EMANUELE MORGANTI: LA STRADA DELLA GIUSTIZIA

Una riflessione della criminologa

Flaminia Bolzan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono cose che sul piano della logica, di quella logica che dovrebbe essere poi la regola ovvia del buon vivere civile, non hanno ragione di esistere.

La storia di Emanuele svela il lato oscuro di un centro piccolo, Alatri, provincia di Frosinone, un comune dove la bellezza delle mura e della “Civita”, l’Acropoli, passa in secondo piano rispetto al disgusto per ciò che successo in Piazza Regina Margherita.

Alatri poteva essere un esempio di comunità, una cittadina attiva sotto il profilo culturale, un posto non privo di occasioni di aggregazione, è di fatto un luogo che offre uno sguardo privilegiato sulla storia di quel territorio che si chiama Ciociaria, ma Alatri oggi è anche molto altro.

E’un centro che inevitabilmente si è espanso e conta una serie di frazioni al difuori delle mura ciclopiche, una di queste è Tecchiena, dove Emanuele Morganti abitava con la sua famiglia; oggi quella di Alatri è una realtà che, a quanto pare, non si è rivelata priva di tutte le problematicità relazionali che in astratto possiamo pensare proprie principalmente dei contesti metropolitani.

Il luogo in cui è stato ucciso Emanuele ha lo sfondo di una piazza che diversi anni fa, nella giornata di mercato, si riempiva di bancarelle e vedeva passeggiare signore e ragazzi in un clima di buone relazioni.

La modalità con cui questo ventenne è stato ucciso, al contrario, è lo specchio di un quadro attuale che si rappresenta come diametralmente opposto: l’emblema della cattiva relazione tra gli individui, il branco nella sua entità distruttiva.

La dinamica di quest’omicidio, così come ricostruita sino ad ora attraverso le testimonianze rese, evidenzierebbe un accanimento ingiustificato ed ingiustificabile da parte di soggetti differenti che hanno agito con inaudita violenza, a cominciare dai buttafuori del locale per terminare con chi ha colpito Emanuele con il corpo contundente.

Non sappiamo ancora con esattezza a quale specifica lesione possa essere direttamente ricondotta la morte di Emanuele Morganti e chi materialmente abbia sferrato quel colpo tra gli indagati, ma con logica possiamo dedurre che in assenza di partecipazione di altri soggetti nella produzione del quadro lesivo, probabilmente l’epilogo sarebbe stato un altro e ora non staremmo qui a parlare di omicidio volontario.

Si perché è indubbio che questo ragazzo sia stato letteralmente ammazzato di botte, aveva il cranio fracassato e il collo spezzato quando è stato raccolto mentre era steso, incosciente sotto ad una macchina.

Sarebbero però tre le fasi direttamente antecedenti al decesso stando alle prime risultanze investigative; l’incipit di questa brutale violenza andrebbe collocato temporalmente e fisicamente all’interno del locale dove un tale Domenico, in condizioni di ubriachezza molesta, avrebbe tirato in testa ad Emanuele un portatovaglioli prima che lo stesso potesse reagire perché immobilizzato dai buttafuori.

A questo punto il personale della sicurezza, anziché limitarsi a sedare la rissa, sarebbe impropriamente intervenuto colpendo con calci e pugni il ragazzo prima di condurlo fuori.

Solo una volta all’esterno comparirebbero gli altri soggetti tra cui quelli che, mentre Emanuele scappava, lo hanno raggiunto e lo hanno attinto alla nuca con i colpi, o il colpo, che probabilmente gli faceva perdere coscienza.

Ciò che è successo dopo e le motivazioni per cui tutto è accaduto rappresentano aspetti che non possono essere banalizzati in alcun modo, l’intero agito da parte della totalità di questi soggetti è l’esempio di un fallimento educativo colossale; c’è un padre che non è intervenuto mentre i due figli massacravano un ragazzo e al contrario ha permesso che questi ne facessero carne da macello.

Chi ha provato a frapporsi tra il corpo di Emanuele e le nocche o le suole delle scarpe degli aggressori non ha potuto nulla per scongiurare il più tragico dei finali.

Come se questo non fosse abbastanza, abbiamo il risvolto ancor più tragico della medaglia, ad un atto di barbara violenza, parte di una comunità che ora si presenta gravemente disgregata, sta rispondendo con altrettanta violenza in un circolo vizioso da cui è necessario invece uscire ad ogni costo.

Sono stati minacciati e addirittura aggrediti non solo i parenti ma anche i legali di alcuni degli indagati, un professionista ha rimesso l’incarico per il clima eccessivamente pesante e questo lascia comunque sgomenti.

Nell’assoluta necessità di punire i responsabili, tutti i responsabili, che in maniera più o meno grave (sotto il mero profilo giuridico) hanno manifestato gli istinti più bestiali cagionando o semplicemente lasciando che giungesse la morte di Emanuele, non possiamo scaricare la nostra frustrazione privando il nostro modo di essere di quei parametri della giustizia che pretendiamo siano applicati a questo branco.

Rispondere alla violenza con forme analoghe significa abdicare alla possibilità che si possa davvero educare alla legalità, all’empatia e alla correttezza, all’umanità.

Se è profondamente vero che il paese è indignato e sotto shock per quello che la morte di Emanuele ha rappresentato in termini di gravità delle condotte umane, non possiamo però smettere di avere fiducia nell’efficacia di un sistema normato in cui chi ha sbagliato paga tenendo conto di ciò che è stabilito.

E’ la percezione dell’inefficacia della norma, unitamente alla degenerazione del comportamento umano nel branco, ciò che alimenta l’escalation di questa violenza: in entrambi gli esempi l’individuo si sente “deresponsabilizzato” e questa condizione di assenza di responsabilità è il contrario del presupposto necessario alla costruzione di un contesto educativo e socializzante.

La giustizia è condizione necessaria affinché il dolore non si tramuti in una esponenziale sete di vendetta, una vendetta cieca che giunge sull’onda emotiva senza tener conto del messaggio che veicola.