CAIVANO: VITTIME, TESTIMONI E CARNEFICI

Vittime, testimoni e carnefici sono le tre categorie in cui, in un omonimo libro, venivano suddivisa buona parte della popolazione germanica durante gli anni dello sterminio nazista degli ebrei. Era il capitolo dedicato ai testimoni, quello più interessante, quello dedicato alle migliaia di tedeschi che facevano parte dell’apparato statale e delle imprese private che proprio non potevano “non sapere”, non rendersi conto di quanto accadeva attorno a loro, talmente evidenti erano i segni della tragedia in atto. Pensate solo a un impiegato del catasto intento a registrare le migliaia di appartamenti sequestrati agli ebrei per essere trasferiti a famiglie ariane…

Cosa ha a che fare questo con Caivano?  Chiederete voi…

Molto. Molto. E’ la mia risposta. Perché la storia d ella piccola Fortuna, finita ora in un aula di tribunale, ma anche quella di Antonio e delle sue sorelle, le amichette di Chicca, e ancora quelle delle due bambine sottoposte ad abusi in altre famiglie di quel comprensorio sono storie terribili di abusi, e di silenzi.

I silenzi dei testimoni. Di tutti coloro che non potevano “non sapere”. I silenzi colpevoli di chi ha preferito tacere, volgere lo sguardo altrove, chiudere la porta del proprio appartamento e non udire cosa accadeva oltre. Magari chiudendo nello stesso appartamento la scarpetta di una bambina morta, non si sa ancora dove e come. Non sia sa ancora uccisa da chi.  Non si sa ancora abusata da chi.

Cos’erano quei palazzoni? il Paradiso degli Orchi?

Com’è’ possibile una concentrazione così alta di abusatori e abusatI?

Miseria e ignoranza non giustificano, non tutto, non così tanto. Miseria e ignoranza non giustificano il silenzio, la mancata denuncia. La mancata tutela di un bimbo.

Ancora non sappiamo tutto, forse ancora non sappiamo niente, pur sapendo già troppo di questa storia orrenda. ma tra quello che sappiamo, di certo,  c’è l’esistenza di decine di testimoni che hanno taciuto, lo hanno fatto a lungo. Quanti avevano assistito alla morte del piccolo Antonio, quanti avevano visto il corpicino di Fortuna a terra lontano dal punto che invece verrà poi indicato agli investigatori, ingannati e allontanati dalla verità ( se questo sarà confermato dalle indagini ). Quanti hanno obbligatoriamente visto qualcosa il giorno della morte della bimba, seduti sulle loro sedie lungo gli androni, o affacciati ai loro balconi, o nascosti dietro le tende delle finestre, o intenti a trascorrere il tempo nei cortili.

I testimoni muti di tutto quell’orrore. Muti, e con il loro silenzio complici. Complici colpevoli.

E se la famiglia Fabozzi , nei racconti delle piccole, è la capofila di questa sfilata di responsabili del silenzio, perché una madre e una nonna hanno messo a tacere per tanto tempo le lamentele delle bambine, arrivando a dire : passerà, quando in lacrime parlavano dei dolori fisici  e di quanto accadeva loro, questa donne non sono le uniche ad aver assistito.

La piccola Fortuna era abusata da due anni, ha raccontato l’autopsia. L’umo accusato di averle fatto violenza e di averla gettata nel vuoto, viveva in quel palazzo da un anno. Qualcosa non torna. E’ davvero lui l’Orco di chicca?

E se non lui chi? E se non lui dove?

Titò, raccontano sempre le sue bambine che lo accusano, consumava le sue violenze in casa, ma non solo. Chicca sarebbe stata portata fuori da quelle mura. L’ultima violenza su di lei, quella che avrebbe poi scatenato l’omicidio, si sarebbe consumata fuori, verso il terrazzo, sempre che sia andata così.  E senza che nessuno sentisse nulla di quella ribellione,  come nessuno aveva sentito nulla delle precedenti. In quel palazzo dalle porte e dalle finestre aperte. E dagli occhi chiusi. Dalle bocche cucite.

Cerchiamo gli Orchi dunque. Cerchiamoli tutti. Dal primo all’ultimo.

E cerchiamo di capire perché quel luogo era il loro Paradiso.

E quanto abbia pesato che ad abitare quei palazzi ci fossero così tanti ciechi, e così tanti muti.

Il computo delle vittime è già salito a sei, se non ho perso il penoso crescere dei bimbi coinvolti. Ma non si compie uno scempio di quelle dimensioni nel silenzio. Non è credibile che nessuno abbia visto o notato nulla. Che quelle piccole vittime si muovessero spensierate in quella comunità , in quei luoghi condivisi. Almeno quattro bimbi erano consapevoli di quanto accadeva anche tutti loro. Possibile che mai sia sfuggita una parola, un pianto con nessuno? Non protetti dalla famiglia che avrebbe dovuto tutelarli, non hanno cercato rifugio altrove? Eppure Chicca veniva da fuori, aveva un’altra madre, poteva essere la messaggera della loro sofferenza. Oppure no, anche lei era costretta al silenzio, e se non dalla Mamma che ora cerca verità e giustizia, da chi?

Nessuno ha visto nulla. Nessuno ha sentito nulla. Quel giorno e negli anni precedenti.

Eppure quel Paradiso degli Orchi per le bimbe era un Inferno.  Un inferno che non era certo silenzioso.

Ma a chiudere le porte per attenuare quel rumore ci sono stati loro, i muti testimoni, complici nel silenzio.