CAIVANO: UNA STORIA DI BUGIE E MEZZE VERITÀ

Un articolo di  Guglielmo Mastroianni  inviato di Mattino Cinque  al processo per l’omicidio della piccola Fortuna Loffredo

 

 

 

 

 

 

 

E’ anche una storia di bugie e mezze verità, quella della morte della piccola Chicca Loffredo, a Caivano.

In tanti, infatti, in questo coacervo di perversioni e disperazione, non raccontano tutto quello sanno o, peggio, mentono.E non è un caso che diversi inquilini di quelle palazzine siano stati indagati per falsa testimonianza.

Un aspetto interessante, su cui sarà utile tornare più avanti. Per ora è utile ricordare alcuni passaggi delle deposizioni di alcuni personaggi chiave.

Ad iniziare da Rachele Di Domenico. Nelle cronache è diventata nota come “la signora della scarpetta”, perché in una delle intercettazioni ambientali la si sentirebbe dire al figlio, Claudio Luongo, di aver trovato una scarpetta di Chicca e di averla poi gettata, non si capisce bene dove.La signora Rachele ha sempre sostenuto di non essersi mai mossa davanti alla finestra dell’ottavo piano, quella che dà sulla terrazza da cui la bimba sarebbe stata lanciata nel vuoto.

Una versione che però viene contraddetta da due circostanze.

Intanto, non avrebbe potuto non vedere, da quella posizione, Raimondo Caputo prima tentare di violentare e poi scaraventare nel vuoto la piccola: è questo il motivo per cui in queste settimane lo stesso Caputo, detto Titò, è sotto processo a Napoli per omicidio e abusi.

E’ evidente che qualora avesse visto giusto al Procura, la signora Rachele avrebbe chiaramente mentito, quanto meno nel dire di non aver visto nulla, quel 24 giugno del 2014.

Ma c’è un’altra testimonianza che contraddice la deposizione di Rachele: è quella di Mariarca Guardato, sorella di Mimma, la madre di Chicca. Mariarca racconta che mentre scendeva precipitosamente le scale per andare a vedere cosa fosse accaduto alla nipotina, ha incrociato tra il terzo e il quinto piano proprio Rachele.

Ne è talmente certa da ricordare di averle lasciato in custodia il più piccolo dei figli di Mimma, di cui Rachele è la nonna, essendo nato dalla relazione che la madre di Chicca ha avuto con Claudio Luongo.

Perché mentire sul luogo in cui si trovava al momento della disgrazia? Cosa nasconde la signora Di Domenico?

Mentirebbe anche Marianna Fabozzi, anche lei sotto processo assieme a Titò, all’epoca dei fatti suo compagno: ha sempre sostenuto, la Fabozzi, di non essersi mai mossa dal settimo piano. Eppure, nel palazzo, c’è chi sostiene di averla vista, proprio in quei minuti,  due piani più giù, al quinto, con un espressione ed uno stato d’animo tutt’altro che sereno.

Che ci faceva lì?

Secondo la Procura, ovviamente, mentirebbe anche Titò, che ha sempre sostenuto di essere stato in cortile, quando invece gli inquirenti lo collocano sulla terrazza dell’ottavo piano a compiere il delitto.

Questi sono solo i casi più eclatanti. Ma tutte le deposizioni devono attraversare il vaglio delle udienze del processo. Dove non mancano i colpi di scena.

 

 

Nelle ultime settimane, avevamo assistito alla difesa di Caputo, che aveva preso la parola una prima volta per sostenere la sua innocenza, legandola proprio al suo non essersi mosso dal cortile e arrivando persino a chiedere a Mimma di confermare il tutto: “chiedetelo alla mamma della bambina, lei mi ha visto”.

E poi, sempre Titò, è passato al contrattacco, accusando Marianna Fabozzi di essere lei l’assassina, assieme alla più grande delle sue figlie, proprio quella che è diventata la prima accusatrice di Caputo.

 

 

Nell’ultima udienza, una testimonianza inattesa ha dato alla difesa di Titò un’importante sponda: è quella di Massimo Bervicato, anche lui inquilino del palazzo.

Chiappariello, come viene chiamato nel Parco Verde, ha confermato l’alibi di Caputo: erano insieme nel cortile, nel momento in cui Chicca precipitava nel vuoto.

Ma non solo questo: sotto la raffica di domande dell’avvocato Angelo Pisani, legale di parte civile di alcuni familiari di Chicca, Bervicato ha smentito la tesi secondo cui Claudio Luongo avrebbe potuto vedere, da dove si trovava, il corpo di Chicca sul marciapiede, dopo la caduta: questo perché, da dove la sorella di Luongo sostiene si trovasse il fratello, è impossibile avere una visione del luogo dell’impatto, a causa delle colonne del porticato.

Ecco, chi mente a questo punto? Bervicato? Luongo? La sorella? Ancora Titò? La persona che ha visto Marianna al quinto piano? La sorella di Mimma, Mariarca?

Dicevamo degli indagati per falsa testimonianza: è importante ricordarlo.

Perché qualora fosse condannato Caputo, per chi ha testimoniato di una sua presenza in un luogo diverso dalla terrazza dell’ottavo piano, come Bervicato o i familiari di Marianna Fabozzi, che escludono che Titò si trovasse al settimo piano quando Chicca è salita, come invece sostiene l’impianto accusatorio, scatterebbe un nuovo capo di imputazione, il depistaggio, da poco inserito nel codice penale e che, contrariamente alla falsa testimonianza, prevede una pesante pena carceraria: fino a otto anni.

Chissà che la paura a quel punto non sciolga qualche lingua, fino ad oggi rimasta muta. Per sbrogliare una matassa in cui la sensazione è che ci siano più orchi che in un romanzo di Tolkien.