IL PROCESSO PER LA MORTE DI CHICCA: L’ORRORE NELLE DEPOSIZIONI

Guglielmo Mastronianni

Guglielmo Mastroianni, l’amico e collega che firma questo articolo,  segue il caso Caivano come inviato per Mattino Cinque

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un orrore. Non ci sono altri termini per descrivere l’ultima udienza, quella di venerdì 9 dicembre, del processo a Raimondo Caputo e Marianna Fabozzi, accusati il primo di aver ucciso Chicca Loffredo e la seconda di averne nascosto le molestie e gli abusi ai danni delle proprie figlie.

Un orrore perché proprio di questi abusi si è parlato, nell’udienza.

L’aula di un Tribunale, durante un processo, non è una trasmissione televisiva, dove può esistere una fascia protetta e dove, comunque, su certi temi ci si muove con estrema cautela. Non è nemmeno una rivista, quello stanzone austero, per cui magari le cose si raccontano tenendo conto che ci potrebbero essere lettori che si potrebbero turbare.

L’aula di un Tribunale è il luogo deputato a ricostruire delle verità, per giungere a delle sentenze.

E quelle verità devono essere raccontate nella maniera più vera e reale possibile. Motivo per cui, a chiunque abbia assistito all’udienza di venerdì, non sono stati risparmiati dettagli, particolari, modalità delle violenze e degli abusi sessuali che quelle bambine, Chicca e le figlie della Fabozzi, hanno dovuto subire, chissà per quanto tempo.

Al banco dei testimoni si sono alternati i medici che hanno eseguito l’autopsia sul piccolo corpo di Chicca, la psicologa che ha seguito le bambine della Fabozzi nel cammino che ha portato la più grande delle tre a raccontare le violenze e le modalità con cui Chicca sarebbe stata uccisa da Caputo, e alla fine è giunta la deposizione  Mimma Guardato, mamma di Chicca.

Di questa udienza, nella memoria, resteranno alcune fotografie.

La prima, quella scattata dal medico e dal ginecologo che hanno visto e studiato il corpo di Chicca, pochi minuti dopo la sua morte. In particolare il dottor Saggese, ginecologo, ha dovuto raccontare la ripugnanza di ciò che ha potuto accertare. Violenze croniche, che andavano avanti da almeno un anno. I segni talmente evidenti da non rendere necessari ulteriori esami specifici. Chicca era divenuta persino incontinente, a causa di queste reiterate violenze. Non poteva sedersi in maniera normale.

Lo confesso: durante questa deposizione ho sentito la necessità di uscire un paio di minuti, a prendere fiato, ossigeno.

La seconda, fosca e cupa fotografia, l’ha scattata la psicologa Cappelluccio, che ha dovuto riportare ciò che le bambine le hanno raccontato di aver subito.

Un racconto talmente straziante da costare, alla stessa Cappelluccio, un momento di emozione, un attimo di umanità che lei, donna e mamma, si è concessa durante la sua lunga testimonianza.

La terza foto, i miei occhi, l’hanno scattata ai due imputati.

Marianna Fabozzi

Immobile e silenziosa, quasi in trance la Fabozzi. Non ha tradito la minima emozione o reazione, neppure quando si raccontava, in quell’aula, ciò che accadeva alle sue bambine.

Raimondo Caputo

 

Un leone in gabbia invece lui, Caputo o Titò, come lo chiamano: mai fermo per un attimo, spesso con le mani sul volto, come a dannarsi. Ha persino parlato, senza autorizzazione, quando ha improvvisamente chiesto di poter controbattere a ciò che stava dichiarando Mimma Guardato.

Ma non è stato il solo a ribellarsi a ciò che la mamma di Chicca diceva.

Anche Pietro Loffredo, il papà della piccola ed ex compagno di Mimma, ha protestato quando lei raccontava che, per Chicca, quel padre non c’era mai stato. Ha sbraitato, alzato la voce, facendosi alla fine allontanare dall’aula.

Dove è invece rimasta una madre che continua a non credere alle violenze sulla figlia, nonostante la dovizia di particolari con cui sono state ricostruite dagli specialisti. Mimma ha risposto alle domande senza esitazioni, tranne quando si è trattato di spiegare il perché non avesse mai notato quei segni così evidenti sul corpo di una bambina di sei anni.

In quel momento si è rivolta si è rivolta al giudice, sostenendo che lei, a quelle violenze, non crederà mai.

Eppure ci sono state, i segni sono sui corpi di Chicca e della seconda delle figlie della Fabozzi.

Perché questo è stato anche raccontato, quel venerdì in quell’aula. A subire violenze e abusi sono state, infatti, Chicca e la seconda figlia di Marianna Fabozzi. La prima, invece, l’amichetta del cuore di Chicca, ha subito molestie, comunque disgustose, ma molestie. Ciò che è stato riservato alla sorellina e all’amichetta è ben altra cosa.

Con un particolare inquietante: le due bimbe violentate si somigliano in maniera impressionante.

Carnagione chiara, capelli biondi con i boccoli. Una somiglianza talmente eclatante che la stessa figlia della Fabozzi, quando la psicologa le ha mostrato una foto di Chicca chiedendole se sapeva chi fosse, ha risposto spontaneamente: “ma sono io!”

Due bambine, molto somiglianti, che hanno subito le stesse violenze. Praticamente quello che, in vittimologia, si chiama modello.