse in preda ad un’alterazione psichica dettata non da farmaci, ma da una condizione soggettiva e naturale ( come appunto una crisi psicotica ).

Questo nonostante le relazioni e le analisi su Elena redatte dai consulenti psichiatrici della Procura avessero indicato l’esistenza di una crisi di quel tipo in atto poco tempo prima, ma poi improvvisamente scomparsa tra ottobre e novembre ( tema che svilupperò più avanti ).

Giusto poche parole per aggiungere che le condizioni dei resti non hanno permesso di stabilire se avesse bevuto, cioè la presenza di alcool. Ipotesi che avrebbe comunque portato a un’alterazione di Elena tale da giustificare una caduta o una difficoltà a riprendersi. Ipotesi secondo me, poco probabile certo, ma per scartare completamente l’ipotesi morte accidentale, si sarebbe comunque dovuta affrontare e sviluppare. Ancor di più dopo una notte di alterazione e crisi.

Ma tanto l’idea condivisa e data per certa , è che quella notte non sia mai esistita, e sia solo un’invenzione di Buoninconti…

Ricapitolando brevemente, si decise che era omicidio ( incarcerando e rinviando a giudizio Buoninconti ), e non un suicidio, non un incidente, sulla base di questi elementi:

1) l’acqua del Rio Mersa era troppo poca perchè Elena vi annegasse senza alcuna costrizione
2) non erano presenti fratture o traumi
3) non vi era un’alterazione psichica da farmaco
4) il Rio Mersa era lontano da casa Buoninconti e inacessibile per via dei rovi
5) Elena e’ morta dove e’ stata ritrovata
6) la posizione del corpo era composta

Si tratta di elementi così certi da portare inequivocabilmente ad escludere queste ipotesi, optando senza ombra di dubbio per un omicidio?
Vorrei fare alcune osservazioni su ognuno dei sei punti.

 

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Capitolo precedente -> ELENA CESTE, L’AUTOPSIA: LA PROVA REGINA