ALCUNE DOMANDE AL PROFESSOR MASTRONARDI

 

Prof. Vincenzo Mastronardi
Psichiatra, Criminologo Clinico e Psicopatologo forense
Sapienza Università di Roma
Direttore del Master in Criminologia Scienze investigative e della Sicurezza Unitelma-Sapienza
Direttore del Master di II livello in Criminologia, Sistema Penale, Psicopatologia forense, Investigazioni e Sicurezza della UNINT
( Università degli Studi Internazionali di Roma) 

 

 

 

 

 

 

 

Professor Mastronardi, lei sta per dare alle stampe una nuova pubblicazione che torna ad affrontare tra gli altri, anche il tema del Figlicidio, dopo la ricerca già pubblicata in materia nel 2012.

Proprio in quella ricerca si faceva riferimento al fatto che lo strangolamento era uno modi in cui una madre decideva di sopprimere il proprio figlio, ma che solitamente gli strumenti utilizzati erano le mani o un laccio. Strumenti certamente compatibili anche con dolo d’impeto, con lo sfogo di un impulso rabbioso. La fascetta stringicavo utilizzata nel delitto del piccolo Lorys da parte di Veronica Panarello, appare invece come un’ arma/strumento molto differente, sia per la metodica d’impiego ( infilare il laccetto in una fessura che funge da blocco molto piccola ) sia per il fatto che una volta serrato il laccetto ( con uno scarto libero di 5 cm ) la donna avrebbe obbligatoriamente terminato un ruolo attivo e agente, diventando semplicemente un osservatore della lenta morte del figlio, in un lasso minimo di tre minuti. una dinamica omicida molto “fredda” e apparentemente lontana da un omicidio impulsivo di carattere rabbioso, priva di sfogo nell’azione stessa. Qual è la sua opinione? Nella sua esperienza le è mai capitato di vedere l’impiego di uno strumento uguale o similare? Come interpreta un omicidio con queste modalità?

In uno dei miei libri, Madri che uccidono della Newton & Compton ho riferito la storia di 300 madri fliglicide e tra queste sono diverse quelle che hanno strangolato i loro figlioli, ne menziono solo alcune di cui ho esaminato attentamente la loro tragica storia : – Feltman Elizabeth ( 1999 32 anni nel Mariland) – Rodriguez Evonne(1996 22 anni Huston) e tra le altre – con modalità psicologico/comportamentali –  una madre di 32 anni esaminata da me in un intero anno di psicoterapia che tra tormenti e lacrime mi ha raccontato come, nonostante fosse lucida e sempre presente a se stessa ma con una bassissima soglia di tolleranza allo stress e alle sollecitazioni del figlio , non riusciva a sopportare la sua irrequietezza tanto da “non vedere l’ora di dargli una lezione” . “ la prima volta gli dissi di stare attento a non avvicinarsi quando stiravo …ma lui era tremendo continuava ad avvicinarsi ..lo minacciai : ‘allontanati se no ti brucio ma lui niente …..e lo bruciai “.

Con forti reticenze nel suo racconto da me sollecitata prosegue: “ un’altra volta non ricordo cosa fece….era tremendo …e lo strinsi forte molto forte alla gola tanto da diventare paonazzo ..nonostante ciò io lo stringevo alla gola ancora più forte e ricordo che ero contenta di dargli una vera lezione..Sa professore ero proprio esasperata e volevo in quel momento finalmente riuscire a fargli capire di starsene buono…Mi è sempre andata bene ma poi di notte quando vado a letto mi dico : ma che cavolo sto facendo !..però non sono io e come se avessi una strana forza in me che mi spinge a farlo ….Professore mi aiuti lei” .

Ho evitato per tempo, grazie al clima protettivo del setting psicoterapico ogni azione delittuosa e mi son reso conto che la miscela esplosiva in questa donna era determinata da tre cose essenziali :

1) la sua più profonda immaturità per ragioni legate ad una sua disturbatissima infanzia con un padre alcolista e quindi

2) la non conquista della sua maternalità (=sentimento di maternità) a causa delle sue insicurezze comportamentali di fondo , tali da non concederle il possesso della sua femminilità ( se non ci si sente donna è impegnativo sviluppare il proprio sentimento di maternità,

3) al terzo e non ultimo punto vi troviamo la bassissima soglia di tolleranza allo stress e quindi al gravoso impegno talvolta molto faticoso di madre.

Tutto questo si può ben comprendere come non ha nulla a che fare con la malattia di mente ma con quella che con George Palermo abbiamo definito la “ follia mostruosa della normalità razionale “ ( riportato in Manuale per Operatori Criminologici e psicopatologi forensi Giuffrè editore è la definizione utilizzata poi nella sentenza del caso di Veronica Panariello) perfettamente in grado di intendere e di volere e non ha nulla a che fare con la malattia di mente che viceversa può inficiare la imputabilità.

 

Secondo la sentenza il piccolo Loys sarebbe stato ucciso dalla madre esasperata dalla loro discussione per la mancata voglia di andare a scuola che si scontrava con l’impegno della madre di partecipare a un corso nella seconda metà della mattina.

La fase di ideazione del delitto secondo il giudice inizierebbe quando il bimbo rientra in casa al termine del capriccio ma si concretizzerebbe circa mezz’ora più tardi, dopo che la madre ha accompagnato il fratellino in ludoteca, e dopo che, rientrata a casa ha svolto delle incombenze domestiche. Si tratterebbe cioè di una fase rabbiosa che la donna coltiva a partire dalla lite ma che controlla poi per mezz’ora, nonostante dopo 15 minuti, tornata a casa, si ritrovi con il bimbo, cioè l’oggetto di quella sua volontà omicida.

Per sua esperienza, e’ una dinamica possibile e compatibile con un dolo d’impeto? Non ci sono tempi di decompressione troppo lunghi?

 

No! i tempi da lei indicati come di decompressione in molti casi e non soltanto nel figlicidio ( mi viene in mente un noto delitto avvenuto in una famiglia del sud) sono in realtà tempi di ulteriore evoluzione in crescendo della “rabbia repressa”, accumulata attraverso i vari minuti che seguono uno stimolo penalizzante per poi esplodere con un “ ora di do io una lezione che non dimenticherai” . Il delitto d’impeto in questo caso ha tutta la configurazione di un delitto che possiamo definire “di irruenza della crescente volontà di punizione” ovviamente in una mente debole e francamente immatura.

 

 Nella sua sentenza il giudice richiamandosi alla vostra ricerca utilizza la Sindrome di Medea per spiegare le motivazioni di veronica Panarello, che però secondo la perizia psichiatrica non soffre di alcun vizio di mente o di alcune patologia psichica. L’avvocato della difesa, per il ricorso in appello ha colto in questo una contraddizione, chiedendo che venga rivisto l’esame della propria assistita.

Anche secondo la sua esperienza si tratta di due elementi inconciliabili tra loro, o la Sindrome di Medea è una condizione che non comporta alcuna forma di compromissione psichica di chi ne soffre?

La definizione “Sindrome di Medea” rappresenta una vecchia definizione della fenomenologia comportamentale omicidiaria che non ha nulla a che vedere con il concetto di Sindrome che viceversa in medicina rappresenterebbe un complesso ben articolato di sintomi , analogamente alla Sindrome di Stoccolma che non si identifica affatto con una malattia di mente .

Il concetto che tarda ad essere compreso dall’opinione pubblica per un comprensibile vissuto emozionale di noi tutti è quello proprio del disagio psichico in un soggetto che invece è capace di intendere e di volere : Il disturbo psichico può essere tale ma da non superare i limiti inferiori della capacità di intendere il valore e/ o il disvalore di ciò che si sta per fare . Quei momenti in cui si può decidere : mi lascio andare all’istinto di farlo o cerco di resistere presentano dei “varchi decisionali “ estremamente integri . Quante volte in mezzo al traffico potremmo dire “l’ammazzerei” ma in realtà siamo poi ben lontani dal farlo .