GLI ODIATORI: LA SCUOLA DELLA VIOLENZA

L’omicidio di Italo D’Elisa è un campanello d’allarme. Preoccupante. E qualcuno deve ascoltarlo ed agire.

Ad armare la mano di Fabio Di Lello, a spingerlo ad impugnare una pistola e a farsi giustizia da solo, sono stati certamente molti fattori, ma il ruolo degli istigatori dell’odio e’ stato sicuramente uno dei più determinanti.

Il fenomeno degli Haters, degli odiatori, sul web è ormai una piaga che lo Stato deve decidersi ad affrontare, per quanto al sfida sia difficile da un punto di vista legislativo e anche ideologico. Dove si ferma il diritto alla critica e all’espressione del proprio dissenso, di un proprio giudizio? Come si può limitare un diritto?

Si può certamente limitare nel momento in cui lede il diritto di qualcun altro, e’ la risposta più facile. Ma solo da un punto di vista teorico.

Cosa ha influito questa volta? Di certo l’idea ormai radicata e diffusa che la Giustizia in questo Paese faccia acqua da tutte le parti, che sia inefficiente e ingiusta. Sentori e convincimenti, questo è bene dirlo, in parte fondati. I tempi della giustizia sono senza dubbio il nemico più pericoloso, ma anche alcune sue illogicità, e anche – da un certo punto di vista soprattutto – l’ostinata incapacità del sistema giustizia di auto riformarsi , di mettersi in discussione, ammettere i propri limiti e i propri errori.

L’arroganza di chi amministra la giustizia in Italia poi è una crepa altrettanto vistosa. Non ho memoria in tanti anni, di un magistrato che abbia rivisto le proprie posizioni in corso di un processo, abbia ammesso un proprio errore e vi abbia posto rimedio.

E’ anche su questo che si è alimentata, come terreno, come fertilizzante, la tragedia di Vasto. Sulla sfiducia della gente nel sistema giustizia.

C’e’ poi la grande ignoranza, come la convinzione che quel ragazzo che passando con il rosso aveva ucciso Roberta, dovesse essere in carcere. Anche se non era così, anche se la legge non prevede quello, anche se lui alla fine si era fermato, aveva atteso i soccorsi e la polizia, anche se lui, dopo quell’errore, si era comportato il modo corretto.  Anche non era sotto l’effetto di alcool o stupefacenti o farmaci.

Anche se, insomma, aveva fatto qualcosa di certamente sbagliato e certamente terribile nelle sue conseguenze, non doveva essere in carcere. Aveva tutto il diritto di attendere un processo a piede libero. Aveva giustamente quel diritto.

Non agli occhi degli odiatori ovviamente. Di tutti coloro che hanno odiato Italo D’Elisa. Tutti coloro che hanno alimentato l’odio di Fabio Di Lello. Un uomo certamente distrutto dal dolore per la perdita della donna che amava, una perdita giustamente ingiustificabile ai suoi occhi.

Un uomo che avrebbe dovuto compiere un percorso molto lungo attraverso il dolore e la rabbia, con l’obbiettivo di arrivare alla fine all’accettazione e alla propria riappacificazione. E invece quel dolore e quella rabbia hanno deviato verso la destinazione vendetta. Ma a spingere in quella direzione non è stata solo l’umana confusione di Di Lello, ci sono state anche le parole e le azioni di quanti hanno individuato in chi guidava la macchina al momento di un incidente la figura dell’assassino su cui sfogare i propri rancori e la propria rabbia.

Quella cieca, istintiva e immotivata. Prima ancora che la Giustizia facesse il suo corso. Non vi era un torto, un fallimento del sistema, una distorsione. Nulla di tutto ciò, che comunque non avrebbe mai giustificato un omicidio.

Solamente un cieco odio  ha spinto Di Lello verso la più tribale delle soluzioni: occhio per occhio.  Nè più nè meno che quella giustizia urlata  che invoca la castrazione per gli stupratori, e il taglio della mano per i ladri, gli spari di pistola dal balcone contro chi viola una proprietà.

La barbarie.

Ma questa ormai sul web e’ quotidianità.

In quanti casi abbiamo visto richieste di giustizia trasformarsi in veri e propri linciaggi?

Insulti, minacce, assalti frontali ai profili social dei vari obbiettivi di turno.

Assalti sempre e comunque ingiustificabili, anche quando colpiscono davvero i responsabili di qualche reato, cittadini che magari attendono di essere giudicati da chi è deputato a farlo, ovvero la Giustizia.

Ma assalti che fanno ancora più paura nella loro violenza quando colpiscono con la stessa ferocia persone che non sono colpevoli di nulla ( pensiamo all’episodio di quella povera ragazza sopravvissuta al Rigopiano colpevole di essere troppo felice di essere ancora viva ) , o volte sono solo colpevoli di essere sospetti o sospettati, o semplicemente oggetto di un’ indagine.

L’odio riesce a riversarsi anche contro le vittime, quando magari si discute di comportamenti al limite. I vari: “Se l’è cercata”, “io non mi sarei mai comportato così”, “c’è qualcosa che non torna”. Tutta la più becera stupidità umana si concentra sul web.

E poi ci sono gli istigatori dell’odio. Chi lo fa per scelta ideologica, politica, personale. Chi lo fa per mero interesse, per un click. Chi lo fa per la fama. 

E chi lo fa perchè cerca vendetta, nascondendola dietro uno sfilacciato striscione con scritto “Verità e Giustizia”. 

Fino a quando qualcuno non raccoglie tutto l’odio riversato in quelle pagine web, le istigazioni, le menzogne e le trasforma in azione.

Non sono mancati in questi anni reali attentati, aggressioni, minacce a obbiettivi indicati come mostri sul web. C’e’ sempre qualcuno pronto all’azione. Spesso senza nemmeno essere accecato dal dolore, come Di Lello.

Ora occorre che lo Stato inizi ad agire. Non sono i singoli a poter fermare queste campagne di odio. Inutili sono i ricorsi alla polizia postale, le segnalazioni ai social network, le denunce ( peraltro costose ) dirette contro profili che spesso non sono altro che fake.

Il linciaggio mediatico, la persecuzione e l’incitamento all’odio sono un fenomeno che non può più essere ignorato.