MATILDA È STATA UCCISA MA L’ASSASSINO NON C’È

Una riflessione di Meo Ponte. Semplicemente una tra le più autorevoli firme della cronaca italiana.

 

 

La piccola Matilde è stata uccisa nel 2005.

Undici anni dopo un nuovo processo ha assolto l’uomo accusato di averne causato la morte: Antonio Cangialosi.

Negli anni scorsi altri processi di cui l’ultimo è definitivo davanti ai giudici della Corte di Cassazione avevano scagionato dalla stessa accusa anche la madre della bimba: Elena Romani.

Non entro nel merito dell’ultima decisione dei giudici. Le sentenze si rispettano e poi probabilmente la vicenda giudiziaria è ancora ben lungi dall’essere conclusa. Gli avvocati della parte lesa hanno annunciato di voler ricorrere in appello e altrettanto farà probabilmente la procura di Vercelli.

Credo però che per capire (o meglio cercare di capire) come si sia finiti in questo guazzabuglio giuridico sia necessario una breve ricostruzione della vicenda. E soprattutto di quelli che possono essere stati i fatti collaterali al delitto.

Apparentemente la soluzione del caso era a portata di mano. In una casa isolata nella campagna vercellese una bimba viene uccisa. In casa con lei ci sono la madre e il fidanzato di quest’ultima. Chi sarà l’assassino?

Inizialmente i pm indagano entrambi poi lui viene scagionato. Probabilmente perchè già indagato a torto per la scomparsa della moglie che in realtà, come si scopre pià tardi, è stata uccisa dall’amante che ne ha nascosto il cadavere in cantina.

Le indagini si concentrano sulla madre della bimba. I tre, tre giovani magistrati che poi resteranno in due, non hanno dubbi: Matilda è stata uccisa con un calcio dalla madre che in quel momento, secondo loro, indossava un paio di scarpe rosse con l’oblò laterale (questa la descrizione dei carabinieri) e con tanto di tacco 12 metallico.

Un’ipotesi che fa già a pugni con la dichiarazione del Cangialosi che invece spiega a verbale: “Elena indossava gli zoccoli di mia moglie”. Ed è logico che una che è dal fidanzato in una cascina non si porti dietro un paio di scarpe da serata di gala ma qualcosa di più comodo.

In più Matilda muore nel momento in cui madre e fidanzato stanno dormendo sul divano: E uno che si alza da divano indossa le scarpe con il tacco 12.

Sono semplicemente riflessioni di buon senso ma a Vercelli nessuno le fa.

La preoccupazione maggiore delle tre pm sembra essere quella di tenere i giornalisti lontani dalla procura ed evitare la fuga di notizie.

Giustissimo, ma contemporaneamente dovrebbero anche riflettere che il consulente medico legale della difesa di Elena Romani nel frattempo ha scoperto nel piccolo corpo di Matilda una frattura che nessuno ha visto prima.

Aggiungiamo anche che le intercettazioni fatte con le microspie sull’auto della donna vengono interpretate erroneamente tanto che “Mio dio cosa ti hanno fatto!” nella trascrizione diventa “Mio Dio cosa ti ho fatto!” E si capisce perchè Elena Romani è destinata all’assoluzione.

Non una, ma due e più volte sino alla sentenza definitiva della Cassazione che la scagiona totalmente.

Il passaggio interessante però è rappresentato dalle motivazioni della Corte d’Appello di Torino dove il giudice Oggè scrive più o meno: guardate che il colpevole è un altro, indagate su Cangialosi.

Gli atti infatti vengono trasmessi alla procura di Vercelli che pochi giorni dopo chiede però l’archiviazione delle accuse nei confronti dell’uomo.

A questo punto è il gip ad insistere affinchè l’indagine continui ma quando un’inchiesta nasce storta è difficile raddrizzarla.

Conosco il procuratore generale di Vercelli Paolo Tamponi e so che è un ottimo magistrato. Immagino che abbia lavorato duramente ma rimediare all’errore iniziale era impossibile.

E quindi per ora Cangialosi è stato assolto e di conseguenza l’unica cosa certa dell’indagine è che la piccola Matilda è stata uccisa.

La vicenda ripropone una vecchia questione. È’ casuale che i grandi enigmi giudiziari accadano sempre in provincia? Mi riferisco a Garlasco, a Cogne, al caso di Alessandria, e al caso Meredith.

Possibile che ogni volta che una piccola procura si deve occupare di un caso di una semplicità palese per il contesto, i protagonisti ecc. ci si trovi di fronte a misteri degni di Agatha Christie?

Io sono convinto che in realtà il mistero è creato dall’incapacità degli stessi investigatori. E lo è soprattutto dalla rigidità con cui affrontano i casi. Errare è umano non ci sono dubbi.

A Perugia quando si resero conto che Patrick Lumumba indicato dal pm come l’assassino di Meredith (accusa convalidata da un gip nonostante gli scontrini del pub) non c’entrava nulla con il delitto e spuntò fuori il nome sino a quel momento sconosciuto di Rudy Guede si continuò ad indagare sulla stessa strada senza sentire il bisogno di rivedere e probabilmente cambiare il quadro indiziario.

A Vercelli è successa la stessa cosa.