VERONICA PANARELLO E’ L’UNICA RESPONSABILE DELLA MORTE DEL FIGLIO? MEDEA E LE MAMME CATTIVE.

Veronica Panarello è l’unica responsabile della morte del figlio, l’assassina del piccolo Lorys. Queste sono le conclusioni della sentenza di condanna di primo grado.

Ad aver ucciso è stata lei, e da sola, senza la complicità di alcuno. A dirlo, secondo il giudice Reale sono prove e indizi: dai filmati delle telecamere di sicurezza fino all’arma del delitto, le fascette stringicavo.

Ma cosa ha spinto la donna a uccidere il figlio, posto che secondo il giudice non vi era alcun segreto da voler preservare, e che Veronica è risultata priva di qualsiasi vizio di mente o sindrome psicotica?

Ecco come il Giudice in sentenza affronta il tema delle ragioni alla base del figlicidio, di quel dolo d’impeto che avrebbe portato veronica a uccidere:

 

La descrizione del carattere e dei tratti personologici dell’ imputata, avvenuta anche in sede di perizia psichiatrica, costituiscono un ulteriore indizio a carico di Veronica Panarello, emergendo una personalità in conflitto con se e con i propri familiari , immatura sotto il profilo genitoriale, menzognera e fortemente istrionica , egocentrica, manipolatrice , desiderosa di catturare le attenzioni di chi gli stava vicino e di porsi al centro di tutto ciò che la  circondava a causa anche delle carenze affettive delle quali aveva sicuramente sofferto da adolescente.

Il ritratto delle condizioni personali e psichiatriche (sotto il profilo della piena capacità di intendere e di volere) della imputata trova piena corrispondenza, nella letteratura scientifica sul figlicidio , nelle tipologie di madri che uccidono i loro figli.

Recenti ricerche di illustri psicopatologi e psicoterapeuti sul fenomeno, fondate sull’analisi di centinaia di casi, hanno consentito di elencare alcune caratteristiche personali e sociali ricorrenti nei soggetti agenti: la prevalenza ha
un’eta media di 26-32 anni, e munita di licenza media inferiore, e coniugata, e casalinga, appartiene al ceto medio (nel 62% dei casi; nel 28% al ceto medio/basso).

Nella maggior parte dei casi le madri figlicide hanno un solo bambino, ma nel 33% dei casi la vittima ha anche un fratello o una sorella. Gli esperti hanno verificato che più di un quarto delle donne avevano un rapporto buono con il partner. Il 29% delle donne non aveva alcun disturbo psichico al momento del fatto.

Nel 69% dei casi pero vi sono trascorsi allarmanti, come precedenti ricoveri in reparti psichiatrici o tentativi di suicidio.

Parecchi sono anche gli studi scientifici sulle cause del figlicidio e sulle “mamme cattive”, a partire da una importante classificazione fatta nel 1969 da un famoso psichiatra canadese , che elencava (e descriveva i casi clinici di) almeno
cinque categorie di motivi a monte dell’impulso ad uccidere.

Oltre al figlicidio c. d. “altruistico”, a quello ad elevata componente psicotica, a quello di un bambino indesiderato,  a quello accidentale (conseguente alla sindrome del bambino maltrattato), veniva indicato il figlicidio per vendetta sul
coniuge.
Quest’ultimo è stato successivamente ribattezzato come “sindrome di Medea”, dal nome della leggendaria figlia del re della Colchide che, per vendicarsi di Giasone, del quale si era invaghita dopo averlo aiutato nella conquista del Vello d’oro (abbandonando la famiglia di origine ed uccidendo alcuni suoi componenti), tradita dall’uomo, ne uccide i figli.

Dagli studiosi ed esperti contemporanei è stato, altresì, denominato “figlicidio motivato da rivalsa”.

Accanto a questa elencazione, molti studiosi italiani hanno aggiunto altre categorie, come quella della madre che sposta sul figlio ii desiderio di uccidere la propria genitrice. Il conflitto con la “madre cattiva” e la causa del gesto di annientamento del figlio , nei cui confronti si scatenano i sentimenti di odio e di rabbia che si nutrono nei confronti dell’ascendente.

Inadeguatezza materna, mancanza di protezione, anni di frustrazioni nella famiglia di origine, possono determinare incapacità di provare attaccamento affettivo nei confronti dei figli e scatenare l’intento omicidiario delle madri accusate di questo crimine ( definite anche, da una nota criminologa, “demoni del focolare”).

Alcuni psicologi e psichiatri italiani hanno descritto il meccanismo che produce questa reazione: nei contesti familiari in cui le donne hanno subito questo abbandono, all’inizio il bambino le ripaga e risarcisce la madre di ciò che le è mancato, divenendo una “riedizione della propria madre, da cui la donna cerca di nuovo disperatamente di farsi amare” , ma poiché il bimbo diventa anche un fratellino, un piccolo rivale, la donna può essere disturbata da una sotterranea gelosia per la necessità di dividere l’affetto del coniuge (divenuto per la donna figura  genitoriale).

Pur desiderando di non essere come la loro madre cattiva, in realtà non riescono ad essere ‘mamme buone’ e ripetono gli stessi errori che hanno compiuto le loro.
Esse introiettano le violenze (fisiche o morali) subite dalla loro genitrice e le ripetono in una “identificazione non conscia all’aggressore”, come evidenziato da un noto psichiatra forense, “in un drammatico declinarsi di una violenza plurigenerazionale”.

E’ stato evidenziato, altresì, che , crescendo il bambino, la donna ha più difficoltà ad abdicare alla sue funzioni e che il piccolo inizia ad allontanarsi da lei ed a costruirsi un’esistenza in cui la mamma non è più parte.

Gli studi specialistici hanno riscontrato, in conclusione, che il figlicidio non è sempre legato a processi emotivi determinati da patologie o disturbi psichiatrici, anche transeunti, o da altre forme di alterazioni mentali, ma talvolta e determinato da quella che è stata definita la “follia mostruosa della normalità. ”

Nel caso di Veronica Panarello le emergenze probatorie di questo processo hanno consentito di evidenziare che sussistono parecchie analogie con le caratteristiche individualizzanti delle psicobiografie esaminate dalla clinica psicopatologica (sopra riportata sinteticamente).

Anche il metodo usato per l’omicidio del figlio è tra quelli che gli studiosi hanno riscontrato nella maggior parte dei casi di figlicidio materno, atteso che strangolamento, asfissia e annegamento sono le tecniche più comuni di soppressione della prole.

 

Per arrivare alle sue conclusioni il Giudice fa  riferimento a una ricerca effettuata dal professor Vincenzo Mastronardi insieme ai colleghi Luana de Vita e Federica Umani Ronchi, pubblicata nel 2012 come supplemento alla Rivista di Psichiatria e che potete leggere integralmente ( sono sei interessanti pagine ) cliccando a questo link:

ALCUNE RICERCHE ITALIANE SUL FENOMENO DEL FIGLICIDIO

Il giudice insomma ritiene di riconoscere nella figura di Veronica Panarello  alcune delle caratteristiche individuate dal lavoro di ricerca del professor Mastronardi, abbiamo quindi pensato di rivolgerci direttamente a lui, per comprendere se davvero le categorizzazioni della ricerca potevano essere applicati al caso di Veronica Panarello. Con una particolare attenzione proprio alla Sindrome di Medea, introdotta in sede di sentenza da Reale e contestata in sede di ricorso in Appello dal legale della Panarello, Villardita. Ed ecco il risultato della breve intervista :

PER LEGGERE L’INTERVISTA CLICCA QUI –>     ALCUNE DOMANDE AL PROFESSOR  VINCENZO MASTRONARDI

Secondo il professor Mastronardi dunque, le conclusioni del Giudice Reale sono fondate. Tanto l’analisi della personalità di Veronica Panarello, quanto le modalità dell’omicidio sono compatibili con la ricostruzione della sentenza.

L’unico punto che non trova una spiegazione ‘storica’ nemmeno nelle lunghe , ampie e documentate ricerche del professore sembra però essere l’impiego di uno strumento così atipico, freddo e distante ( nel senso di non permettere uno sfogo rabbioso diretto ) come arma del delitto, ovvero le fascette stringicavo.

Che a mio personale parere restano l’elemento più anomalo e misterioso di questo delitto, o comunque uno strumento poco compatibile con il dolo d’impeto individuato come chiave dell’omicidio.