APPELLO BUONINCONTI: DUNQUE LE FRATTURE ESISTONO! COSA FARA’ ORA LA CORTE?

Domani sarà con ogni probabilità la giornata più importante del processo d’appello a Michele Buoninconti, sarà la giornata in cui la Corte deciderà se avviare delle Perizie per approfondire le indagini sui punti indicati dalla difesa: le fratture sul corpo di Elena Ceste, la posizione del suo corpo nel Rio Mersa e le considerazioni ad essa collegate, ovvero quelle sulle possibili cause di morte, le tracce di fango sui vestiti dei Elena, e infine la telefonata delle 9.09 che agganciando la cella 674 sembra smentire la ricostruzione della Procura.

Tutti punti già evidenziati nelle istanze d’appello dei legali di Buoninconti, Scolari e Marazitta.

Cosa deciderà la Corte?

Impossibile ovviamente avere certezze, ma qualcosa forse si può dedurre.

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Difficile ad esempio che decida di incaricare un proprio perito per verificare la copertura delle celle telefoniche sul territorio e i punti d’aggancio delle stesse. I ROS dei Carabinieri lo hanno già fatto e in modo eccellente, non contestato da difesa, parti civili o accusa. Saranno quindi i giudici a dover dirimere la matassa: com’è possibile che Buoninconti telefonando alla moglie alle 9.09 agganci una cella ( la 674 )  che dista 5/6 minuti di strada da casa sua? O meglio: come può averlo fatto se gli eventi di quella mattina si sono svolti come ha detto la Procura?  Per trovarsi in quel punto a quell’ora infatti avrebbe dovuto lasciare la propria casa entro le 9.04 /9.05, quando, secondo l’accusa in realtà stava ancora rientrando dopo aver nascosto il corpo.

Sul punto il Pm Deodato durante il suo intervento in appello mercoledì scorso, ha dichiarato che in realtà esisterebbe un punto a 1.800 metri da casa Buoninconti dove sarebbe possibile agganciare la cella 674, la Procura però non ha depositato nessun documento tecnico che convalidi e dimostri questa affermazione, come sottolineato dalla difesa, né questo aggancio risulterebbe nella relazione dei Ros dei Carabinieri. Si tratta insomma di un mistero che forse il pubblico ministero svelerà domani.

Diversamente, resterebbe davvero inspiegabile quella telefonata, se non nella versione offerta dalla difesa, quella cioè che Buoninconti non abbia mentito, ed effettivamente sia partito in auto alla ricerca della moglie prime delle nove, dopo aver chiamato i vicini ed essere passato da casa Rava.

Senza una giustificazione tecnica a quella chiamata e quell’aggancio, la Corte, per inserire quella telefonata nella sequenza degli eventi di quella mattina, dovrebbe disegnare un’azione omicidiaria e poi di occultamento completamente diversa. Una strada che avrebbe potuto seguire la Procura, rimasta invece ostinatamente legata alla consulenza tecnica di Dezzani.

In merito al quale tra l’altro, l’avvocato Marazitta ha presentato una nota interrogativa alla Corte, non avendo ricevuto chiarimenti dalla Procura in aula la scorsa udienza: Dezzani infatti non si capisce se sia laureato e in che cosa, o avere comunque un titolo di studio ( sarebbe  geometra e dottore in informatica ) attinente alla materia per la quale ha svolto la consulenza, ovvero  le celle telefoniche, coperture e interazioni con esse. L’avvocato ha sottolineato come sia stato il giudice stesso della sentenza di primo grado a indicare quella prova come uno dei capisaldi dell’impianto accusatorio,  e di conseguenza  il titolo di studio del consulente della Procura e la sua competenza , sono   tutt’altro che irrilevanti. Alla luce soprattutto dei forti rilevi tecnici e alle critiche mosse nei suoi confronti nella consulenza dell’Ingegnere Paolo Reale.

 

Le calze di Elena Ceste Ris

 

Difficile anche che la Corte decida di ripetere i test sulle tracce di fango rinvenute sui vestiti di Elena Ceste e confrontate con dei campioni prelevati al Rio Mersa e un campione prelevato a casa Buoninconti,. Una consulenza già duramente contestata in primo grado, tanto da ridurla dalla status di prova a quello di mero indizio.

La difesa ha comunque chiesto che di fatto quegli esmi non vengano considerati validi del tutto in quanto effettuati con un metodo sperimentale mai impiegato prima e privo di qualsiasi riscontro scientifico, basato inoltre su riscontro effettuato con un solo prelievo nel giardino di casa Buoninconti, effettuato dove i vestiti sarebbero stati ritrovati e quindi in teoria nell’unico punto che non avrebbe mai potuto lasciare la traccia di fango da gocciolamento, e non da contatto, che ha prodotto i risultati. Inspiegabilmente nessun altro punto del grande giardino e’ stato campionato. Inoltre la difesa ha sollevato pesanti dubbi sulla possibilità che i vestiti siano stati inquinati a causa di una conservazione da parte dei Carabinieri che non ha rispettato i criteri e i protocolli previsti.

Sul punto la Procura ha difeso il lavoro del consulente Pavan, nonostante già il giudice Amerio avesse dovuto ‘bocciare’ parzialmente quel lavoro.

 

 

Ma il vero oggetto del contendere, e l’unico punto sul quale  la Corte potrebbe avere la forza di volerci vedere più chiaro è quello della cause di morte di Elena Ceste.

Si è assistito a diversi “retromarcia” durante l’udienza di mercoledì scorso: sia da parte del Pm Deodato, sia da parte del grande accusatore di primo grado, il consulente di parte civile Testi.

Intanto entrambi sono arrivati di fatto ad ammettere che qualche problema esiste: manca una bella parte del coccige, e forse anche l’anca presenta qualche mancanza. La Procura ha però sostenuto che si tratterebbe di fatto di fenomeni da erosione, mentre secondo il dottor Testi potrebbe trattarsi del’aggressione di qualche animale o di un colpo ricevuto.

Che acqua e intemperie possano aver eroso un osso in nove mesi è un’ipotesi che risulta in contrasto con quanto sostenuto dalla stessa accusa, ovvero l’assenza di acqua alta e corrente forte.

Ma il Consulente della difesa Varetto, ha contestato anche le ipotesi di Testi, un colpo ( di cosa poi non e’ dato sapere ) infatti avrebbe dovuto lesionare anche altre ossa molto più fragili vicine alla  parte mancante, mentre l’azione di un animale non è testimoniata da segni, mentre invece il tipo di rottura e il margine rimasto sarebbero classici delle fratture da caduta.

Varetto ha anche contestato le dichiarazioni del Pm in merito al fatto che la posizione del corpo non sia così rilevante. La difesa infatti ha dimostrato che un lato del corpo di Elena mostrava gambe e braccia ripiegate, in una posizione di apparente raccoglimento, tipica delle morti per ipotermia, e non quella composta a soldatino indicata da accusa e parti civili. Un particolare non da poco, visto che sarebbe stata proprio la posizione del corpo a portare a scartare l’ipotesi di una morte accidentale, insieme all’assenza di fratture che invece ora sembrano esistere.

Una nota a margine poi: il dottor Testi, che pure in aula aveva sostenuto il contrario in primo grado, sembra ora ammettere che aver trovato alcune ossa distaccate sotto il corpo di Elena non sia la prova definitiva che il corpo e’ sempre stato li’, ma solo che è stato lì da un certo punto del processo di saponificazione, che inizia però diverse settimane dopo la morte e dura circa un mese.

Insomma: le fratture ci sono, il copro forse non è sempre stato lì dove è stato trovato e la posizione del corpo non era quella che ci è stata raccontata.

Elementi che ora la Corte dovrà decidere come affrontare: si assumerà lei direttamente il compito di dirimere una questione scientifica così complessa e determinante ( scartare o meno l’ipotesi di un incidente ) o si affiderà a una nuova perizia?