LA NOTTE IN CUI MANUEL PIREDDA DIEDE FUOCO A VALENTINA PITZALIS

Il 17 aprile 2011, a mezzanotte e dieci minuti in un piccolo paese del Sulcis Iglesiente,  Bacu Abis, a 11  km da Carbonia, la centrale operativa dei Carabinieri lancia  un allarme: c’e’ un incendio al primo piano di una casa popolare in viale della della Libertà 81.

In un appartamento occupato abusivamente da Manuel Piredda .  A dare l’allarme sono i vicini di casa, che abitano al piano di sotto: dall’abitazione si sentono provenire urla e disperate richieste d’aiuto di una donna. Sul posto accorrono subito Carabinieri, Vigili del Fuoco e personale Medico.

I primi a entrare nella casa sono i Carabinieri che avevano risposto alla chiamata alle 00.20, come scriveranno a verbale:

“salite le scale esterne in muratura che conducono al piano primo notavamo la porta di ingresso in legno parzialmente avvolta dalle fiamme e contestualmente udivamo dei lamenti umani provenire dall’interno dell’abitazione. Pertanto mediante una tavola di legno trovata nel pianerottolo spingevamo la porta di ingresso che risultava non chiusa a chiave. Quest’ultima veniva aperta solo in parte perchè ostruita dal corpo di una persona giacente per terra. Inoltre l’accesso all’interno dell’abitazione ci veniva impedito dalla presenza di fumo denso che non permetteva la visibilità all’interno dell’immobile, né la localizzazione della persona in lamento, che veniva invece raggiunta dai vigili del fuoco …”

“all’interno vi era un corpo immobile, all’apparenza privo di vita, ed un’altra persona presumibilmente ancora viva. Gli scriventi constatavano che subito dietro la porta dell’abitazione aperta in modo tale da consentire il passaggio, vi era un corpo immobile ( Manuel Piredda ) con gravi segni di ustione, riverso sul fianco destro, in posizione fetale che parzialmente ostruiva la porta. L’abitazione era satura di denso fumo ma priva nella quasi totalità di fiamme, fatta eccezione per delle piccole lingue di fuoco presenti sulla parte inferiore della porta d’ingresso. Varcata la porta, pochi passi oltre il corpo immobile, sulla destra i verbalizzanti notavano una stanza, aperta, al cui interno scorgevano le le gambe piegate di una seconda persona ( Valentina Pitzalis )…. constatavano che le gambe della stessa si muovevano, e udivano dei rantoli gutturali…. la stessa era completamente ustionata al viso, alle mani e gli abiti presentavano evidenti bruciature. Per non correre il rischio di aggravare la situazione intervenendo senza i mezzi adeguati, gli scriventi uscivano dall’abitazione al fine di concordare il miglior soccorso con i medici e gli operatori del 118. Nel mentre giungevano sul posto i Vigili del fuoco…. dopo pochi minuti entravano in casa muniti di respiratori….”

A questo punto sono i Vigili del Fuoco a farsi strada nella casa, come scriveranno a loro volta nel rapporto:

“chiamati per assistenza 112 e 118 per un incendio abitazione con ferito all’interno, arrivati sul posto in via della libertà 81 a Bacu Abis, frazione di Carbonia, si trovava all’esterno dell’abitazione i carabinieri, spiegandoci di una persona riversa a terra. L’abitazione si presentava satura di fumo.
Si provvedeva a indossare gli autorespiratori, si entrava dentro l’abitazione, e si trovava all’ingresso del portone principale, dietro la porta, il corpo del signor Piredda Manuel e nella stanza a fianco, con il corpo metà dentro la stanza e metà nell’andito, la signora Pitzalis Valentina, si provvedeva quindi a soccorrerla, portandola fuori dall’abitazione e consegnandola ai sanitari del 118. si tornava dentro l’abitazione e si constatava che il sig.Piredda Manuel era cadavere. Si faceva entrare la dottoressa del 118 che constatava il decesso. si provvedeva allo spegnimento del portone principale tramite getti di acqua smontandolo dalla sua sede principale.
Si illuminava la zona d’interno con delle fotoelettriche in attesa dell’arrivo del medico legale da cagliari, che giungeva sul luogo dell’intervento alle 3.30 circa e verificava il decesso di Piredda Manuel.”

 

ingresso Bacu Abis Nera e dintorni w

 

Cosi’ annota nel verbale di accertamento il brigadiere dei Carabinieri B. descrivendo ciò che vede entrando nell’appartamento al primo piano nel quale si accede da una scala esterna:

“in prossimità della porta d’ingresso, nell’andito si trovava il cadavere del Piredda, completamente ustionato. Lo stesso si trovava per terra sul fianco destro, con la testa verso l’uscita dell’abitazione ed appoggiata al muro, sotto il contatore elettrico, in posizione leggermente piegata su se stesso . In prossimità dei piedi si poteva notare la presenza di un secchio di plastica di colore rosso, ormai appiattito e completamente bruciato, con vicino uno straccio, in parte bruciato, che emanava un forte odore di benzina. Inoltre, sempre in prossimità dei piedi si trovava un telefono cellulare, anch’esso in parte bruciato. Nelle mani, il Piredda, indossava dei guanti di materiale gommoso che erano quasi del tutto sciolti. Si notava inoltre, sempre vicino al cadavere un borsello in stoffa contenente del tabacco trinciato e dei filtri per confezionare delle sigarette artigianali.
Proseguendo a destra vi era dove a dire dei colleghi che per primi intervenivano sul posto, giaceva ancora in vita, sebbene anch’essa completamente ustionata, la sign.ra Pitzalis Valentina….
In quella stanza, che risultava completamente annerita nelle pareti, come tutto l’appartamento, tra l’altro, si notava la presenza di un secchio verde, di solito utilizzato per la raccolta dei rifiuti e una bacinella riempiti a metà d’acqua, inoltre si notava una cassetta in plastica che conteneva delle bottiglie, anch’esse in plastica riempite d’acqua, che risultava leggermente bruciata in un lato, alcuni indumenti e panni vari, che si trovavano sopra un divanetto, ed un materasso che era appoggiato sul muro. In quella stanza si poteva inoltre notare: una scarpa da donna di colore rosa, da tennis, che era in parte bruciata, un rimasuglio di una corda in plastica che era aggrovigliata ai due chiodi che la reggevano; mentre per terra di fronte all’ingresso della stanza e sotto la cordicella anzidetta, si trovava un accendino di colore giallo. Si notava inoltre che una porzione del vetro di una finestra di quella stanza era stato rotto.
Il locale era composto da altri quattro vani, di cui uno era adibito a camera da letto, dove si trovava un computer ancora acceso, uno a cucina, un piccolo ripostiglio adiacente alla cucina e il bagno che si trovava in prossimità dell’ingresso dell’appartamento.”

 

interno Bacu Abis Nera e Dintorni w

 

Questa dunque è la scena del crimine che si trovano di fronte quella sera gli investigatori e che fotograferanno nei rilievi: da una parte Manuel Piredda, con i guanti di gomma indossati, lo straccio imbevuto di benzina a fianco, cosi’ come un secchio/bacinella rossa fuso, morto ustionato e  in una posizione fetale, o del pugile, come si chiama in questi casi, nei casi di morti per ustioni ( creata dalla contrazione muscolare ) . Dall’altra Valentina Pitzalis, ancora in fiamme, viva per miracolo in quel momento e data per spacciata dalle prime indicazioni che arriveranno dall’ospedale. Troppo gravi le ustioni.

La ragazza comunque all’arrivo al Pronto Soccorso, alle due di notte,  risponde ad alcune domande dei Carabinieri presenti:

C.C.: Che cosa è successo?
Pitzalis Valentina: ” Manuel mi ha buttato benzina addosso e messo fuoco”
C.C. : Manuel chi?
Pitzalis Valentina:”Manuel Piredda”
C.C.: Perchè lo ha fatto?
Pitzalis Valentina :”Perchè è un bastardo.”

 

Il corpo di Manuel Piredda quella notte, viene esaminato, prima dal personale del 118 ( i CC parlano di un medico )  che ne constata il decesso, e poi  da due medici legali qualificati per dichiarare ufficialmente la morte del  Piredda, ed esaminare le condizioni del corpo. Gli esami avvengono una  prima volta sulla scena del crimine, una seconda volta in obitorio:

 

 

Il primo medico che esamina il corpo a Bacu Abis  ne certifica il decesso alle 01.30,  e annota: “morto presumibilmente per l’incendio… il corpo si presenta carbonizzato, rigido in posizione fetale. Non sono riconoscibili i tratti somatici del viso.”

Il secondo referto compilato in obitorio alle 06.45 riporta: ustioni di primo, secondo e terzo grado su tutto il corpo, in particolare ustioni di terzo grado di collo, capo, mano destra, piedi. Con segni di carbonizzazione di collo, capo, dita mano destra. perdita di sangue vivo dalle narici e dalla bocca, ustioni di primo e secondo grado su tutto il resto del corpo, con distacco della cute in diversi distretti corporei. mezzo o modo con il quale e’ stata determinata la lesione: fuoco scaturito dall’incendio di liquido infiammabile cosparso sul corpo.

Morte per causa violenta ( suicidio ).

 

Come e’ ovvio nessuno dei due medici esamina il corpo condizionato dalle dichiarazioni di qualcuno, meno che meno di Valentina Pitzalis che in quel momento sta lottando per salvare la propria vita.

Entrambi i medici non annotano alcun segno di violenza sul corpo di Manuel Piredda, non vi è alcun cranio fracassato, non vi sono segni di lesione, non vi sono segni di ferite. La perdita di sangue, come vedremo più avanti è tipica dei morti per ustioni e sottoposti a forti temperature. Le cause della morte non sono determinate, se sia stato per i fumi o per le ustioni cioè che Piredda muore, ma entrambi i medici non riportano alcun segno di aggressione, cosa che avrebbero dovuto fare se l’avessero riscontrata, segnalandola all’autorità giudiziaria. Lo stesso vale ovviamente per il personale del 118, che nel caso avesse constatato ferite d’aggressione, avrebbe dovuto segnarlo ai Carabinieri. Il secondo medico segna come causa della morte violenta, il suicidio, che e’ ovviamente un’ipotesi nata dall’esame del corpo e dal tipo di ustioni.

Vi sono quindi ben tre fonti sanitarie, di vario grado, che di fronte al corpo di Manuel Piredda giungono tutte alle stesse conclusioni: non vi sono segni di aggressione e violenza nei confronti della vittima, mentre le ferite da ustione, la perdita di sangue e la posizione del corpo, indicano che l’uomo e’ morto a causa dell’incendio e del fumo, ancora denso al momento dell’arrivo dei soccorsi, al punto che i Vigili del Fuoco devono indossare i respiratori.

Ma perché il secondo medico indica come suicidio la possibile causa di morte? Questo si, è un particolare interessante, e la risposta ce la può fornire la Dottoressa Alma Maria Posadinu, responsabile del Reparto Grandi Ustioni dell’ospedale di Sassari, che ha curato Valenti Pitzalis.

 

Lei ha avuto modo di vedere le foto della scena del crimine? Le foto di Manuel Piredda? Che idea si è fatta delle cause della sua morte?  Le ustioni e la posizione del corpo secondo lei sono compatibili con l’esplosione di un contenitore di liquido infiammabile?

Non ho mai potuto vedere le foto di Manuel ma da quelle che sono state le notizie sulla versione del medico legale che ha avuto l’incarico di osservare il cadavere direttamente sul luogo dei fatti la posizione accosciata faceva pensare ad una disposizione del corpo  deliberatamente assunta per poter facilmente irrorare il corpo da capo a piedi con il liquido infiammabile e darsi fuoco successivamente .

Sul corpo del Piredda, vicino a naso e bocca venne trovato del sangue secco, è un fenomeno anomalo in caso di persone esposte a fiamme e calore? Venne ritrovato in posizione quasi fetale, rannicchiato e irrigidito, e’ una condizione anomala?

Ribadisco che la posizione è stata assunta deliberatamente perché chi non vuole bruciare non si rannicchia anzi al contrario si agita molto e cerca di scappare. L’irrigidimento è avvenuto per effetto della carbonizzazione .Che ci sia del sangue fresco su un’area carbonizzata è segno di esplosione  di vasi sanguigni profondi che per effetto dell’aumento della pressione al loro interno dovute alle ostruzioni segmentarie che i danni coagulativi da calore producono, la rottura successiva di vasi così danneggiati provoca la fuoruscita di sangue che si secca molto rapidamente per il calore.

Di norma una persona esposta all’esplosione di un contenitore di liquido infiammabile, in uno spazio così stretto come l’andito di una casa, per quali ragioni muore?  Come sa su Manuel Piredda non venne fatta un’autopsia, e si sostiene che sia anomalo in casi come questo.

L’autopsia di Manuel non è stata praticata per l’impossibilità oggettiva che si ha sempre sui corpi mummificati e carbonizzati da fuoco. I tessuti corporei sono fusi tra loro, indissociabili perciò illeggibili  da un punto di vista medico-legale e d’altro canto c’era  evidenza assoluta che la causa della morte fosse stata in primis l’asfissia provocata dalla inalazione di fiamme e fumi derivanti dall’incendio del suo stesso corpo, in seguito il grave e repentino danno cardio-vascolare dovuto alle ustioni ,infine la carbonizzazione dei tessuti ustionati nella quasi totalità del corpo.La posizione del cadavere era talmente irrigidita dalla carbonizzazione che è stato molto difficile procedere al trasporto in una cassa adeguata

 

Anche la dottoressa Posadinu, condivide insomma l’ipotesi fatta immediatamente la notte della morte di Manuel Piredda, quella cioè che lui si fosse cosparso a sua volta di benzina, cercando volontariamente la morte. E come per il medico che ha esaminato direttamente il corpo, sono  proprio la sua posizione e le caratteristiche riscontrate a ‘raccontarlo’.

L’ultimo elemento di prova che entra a far parte di quello che diventerà il fascicolo delle indagini, quella sera, sono i rilievi fotografici della scena del crimine, una serie di immagini nelle quali si trova conferma di quanto già riportato nei vari fascicoli: la posizione del corpo, la sua collocazione, i guanti indossati da Manuel Piredda, le ustioni riportate, come fosse vestito, il contenitore di plastica rosso fuso.

Ho deciso di allegare le foto scattate quella notte, si tratta di immagini molto forti ovviamente. Ne sconsiglio la visione, se non a chi proprio voglia verificare il loro contenuto. E sono certamente immagini inappropriate per minori e persone facilmente impressionabili. Le allego solamente perché in questi mesi di continue discussioni con gli adepti del gruppo Verità e Giustizia per Manuel ho sentito molte inesattezze su ciò che si vede o non si vede in quelle immagini.

Basti un esempio: la signora Mamusa si era dimenticata di raccontare per circa tre anni, quando sosteneva l’innocenza del figlio ( pur avendo letto l’intero fascicolo dell’inchiesta ) che Manuel indossasse dei guanti, che ci fosse un contenitore fuso ai suoi piedi, così come uno straccio imbevuto di benzina. Molto invece si era fantasticato sul fatto che avesse il cranio rotto per un colpo ricevuto ( segno evidente dell’aggressione della Pitzalis ignorato non si capisce perché da chi svolgeva le indagini ) , un cranio rotto che non ha visto nessuno. Cosi’ come non esiste la chiazza di sangue sotto il corpo di Manuel anch’essa raccontata a più riprese, le immagini mostrano il colore rossastro del pavimento bruciato su cui si è fuso il contenitore di quel colore, ma non si tratta di sangue.

Chiunque volesse verificare comunque cosa mostrano le foto scattate quella sera,  la cui visione come già detto è sconsigliata,  può trovarle qui: —>  I RILIEVI FOTOGRAFICI DELLA  DELLA SCENA DEL CRIMINE

Dobbiamo sempre tenere ben presente, in questa storia, come vi mostrerò a  passo a passo, che le teorie della Signora Mamusa, ovvero l’ipotesi che il figlio sia morto per responsabilità di Valentina Pitzalis si basano su due sotto teoremi: che le indagini siano state svolte male dal primo all’ultimo minuto, e che per incastrare suo figlio si sia messo in atto di fatto un complotto che è iniziato in pratica più di un anno prima del presunto delitto stesso, e che abbia coinvolto un numero enorme di persone, non solo l’intera famiglia Pitzalis, ma  anche tutti i carabinieri che hanno partecipato alle indagini, i due medici legali, il vigili del fuoco intervenuti, il personale di due ospedali ( che come vedremo non ha saputo “leggere” le ferite della Pitzalis ) , i vicini di casa di Manuel,  e per ultimi due magistrati: il Procuratore che ha coordinato le indagini, e il Giudice che ha poi avvallato le sue conclusioni, archiviando il caso per morte del Reo.

Tutti loro, come vedremo, farebbero parte del GRANDE COMPLOTTO.

Un complotto per coprire la supposta verità, e che secondo gli adepti del gruppo pro Manuel si concretizza fin da subito in una serie di fondamentali errori investigativi che vi riporto dai post sui social network dedicati al tema:  non si esamina il tipo plastica dei guanti indossati da Manuel, non si esamina in laboratorio il tipo di liquido infiammabile da cui é partito l’incendio ( i Carabinieri parlano di Benzina sia per lo straccio che per i vestiti sequestrati in ospedale a Valentina Pitzalis, quelli che indossava, ma questo non basta ). E soprattutto c’e’ quello che per tutti loro è l’errore più grande della Procura: non aver predisposto l’autopsia sul copro di Manuel, per determinare con precisione assoluta le cause della morte. Una mancanza addirittura contraria alla procedura penale è arrivato a sostenere l’avvocato che ha redatto per la Signora Mamusa l’esposto per chiedere la riapertura delle indagini.

Facendo riferimento però ad un obbligo al ricorso all’autopsia che non riguarda i casi di morte violenta soggetta ad indagine giudiziaria, e quindi al codice penale, che sancisce in maniera chiara che spetta al Magistrato la decisione di ordinare che venga eseguita l’autopsia o meno, nel caso in cui la dinamica dei fatti non sia chiara e richieda quel tipo di approfondimento, o allorquando le condizioni del cadavere lascino pensare che sia ipotizzabile magari un delitto. Il legale della Mamusa cita l’obbligo di procedere all’autopsia per i decessi avvenuti in assenza di assistenza medica, come previsto dal  regolamento di polizia mortuaria, e non le autopsie giudizarie appunto.

Se qualcuno volesse capire bene la differenza, eccola spiegata molto bene in un’ interrogazione parlamentare: —> L’AUTOPSIA GIUDIZIARIA

 

NON VI ERA QUINDI NESSUN OBBLIGO A PROCEDERE CON UN’AUTOPSIA.

Si trattava solo di un’opzione, di una possibile scelta investigativa, se ritenuta necessaria ed opportuna. Il magistrato incaricato delle indagini, Paolo De Angelis però valutò che non fosse necessaria, una scelta legittima e avvallata poi dal Giudice che emise la sentenza di archiviazione per morte del Reo.

Perchè non si ritenne necessario procedere con l’autopsia dunque?

Possiamo solo fare delle ipotesi. La prima e’ che – come spiegato dalla dott.ssa Posadinu – l’autopsia su un corpo sottoposto a quel tipo di trauma da ustioni, fisicamente, può dire poco, la seconda è che una volta accertata la dinamica dell’aggressione a Valentina Pitzalis e non essendoci sul corpo di Manuel segni o ferite che lasciassero ipotizzare dinamiche diverse, accertare se il Piredda fosse morto per le ustioni, per soffocamento, per infarto o per l’insieme di più cause legate all’incendio, era sostanzialmente irrilevante.

Senza dimenticare le prime dichiarazioni della Pitzalis: mi ha dato fuoco Manuel.  Ritenute autentiche proprio perchè rilasciate appena dopo il primo soccorso, appena ‘spenta’ per intenderci , dopo essere bruciata viva per circa 20 minuti.  Un arco di tempo in cui, ha valutato il magistrato, difficilmente la donna può essersi messa ha inventare un versione diversa da quanto realmente accaduto.

Ma come si è arrivati a determinare la dinamica dei fatti?

In questa prima parte dell’inchiesta abbiamo già visto cosa venne trovato dagli investigatori al momento del loro intervento:

Valentina Pitzalis ancora viva, ma data dei medici per spacciata in quelle ore, riportante ferite da ustioni nelle parti esposte: mani, parte delle braccia, volto, e collo. E con i vestiti che indossava parzialmente imbevuti di benzina. La ragazza essendo vestita pesantemente a strati, con più maglie e maglioni, un giaccone e una sciarpa, era bruciata solo nelle parti del corpo fuori dai vestiti.

Manuel Piredda morto, bruciato molto più della Pitzalis, ritrovato vicino al recipiente che conteneva il liquido infiammabile fuso, indossando dei guanti, e con vicino anche uno straccio imbevuto di benzina. Il Piredda vestito in modo più leggero e evidentemente investito da una quantità maggiore di fiamme aveva riportato ustioni più diffuse e profonde.

Valentina Pitzalis sia pur con poche frasi aveva indicato nel marito Manuel Piredda il suo aggressore.

Nulla sulla scena del crimine sembra contraddire la prima versione dell’aggressione del Piredda alla Pitzalis.

 

Le indagini comunque non si fermarono a quella sera ma proseguirono  ancora, come vedremo nel prossimo capitolo: LA SECONDA FASE DELLE INDAGINI SU MANUEL PIREDDA: TRA ARTICOLI DI GIORNALE E REALTÀ’

 

Per leggere il capitolo precedente dell’inchiesta clicca qui–> VALENTINA PITZALIS: ADESSO BASTA!

 

IMPORTANTE: 

Questa inchiesta nasce con l’intento di diffondere il più possibile le informazioni  e i dati reali  sull’aggressione a Valentina Pitzalis avvenuta nel 2011 a Bacu Abis per mano di suo marito Manuel Piredda. Informazioni per fare chiarezza,  contro la massa di bugie ed inesattezze diffuse in questi anni con lo scopo di accreditare una verità alternativa a quella sancita dalla Giustizia, una verità  non sorretta da alcun elemento concreto. Un insieme di teoremi e supposizioni che hanno portato Valentina Pitzalis ad essere al centro di campagna di accuse e insulti.

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