L’ANALISI DEL FANGO SUI VESTITI DI ELENA: UNA PROVA SPERIMENTALE

 

Le macchie di fango, dopo quanto spiegato nel post precedente in merito al rischio di una contaminazione, non dovrebbero nemmeno far parte del processo d’appello, ma hanno comunque fatto parte di quello di primo grado, entrandovi come terzo pilastro dell’inchiesta della Procura, e uscendone declassificate a elemento indiziario, con una scelta del giudice Amerio, che possiamo definire “generosa” .

E’ stato infatti il confronto in aula tra il consulente del Pm Pavan e quello della difesa Di Maggio, a veder sgretolare totalmente le certezze legate alla prova delle macchie di fango.

Il consulente della Procura si era presentato in aula con una relazione dove si sosteneva che il confronto tra le macchie rinvenute sui vestiti di Elena Ceste e le tracce di fango repertoriate nel Rio Mersa e a casa Buoninconti, aveva dimostrato oltre ogni dubbio che il fango sui tessuti era compatibile con quello del luogo del delitto e non con quello del giardino dell’abitazione.

Il consulente del Pm aveva esaminato:

  1. un residuo su una calza di nailon
  2. il fango del Rio Mersa
  3. il terriccio di una zona limitrofa al Rio Mersa
  4. il fango nella zona di rinvenimento del cadavere
  5. del terreno nelle vicinanze del Rio Mersa
  6. un campione di terreno di casa Buoninconti

La contestazione della dottoressa Di Maggio, risultata poi “vincente” nel confronto ha riguardato due diversi piani:

il primo metodologico, il fatto cioè di aver utilizzato un metodo di analisi che non rientra nei parametri internazionali fissati da organi di polizia ed FBI, sia per il tipo di apparecchiatura utilizzata – normalmente impiegata per approfondimenti più specifici una volta determinati i parametri più generali del terreno – sia per il numero di particelle impiegate per il confronto.

Ed è su questo punto che i numeri risultano impressionanti: per confrontare le varie tipologie di terreno, il consulente del Pm ha analizzato 6 particelle di ogni campione, i parametri internazionali dicono che ne occorrono almeno 2000.

Quantitativi di materiale infinitesimali, come si evince anche dalle foto dei Ris, che misurano anche la quantità prelevata:

pantaloni-elena-risPantaloni Elena dai Ris

Per avere un’idea concreta di cosa voglia dire 6 particelle ( o meglio di cosa non voglia dire a livello di quantità) teniamo conto che sulla punta di un cucchiaino di caffè ce ne starebbero 200 mila.

Sei particelle invece di duemila, come dicono i protocolli. Perché?

Il consulente del Pm  fornisce una spiegazione in aula: le macchie sui vestiti di Elena erano talmente piccole da permettere di prelevare solo 6 particelle, non avendone di più per equilibrio nella comparazione statistica, ha esaminato altrettante particelle anche nei campioni di confronto. Come ha spiegato in aula:

Pavan: Il ti po si approccio è stato completamente diverso, perchè se io avessi adottato quello che propone la dottoressa Di Maggio, soprattutto non tanto quello che propone come polizia scientifica italiana e sia come propone come FBI,e andando a valutare, separando la sabbia, il limo, l’argilla che era presente nel terreno, io avevo sei particelle di terreno sui pantaloni, e circa sei o sette particelle sul residuo della calza. Era una quantità di terreno estremamente labile ed estremamente piccolo. (….)Se io avessi eseguito la possibilità di andare a fare le analisi secondo la tecnica che indicava la dottoressa Di Maggio, ed era stata tentata, era stata tentata con la rifrattometria Rx, i tracciati del campione tre, quattro, cinque, sei, sette, sette era l’abitazione del Signor Buoninconti….

Giudice: le tracce, quelle che erano in abbondanza.

Pavan:  che erano in abbondanza, andando ad esaminare nel dettaglio questi campioni, io non avrei avuto alcuna differenza e non potevo dire, non potevo affermare niente. Di fatto, tutti i terreni erano terreni alcalino-salini, argillosi, ed erano morfologicamente e strutturalmente praticamente identici.”

Il dottor Pavan insomma, aveva materiale abbondante dove era stato recuperato nei luoghi e materiale infinitesimale per le tracce sui vestiti, ma anziché dire: non c’è abbastanza materiale per poter fare una rilevazione attendibile secondo gli standard internazionali, ne facciamo una sperimentale, mai fatta da nessun altro prima in tutto il mondo, priva di qualsiasi riferimento precedente, la cui validità scientifica non è suffragata da nessuna ricerca riconosciuta.

E nemmeno un tentativo eseguito più volte per trovare conferma a una  sua validità nel tempo e nel numero. Ma un unico esperimento.

In pratica il suo ragionamento è stato questo: utilizzo un macchinario normalmente impiegato per analisi approfondite di terreni già classificati e identificati nei termini generali ( cosa che non posso fare perché ne ho troppo poco )  e cerco di attribuire una specificità di terreno con questo tipo di analisi. Un tentativo certamente lodevole, ma privo di “storia” scientifica, di precedenti, e quindi di solidità scientifica.

Anche perché la Procura ha bisogno di una prova che colleghi Buoninconti al Rio Mersa…

Vi ricordate quando la parte civile nel processo Parolisi cercò di introdurre una ricerca mirata a dimostrare che la saliva dopo un bacio rimane solo per un periodo limitato di tempo, per poter provare in quel modo la presenza del militare sul luogo dell’omicidio della moglie? Il giudice allora, giustamente, rigettò quella ricerca, perché si basava su un numero troppo limitato di test, qualche decina se ricordo bene, giudicandola quindi priva di qualsiasi validità scientifica appurata.

Ora, io non voglio dire che il lavoro di Pavan sia da buttare, magari ha avuto una intuizione geniale che entrerà nella storia delle investigazioni forensi, ma credo si possa dire tranquillamente che prima di quel momento sarebbe bene aspettare qualche verifica, qualche migliaio di comparazioni come di prassi in questi casi.

Insomma prima di condannare un uomo per omicidio basandosi su una procedura mai sperimentata prima, attenderei.

Anche perché alla fine il consulente dell’accusa, per determinare la tipologie di terreno compie due esami diversi , quando normalmente ne vengono compiuti 6 o 7 differenti.

Il giudice Amerio durante il confronto tra i due consulenti in aula ha insistito su questo punto, e infatti alla fine, l’analisi del Consulente del Pm è stata diciamo derubricata, da prova a indizio, fin troppo, è la mia opinione personale.

Anche perché la critica della dottoressa Di Maggio ha messo in difficoltà il consulente della Procura anche sui risultati ottenuti con quella tecnica sperimentale: per identificare la compatibilità tra il terreno del Rio e quello dei vestiti infatti il consulente si basa sulla presenza nei due terreni di fosforo e zolfo in contemporanea.

La dottoressa Di Maggio ha fatto però presente più volte in aula che il consulente stava smentendo i dati della sua stessa relazione perché in realtà nel terreno prelevato nel Rio Mersa attorno al corpo della povera Elena il fosforo è uguale a zero, mentre il fosforo presente sui collant è venti volte maggiore di quello presente nel terreno nelle vicinanze del Rio, e sei volte di più di quello presente nel campione denominato fango del Rio.

Insomma neanche i due parametri individuati dal consulente dell’accusa si sono riscontrati in modo inequivocabile con quelli ritrovati sui vestiti.

Inoltre il consulente del Pm individua zolfo e fosforo come elementi di riferimento, ma ne esclude altri che invece sono presenti tanto nel terreno di casa Buoninconti, quanto in quelli sui vestiti, perché secondo Pavan sono troppo comuni nei terreni della zona e poco caratterizzanti.

Insomma il lavoro del consulente del Pm non rispetta i canoni internazionali, utilizza un metodo sperimentale e i risultati non sono nemmeno coerenti al 100%. Una debolezza strutturale che alla fine è costretto ad ammettere anche il giudice Amerio che infatti in sentenza non parla più di elemento di prova, ma di elemento indiziario.

Come possa rimanere indiziario, viste le osservazioni e le critiche scientifiche emerse in aula, è un mistero legato alla discrezionalità del Giudice.

Anche perché qualche dubbio arriva anche dal metodo di campionamento del terreno a casa Buoninconti, e dall’esistenza di macchie mai analizzate.

 

Per continuare a leggere l’inchiesta clicca qui –> LE MACCHI NON ANALIZZATE E IL PRELIEVO A CASA BUONICONTI: DUE INSPIEGABILI SCELTE

Per leggere il capitolo precedente –> BUONINCONTI: IL FANGO SUI VESTITI DI ELENA FUORI DAL PROCESSO?