L’AUTOPSIA DI ELENA CESTE: SEI PRESUPPOSTI SOLIDI O FRAGILI ?

L’autopsia di Elena Ceste secondo  i consulenti del Pm dimostra che è stata uccisa  perché tutte le altre ipotesi devono essere scartate.

Cerchiamo di ragionare sui punti che hanno portato a escludere le ipotesi alternative del suicidio e della morte accidentale.

1) L’ACQUA ERA TROPPO BASSA?

Le condizioni del Rio erano certamente di acqua bassa ed Elena non era legata o vincolata da altre forme di costrizione fisica, questo e’ sicuro.

In realtà esistono diversi precedenti in materia di vittime morte per cause suicidiarie anche in acque basse, sottolinea il consulente della difesa Dtt.Varetto. Ecco in anteprima il passaggio in materia della sua consulenza:

  Per leggere la consulenza clicca qui –>   LA MORTE PER ANNEGAMENTO, ESTRATTO DELLA CONSULENZA TECNICA DELLA DIFESA.

Quello che comunque e’ da tenere presente è che non è l’altezza dell’acqua a poter far escludere il suicidio. Purtroppo chi decide di togliersi la vita riesce a farlo anche in condizioni imprevedibili. Peraltro il suicidio potrebbe anche non essere avvenuto lì dove il corpo è stato ritrovato, e quindi in condizioni anche diverse, ma questa eventualità non viene nemmeno presa in considerazione.

Senza calcolare sempre l’abuso di alcool, costato l’annegamento a più di un bevitore.

Ma a colpire e’ che l’ipotesi che non viene minimamente affrontata e’ quella che Elena sarebbe potuta annegare in così poca acqua anche in seguito a un trauma ( tramortimento per un colpo alla testa, ad esempio ) o per una o più fratture che limitassero i suoi movimenti.

2) NON C’ERANO FRATTURE?

La relazione autoptica parla di assenza di traumi e fratture ( ne indica solo una, alla fibula, dovuta però alla manipolazione in sede di esame, insomma hanno rotto l’osso estraendo i resti ).
Oggi pero’ la relazione del Dott. Varetto, consulente della difesa solleva dei dubbi, indicando un’evidente frattura all’osso sacro.

Che quel pezzo di osso manchi dallo scheletro ( parliamo di una parte di diversi cm, non di un piccolo frammento osseo ) del resto risulta anche dalla relazione dei consulenti dell’accusa, che però si limitano a scrivere : ‘manca il coccige’, senza dare nessuna spiegazione in merito.
Un fatto di per se stesso anomalo.

In sede di esame una frattura di questo tipo avrebbe richiesto una giustificazione.

Perché, ripetiamolo ancora una volta, si sta escludendo la morte accidentale indicando invece l’esistenza di un omicidio, giustificando la scelta con l’assenza di fratture.

Se la frattura fosse dipesa dal lavoro della escavatrice che stava ripulendo il fosso, i consulenti avrebbero dovuto indicarlo, come hanno fatto per l’altra frattura ( l’osso rotto accidentalmente ), o comunque certificare perché abbiano ritenuto quella frattura sia dipesa da quell’evento ( per esempio ampie rigature provocate dal mezzo metallico ), e non limitarsi a dire: manca il coccige.
Un osso duro, non mancante in toto come altri dello scheletro, ma con la parte staccata non rinvenuta. Un osso fratturato.
Teniamo conto peraltro che nella relazione non si parla di alcun danneggiamento della escavatrice per nessuna parte ossea, quindi avrebbe rotto solo quella.
Lo stesso dicesi per l’ipotesi di un’aggressione di qualche animale allo scheletro. Possibile, ma da giustificare anche qui con prove accertate.
Altrimenti quella resta una frattura. E una frattura classica da caduta peraltro.

Anche l’ipotesi che la frattura possa risalire a un periodo antecedente la scomparsa di Elena Ceste, andrebbe certificata. Dovrebbe risultare da esami e cartelle cliniche. Inoltre il consulente della difesa Varetto ha individuato tra le schegge d’osso recuperate durante gli scavi al Rio Mersa, un frammento che potrebbe essere riconducibile al pezzo del coccige mancante.  Se fosse veramente così, ovviamente non potrebbe trattarsi di una frattura precedente.

Solo un nuovo esame potrebbe dirlo con certezza.

Varetto inoltre solleva dubbi anche su un’altra possibile seconda frattura sulla branca ileo-pubica, in corrispondenza del tetto dell’acetabolo, insomma all’altezza dell’anca, anche se le foto a disposizione non permettono di averne certezza. Un possibile danno anch’esso assente nella relazione autoptica. Anche in questo caso solo un esame del bacino, potrebbe chiarire se si tratta di una seconda frattura.

Resta poi un dubbio: un eventuale colpo da caduta alla testa, tale da tramortire o intontire una persona, magari già in stato confusionale, avrebbe lasciato tracce riscontrabili in autopsia?
Sulla base di quale certezza si può’ escludere, soprattutto se in presenza di eventuali altre fratture?

3) NON VI ERA ALCUNA ALTERAZIONE PSICHICA?

Che Elena non avesse preso farmaci, e’ un dato assodato dagli esami tecnici. Niente invece viene detto su un’eventuale presenza di alcool, che pure avrebbe potuto giustificare uno stato alterato.
Minori certezze ci sono invece sullo stato psichico di Elena quella mattina, perché le alterazioni della donna sono certificate anche dalle perizie sul suo profilo psichiatrico dell’accusa, dove si fa riferimento preciso a uno stato psicotico. Semplicemente si ritiene che quella condizione fosse stata superata.

Era davvero cosi?

Svilupperò meglio questo punto quando parleremo del profilo di Elena, ma possiamo già anticipare che anche sulla sua situazione psicologica ci sono molti dubbi, forse anche qualcosa di più.

 

4/5) ELENA E’ MORTA DOVE E’ STATA RITROVATA?

I due punti sono obbligatoriamente legati. Anche io sono convinto che sia davvero difficile che Elena si sia spinta a piedi fino al punto dove è stato ritrovato il suo corpo. Per quanto in realtà relativamente vicino a casa e raggiungibile a piedi in 15/ 20 minuti, e’ quasi impossibile che una donna nuda e in stato confusionale sia arrivata fino a quel punto senza essere vista.
Ma la domanda e’: davvero Elena e’ morta in quel punto?

Perché per arrivare a questa conclusione i consulenti si basano sul ritrovamento delle ossa in loco, su piante e vegetali ritrovati nel sarcofago di fango che circondava il suo corpo, ed altri elementi che ci dicono in realtà’ solo che il processo di saponificazione si e’ consumato li’.

NON CHE ELENA SIA MORTA LI’.

Il corpo a un certo punto e’ arrivato in quella zona, e vi e’ rimasto per mesi, ma il processo di saponificazione ( lo dice la relazione dei consulenti della Procura ) inizia dopo 6 settimane dalla morte e dura un anno, e solo nelle fasi avanzate porta con sé le sue conseguenze più estreme, come il distacco di parti del corpo e delle ossa.
Posto che non ci possono essere prove che il processo sia iniziato in quel punto, la presenza di alcuni vegetali ci dice solo che a primavera secondo il perito della parte civile Testi, si trovava in quel punto ( non sono un botanico, lui sostiene che i noccioli fioriscono a primavera, Varetto invece dice in estate ).

MA NESSUN ELEMENTO CERTO  E SCIENTIFICO CI DICE QUANDO E COME IL CORPO DI ELENA SIA ARRIVATO LI’.

I consulenti si limitano a scrivere, e poi a confermare in aula durante il dibattimento, che giudicano impossibile che il corpo sia stato trasportato li’ per la fitta vegetazione, e la scarsa portata d’acqua del Rio Mersa, ricordando poi che quel tratto della roggia non era pulito da 15 anni.

Riportano la loro valutazione visiva, come certezza assoluta, ma si tratta di una valutazione soggettiva e, come vi mostro adesso, forse discutibile.

Non esiste agli atti nessuna prova sperimentale e pratica che abbia verificato l’ipotesi se il corpo di Elena possa essere arrivato li’ trasportato dalle acque.  Così come non esiste alcuna documentazione agli atti ( come una relazione idrogeologica ) che possa aver consentito di fare valutazioni scientifiche della portata d’acqua del Rio Mersa nel periodo successivo alla scomparsa di Elena Ceste.

L’impossibilità che il corpo sia arrivato lì a causa della vegetazione e della scarsa portata d’acqua del Rio Mersa, oltre a non attenere precisamente come competenza a dei medici legali, e’ una mera affermazione dei consulenti del Pm.

Peraltro in diverse interviste effettuate nel periodo successivo al ritrovamento del corpo, Giancarlo Botto, della Protezione Civile di Costigliole che aveva partecipato alle ricerche, ha ribadito più volte come gli sembrasse strano che il corpo non fosse stato trovato prima visto che l’avevano cercata anche in quella zona, ritenendo plausibile l’ipotesi che le piene seguite alla  scomparsa di Elena Ceste potessero aver trasportato il corpo, ed escludendo che le piante del fossato avessero potuto essere d’ostacolo al trasporto da parte delle acque, essendo prevalentemente piccole canne flessibili.

L’affermazione dei consulenti   si scontra anche con altri dati, che pur non essendo io un tecnico ho potuto riscontrare di persona: e’ sufficiente una giornata di intense piogge ( non il diluvio universale ) perché il fossato del Rio si riempia fino al culmine e scorra anche a una discreta velocità ( se sufficiente a trasportare un cadavere non posso dirlo se non per impressione visiva, che mi farebbe dire di si ).  Anche perchè, ricorda sempre Botto nelle sue interviste, in quel  Rio convogliano acque provenienti da altri affluenti .  Allego alcune foto, per darvi un’idea, risalenti al febbraio 2015, subito dopo il ritrovamento del corpo di Elena, relative al tratto che il corpo avrebbe percorso trasportato dall’acqua se fosse morta dal lato del Rio più vicino casa sua.


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Ho anche esaminato personalmente l’intero tratto del rio in questione, con acqua più bassa, e la mia impressione e’ che non esistano ostacoli per il tragitto del corpo, se non vegetazione e alcuni tubi ( di grandi dimensioni ) che soggiaciono ai ponticelli sul fossato.

Potete vedere voi stessi le foto scattate dai Carabinieri il giorno del ritrovamento del corpo, quando hanno seguito il corso del Rio Mersa risalendo verso Casa Buoninconti, fino alla strada provinciale.

 

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Come potete osservare esiste vegetazione, ma “leggera”, piante dal fusto lungo ma flessibile, che non potrebbero fermare il corpo quando vi sono le piene mostrate nelle foto precedenti.

Teniamo poi conto che dopo la morte di Elena vi furono piogge anche intense, e addirittura la neve 5 giorni dopo la scomparsa ( come testimoniato anche dai vigili del fuoco impegnati nelle ricerche ).
In merito alle condizioni di pioggia del periodo seguente la scomparsa di Elena vi invito a leggere in questi link gli articoli che parlano della situazione alluvionale e alle tracimazioni di quei giorni.

Per leggere gli articoli clicca qui –> Articoli La Nuova Provincia 

La frazione di cui parla l’articolo, San Marzanotto, si trova a meno di 10 km da Isola D’asti, dove il corpo di Elena venne ritrovato. La foto, che accompagna l’articolo  rende bene l’idea di come in quei giorni ci siano state situazioni di allarme legate proprio alla tracimazione delle rogge in quella zona. Non credo che il singolo Rio Mersa abbia fatto eccezione.

Anche perché, per chi volesse compiere un’ulteriore verifica leggendo i link seguenti relativi a studi sulle zone a rischio idrogeologico e alla necessità di interventi strutturali, realizzati su incarico del Comune di Asti nel 2003, potrà vedere come il Rio Mersa fosse già indicato come una delle zone su cui era necessario intervenire per evitare, tra le altre cose , tracimazioni e allagamenti.

Per leggere la relazione clicca qui –>Relazione tecnica 2003  (1 )

Per leggere la relazione  clicca qui –> Relazione tecnica 2003 (2)

Dato che sappiamo che il punto del ritrovamento del corpo non era ripulito da 15 anni, il giudice lo sottolinea più volte nella sentenza, possiamo con una certa intuitività concludere che la situazione del Rio Mersa, dal 2003 al 2014, forse era un poco migliorata, ma certo non in modo tale da rendere impossibili le situazioni alluvionali di cui ho parlato sopra.
Del resto questa relazione geologico-tecnica del 2007, realizzata dall’Assessorato all’Urbanistica della Regione Piemonte, annovera ancora il Rio Mersa come area a rischio.

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Si tenga conto inoltre che la zona non ripulita da 15 anni, e’ quella dove è stato ritrovato il corpo, al di là della massicciata della ferrovia, mentre quella precedente che dalla ferrovia va verso casa Buoninconti, era stata tenuta pulita con regolarità come si evince anche dalle foto sopra.

Non sono un tecnico, ma sulla base di questi dati, trovo difficile escludere  con facilità che il corpo possa essere stato trasportato li’ in un secondo momento, dopo la morte,  per la scarsa portata d’acqua del  Rio. Visto che, come spiegato sopra, prima dell’inizio dei processi di saponificazione, passano minimo 6 settimane ( e lo dicono i consulenti della Procura ).

Del resto nella relazione autoptica, e nella discussione in aula nessuno consulente ha scartato questa ipotesi giudicando impossibile da un punto di vista fisico il trasporto del corpo da parte delle acque. Si sono limitati ad alcuni accenni alla scarsa portata d’acqua.

L’impossibilità e’ sempre stata legata all’osservazione della zona del ritrovamento del cadavere: secondo i consulenti era impossibile che il corpo arrivasse li’ perché quel tratto ( da poco prima della massicciata della ferrovia fino al punto del ritrovamento ) era ostruito da una fitta vegetazione.
Era davvero così?

 

IL MISTERO DELLA FITTA VEGETAZIONE

Leggiamo come descrivono le due sponde del Rio Mersa , del tratto dove e’ stato ritrovato il corpo, i Carabinieri intervenuti per primi sul posto, e che ne hanno fotografato lo stato al momento del rinvenimento.

“Mantenendo il ponticello della linea ferroviaria come punto di osservazione, e facendo una rotazione in senso orario di 90°, è possibile notare che la sponda alla nostra destra (quella verso Asti ) è completamente pulita e non vi è la presenza di nessun tipo di vegetazione, a differenza della sponda alla nostra sinistra (quella verso Alba ) che è interamente ricoperta da arbusti di piccole/medio dimensioni, che impediscono una buona visione del letto del rio. Anche la ringhiera che delimita il ponticello della linea ferroviaria e completamente avvolta da vegetazione del tipo rampicante”.

I Carabinieri documentano quindi che nel tratto del Rio dove il corpo viene ritrovato, solo una delle due sponde è ricca di vegetazione, e che questa forma come un tetto sul fossato, senza però penetrarlo completamente come ben si vede da questa altra foto.  Mentre la sponda opposto e’ più libera e pulita. Un particolare che richiameremo poi quando parleremo del mancato ritrovamento in epoca precedente.

Il ritrovamento di Elena Ceste

 

Ecco ancora  la descrizione specifica  con le misure del  tratto di canale in cui e’avvenuto il ritrovamento, e più sotto la foto scattata dai Carabinieri cui fanno riferimento per le misure.

“Detta parte di canale ha la forma somigliante ad un trapezio scaleno, con la base rivolta verso l’alto. La larghezza della zona ove scorre il flusso d’acqua, è all’incirca di 1,80 mt; la distanza che intercorre dal bordo della sponda bonificata a quella di fronte è di circa 4,00 mt.; l’altezza del rio, dal bordo della sponda bonificata al pelo dell’acqua, è di circa 1,80 mt.. Il flusso d’acqua giunge nella zona interessata attraverso un tubo in cemento, di forma cilindrica che passa sotto il ponticello della linea ferroviaria. Detto tubo, di diametro di 1,60 mt., lungo 9,00 mt., fuoriesce dal pelo dell’acqua di circa 1,10 mt., mentre la restante parte è sommersa sotto il corso d’acqua ed uno strato di melma/fango.”

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In queste altre foto, scattate invece appena ritrovato il corpo e prima che venisse  “ripulita” per procedere al recupero dei resti, potete vedere come il punto di ritrovamento fosse effettivamente coperto da una vegetazione ricca che cresceva su una delle due sponde e non sull’altra.

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Le prossime foto mostrano un ramo ( ripulito del fogliame )che si affacciava sul canale, mostrando come parta dalla sponda e si sdrai sulla roggia, ma ad un certa altezza, non tanto in basso da fermare il corpo, tranne nel caso di quelle piene d’acqua che i consulenti non hanno mai preso in considerazione.

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Guardando bene si vede invece che il tubo sotto la ferrovia e’ sgombro e pulito. E anche nella foto più zoomata, e’ possibile vedere la “luce” del canale che prosegue oltre, senza impedimenti.

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E ancor meglio si può vedere una volta rimosso il ramo.

 

Il tubo nel tratto del ritrovamento del corpo di Elena Ceste

Come si vede bene osservando il tubo dalla parte opposta, sempre quel giorno.

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Anche questa foto, che e’ stata scattata prima che venissero rimossa la vegetazione dalla parte opposta della massicciata rispetto a dove e’ stato ritrovato il corpo, mostra piante erbacee dal fusto lungo, ma apparentemente senza quella consistenza necessaria per fermare il corpo.

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Dov’e’ la fitta vegetazione che avrebbe impedito al corpo di essere trasportato fino a li’?

La parte ostruita o comunque più chiusa dalla vegetazione e’ quella dove il corpo e’ stato ritrovato. E’ li’ che l’ostruzione della vegetazione ( da una sola delle due sponde ) potrebbe averne bloccato il passaggio, anche perché il punto e’ prossimo a una curva secca del canale, dove la corrente rallenta.

Guardate le foto, la condizione della curva prima della pulizia e poi dopo, gli investigatori sono nel punto del ritrovamento, il canale poi curva e prosegue.

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Nel redarre la sentenza pero’ il giudice Amerio, non ha dubbi sull’impossibilità di questa ipotesi, convinto dalle parole che il consulente di parte civile Testi aveva pronunciato in aula e che riporta testualmente:

“L’ipotesi che possa essere stato trasportato precedentemente a mio avviso e’ esclusa dal fatto che a monte, pochi metri a monte, c’e’ una condotta, una specie di canale che e’ impossibile possa essere attraversato da un corpo intero perché completamente ostruito dalla vegetazione.”

Non solo lui, ma anche gli altri consulenti concordano su questo punto.

Che a mio avviso pero’ sembra smentito, o quantomeno messo fortemente in dubbio, dalle immagini di quel giorno e dalla relazione dei Carabinieri, le cui foto mostrano ostruita la zona del ritrovamento, ma molto più libera e sgombra la zona che precede la massicciata, anche perché quel tratto ( dipendono da due comuni diversi e la ferrovia è la linea di confine ) era invece pulito regolarmente.

Il problema forse e’che se si ammettesse che il corpo può’ essere stato trasportato lì dall’acqua, buona parte dell’impianto accusatorio vacillerebbe clamorosamente.

Perché se è impossibile che Elena, sia pur in stato confusionale, abbia camminato fino al punto dove è stato trovato il corpo, la valutazione cambierebbe se il suo accesso al Rio fosse avvenuto altrove. Ma dove?

 

Per continuare a leggere l’inchiesta clicca qui -> L’AUTOPSIA: DA DOVE POTEVA VENIRE IL CORPO DI ELENA CESTE?

Il capitolo precedente -> L’AUTOPSIA: OMICIDIO PER DEDUZIONE?