UNA NUOVA PERIZIA PSICHIATRICA PER VERONICA PANARELLO. LE RAGIONI DELL’APPELLO.

Se per la sentenza di condanna Veronica Panarello e’ una lucida assassina responsabile di aver ucciso il proprio figlio maggiore, Lorys, e di averlo fatto da sola, per l’avvocato Villardita, il suo legale, le cose non stanno così. E’ anche per questo che il suo ricorso in Appello, si apre con una richiesta precisa: una nuova perizia psichiatrica per Veronica Panarello.

Una richiesta che si basa su una prima differente valutazione tra difesa e accusa in merito all’anamnesi storica della Panarello stessa ( la valutazione cioè dei suoi precedenti e le diagnosi formulate da diverse strutture pubbliche che l’hanno avuta in cura od osservazione ) ma soprattutto che si basa sulle conclusioni del giudice di primo grado in sentenza, come esposto nel ricorso stesso:

Né può passare sotto tono il ragionamento logico-giuridico seguito dal Decidente di primo grado che, in disarmonia con quanto acclarato in perizia e con tutte le altre risultanze probatorie in punto di psichiatria forense, ha concluso riconoscendo Veronica Panarello affetta da “sindrome di Medea”, caratterizzante colei che uccide il figlio per vendetta sul coniuge.

Tale diagnosi comunque non era mai stata formulata da nessuno specialista, non trovando pertanto fondamento alcuno di carattere scientifico e tecnico.

A questo proposito deve rilevarsi che giammai gli specialisti che hanno affrontato il caso hanno parlato di sindrome di Medea che compare, quindi, per la prima volta nel percorso motivazionale del Decidente. 

Ma una conseguenza logica della sindrome di Medea risiede nella circostanza che il disturbo che avrebbe causato il reato, avrebbe dovuto essere considerato dal Decidente o sotto forma del vizio, sia pur parziale, di mente, oppure sotto forma di concessione delle circostanze attenuanti generiche.

Se si afferma, come ha ritenuto il Decidente, che la libera autodeterminazione della Panarello era limitata da un quadro clinico (sindrome di Medea) che l’ha portata all’azione criminosa, allora si deve trarre la conseguenza che l’atto non era pienamente autodeterminato, ma limitato nelle sue opzioni dalla sussistenza di tale ritenuta sindrome di Medea.

Il dubbio sollevato da Villardita dunque è chiaro: se si ritiene che sia stata la cosiddetta Sindrome di Medea a  spingere Veronica Panarello ad uccidere il figlio, non e’ possibile giudicarla priva di patologie psichiche,  come ha invece decretato la perizia svolta durante il processo di primo grado.

Il ricorso insiste molto anche sulla potenziale discrasia tra le conclusioni della perizia psichiatrica ( non condivise dagli esperti della difesa ovviamente ) e la storia clinica di Veronica Panarello:

Orbene, analizzando attentamente l’anamnesi della storia clinica di Veronica Panarello, si rileva un primo tentativo di suicidio in età preadolescenziale, a scuola, durante le ore di lezione, voleva buttarsi dalla finestra situata al secondo piano del plesso scolastico .

È lo stesso P. F. che, nelle medesime sit rese in data 8.12.14, ha raccontato di un altro episodio particolare e cioè che una mattina la figlia, durante la permanenza della famiglia a Cairo Montenotte, è uscita di casa da sola e si è recata alla stazione ferroviaria dove venne trovata dalla madre alla quale disse che voleva andare a trovare la nonna a Piacenza.

Ancora, Veronica Panarello ha esperito un secondo tentativo di suicidio a mezzo della candeggina il 29.5.2003 in età adolescenziale.

Tale circostanza è confermata dal certificato di Pronto Soccorso Ospedale Gravina di Caltagirone e dalle SIT rese da Panarello Veronica in data 10.6.2003 ai CC di Grammichele.

Ulteriore tentativo di suicidio è stato posto in essere all’interno di una vigna adiacente all’abitazione Panarello alle ore 23,30 circa del 30.8.2004, in età adolescenziale.

Agli atti del fascicolo del presente procedimento è stata depositata la CNR redatta dai Carabinieri di Santa Croce Camerina, il certificato medico di P.S., le SIT di Veronica Panarello del 04.09.2004, rese a distanza di cinque giorni dal fatto, il ricovero presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Ragusa e la diagnosi effettuata dai sanitari del predetto ospedale di “disturbo bordeline di personalità”.

Inoltre, durante il ricovero in Ospedale a Ragusa ebbe a raccontare alla madre, ma anche ai periti in sede di perizia psichiatrica, di essere stata violentata da un infermiere mentre era sotto l’effetto di psicofarmaci, “accorgendosi di ciò per essersi trovata, la mattina seguente, piena di sangue e lei fino ad allora non aveva avuto rapporti sessuali” 

Proseguendo nella descrizione dell’anamnesi clinica dell’odierna appellante, la stessa ha raccontato di avere visto Denise Pipitone, così come confermato anche in sede di perizia, innanzi ai periti del Giudice.

Ha, inoltre, raccontato e denunciato tale P. M. per tentativo di violenza sessuale, mentre si trovavano a casa dello stesso, dal quale tentativo, si sarebbe divincolata scappando. Ha riferito anche di avere visto sostanza stupefacente all’interno di un armadio dell’abitazione del predetto P. 

Ancora, ha raccontato di essersi trovata da sola sulla macchina della madre ed un individuo sarebbe salito in auto tentando di metterla in moto per scappare con lei e di non esservi riuscito a causa di un congegno che, se non inserito, non faceva  mettere in moto l’auto. Si è trattato di un fatto prontamente denunciato ai carabinieri.

Con riferimento alle diagnosi effettuate dai sanitari delle strutture presso le quali Veronica Panarello è stata ricoverata o detenuta, deve rilevarsi che i sanitari del carcere di Agrigento il 6.11.2015 hanno diagnosticato “deflessione timica in personalità patologica”.

A seguito della predetta diagnosi, l’odierna appellante è stata trasferita in osservazione presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, per un periodo di trenta giorni.

La diagnosi effettuata a Barcellona Pozzo di Gotto ha evidenziato, dopo appena quattro giorni di permanenza nella struttura, un probabile disturbo di personalità, mentre al trentesimo giorno è stato diagnosticato un “disturbo di personalità NAS”.

Con riferimento, invece, al periodo di detenzione presso la Casa Circondariale di Piazza Lanza, va rilevato che nel corso dello svolgimento della perizia psichiatrica disposta dal GUP in sede di giudizio abbreviato condizionato, iniziata in data 10.01.2016, Veronica Panarello ha vomitato ogni qualvolta ha assunto del cibo (vds pag. 56 perizia).

Pertanto, a seguito di tale atteggiamento è stata richiesta visita psichiatrica, dalla stessa però rifiutata.

Il 13.01.2016 ha riferito di non aver dormito.

Il 21.01.2016 ha sospeso volontariamente la terapia di larazepam gocce e mineas per l’insonnia e citalopram.

Il 26.01.2016 si è presentata a letto, non ha comunicato con il medico, non ha risposto alle domande anamnestiche, si è presentata in lacrime.

Alle ore 8.15 dello stesso giorno, in evidente stato di agitazione, ha confidato qualcosa della propria vicenda processuale al personale penitenziario e alle ore 12 si è presentata disorientata nel tempo e nello spazio, ha accennato a delle arance rubate e pertanto è stata richiesta visita psichiatrica urgente. Ha raccontato di aver fatto colloqui con un amico del padre e di aspettare il marito che la veniva a prendere. Tutto ciò fino al 01.02.2016.

Dal 02.02.2016 è nuovamente orientata nel tempo, riferisce confusione in mente, viene aumentato il Tavor.

In data 29.01.2016, sottoposta ad interrogatorio da parte del pubblico ministero, ha manifestato assoluta incoscienza del luogo in cui è detenuta e dei motivi della detenzione, ha iniziato a cantare la canzone “ti regalerò una rosa” di Cristicchi.

Ha riferito di essere da due giorni ospitata presso la casa Circondariale, che definisce ospedale, perchè accusata da una terza persona di aver raccolto delle arance in terreno altrui.

Ha riferito che il giorno corrente è il 19.11.2014 e che tra due giorni il marito Davide la verrà a prendere e festeggeranno insieme l’anniversario di matrimonio.

A fronte del variegato e anomalo quadro psicologico di Veronica Panarello, è stata avanzata richiesta di giudizio abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica.

I periti hanno concluso, ritenendo che “Panarello Veronica presenta tratti disarmonici della personalità. Il complesso di elementi clinici e psicodiagnostici raccolti non consente di mettere in luce disturbi mentali clinicamente rilevanti, secondo il DSM.

All’epoca dei fatti e con riferimento ad essi, ella aveva la capacità di intendere e di volere”.

I consulenti della difesa dell’imputata, invece, hanno ritenuto che Veronica Panarello è portatrice di un “disturbo di personalità Nas di tipo istrionico e dipendente, ritenendo tale disturbo grave e quindi rilevante ai fini del vizio parziale di mente.

Tale valutazione, effettuata dai consulenti della difesa, non è il frutto di una sopravalutazione dei molteplici test effettuati su Veronica Panarello, bensì è il risultato di un’attenta analisi degli stessi, ed in particolare dei vari colloqui clinici effettuati all’interno della Casa Circondariale di Piazza Lanza, dei test di valutazione della personalità somministrati alla stessa e della risonanza magnetica funzionale.

Ciò che non si comprende è come abbia potuto il Decidente, appiattendosi sulle considerazioni effettuate dai periti in sede di perizia, ritenere che, a fronte di una diagnosi di “personalità Nas” effettuata a Barcellona Pozzo di Gotto e del riconoscimento di tratti “disarmonici della personalità con prevalenza di aspetti istrionico-narcisistici”, ritenere che in ogni caso ciò che difetta “è un disagio clinicamente significativo o la compromissione del funzionamento sociale o lavorativo della persona che la Panarello non ha mai dimostrato”.

Occorre rilevare come i consulenti della difesa, si sono trovati in forte motivato disaccordo con i periti sulle conclusioni dagli stessi raggiunti in tema di psicopatologia.

Avuto riguardo agli accertamenti psicodiagnostici e strumentali, il ragionamento che ha portato i periti a declassare loriginaria diagnosi di Disturbo di Personalità effettuata da ben due strutture pubbliche (SPDC di Ragusa e in seguito OPG di Barcellona Pozzo di Gotto) al più innocuo tratto disarmonico di personalità, poggia sostanzialmente sui colloqui clinici effettuati sulla perizianda che, tuttavia, si pongono in contrasto sia con la corposa anamnesi, sia con i risultati dei test somministrati e sia con la risonanza magnetica funzionale.

In definitiva, per quanto riguarda le caratteristiche cliniche, i consulenti della difesa concordano coi periti quando depongono per lassenza di disturbi nellarea psicotica e del pensiero, ritenendo però che nellarea dei disturbi di personalità i test evidenziano due aspetti: quello relativo alla personalità istrionica e quello relativo alla personalità dipendente.

I periti riducono la rilevanza di questo dato quantitativo, ritenendo che sono da considerarsi tratti e non disturbi di personalità.

La differenza tra tratti e disturbi, qualora si volesse continuare a seguire questa logica, andrebbe allora stabilita sullanamnesi e sullo status del soggetto.

I valori dei punteggi ai test osservati, concordemente e uniformemente, sono indicativi di una persona che ha dei valori conformi ai protocolli di rilevanza clinica.

Certo, se la vita e lanamnesi della Panarello fossero state completamente mute, si sarebbe potuto dedurre che la stessa ha una organizzazione di personalità con tratti istrionici, ma, invece, l’anamnesi non è affatto muta ed è orientata inequivocabilmente verso un disturbo di personalità.

Evidentemente i periti hanno ritenuto che nella vita della Panarello non si siano mai verificati episodi di rilievo clinico degni di nota caratterizzabili in senso epitimico, nonostante appaia che gli stessi hanno raccolto una anamnesi abbastanza accurata.

Si può serenamente affermare, senza timore di essere smentiti, nonostante lautorevole ma presbite parere dei periti, che dal punto di vista interpersonale la Panarello non è molto adeguata.

Tutti gli elementi anamnestici sopra rappresentati sono presenti nella relazione peritale e non appaiono essere smentiti dai periti.

Peraltro, va rilevato che, sotto il profilo medico legale le precedenti diagnosi della Panarello sono documentalmente acquisite e, come tali, vanno considerate certe. Emedico-legalmente improprio affermare che la diagnosi di disturbo di personalità borderline è errata, come implicitamente suggeriscono i periti, mentre, casomai sarebbe più opportuno affermare che nel corso del tempo non si è osservata una strutturazione completa della personalità in senso borderline (anche perché la diagnosi era stata proposta a 16 anni), ma che allepoca il funzionamento era borderline.

E’ necessario, inoltre, rilevare che il colloquio è uno strumento importante in ambito psicologico e psichiatrico. Esso permette, attraverso la formulazione di domande, di sondare molteplici aspetti della vita del soggetto: storia personale, caratteristiche personologiche, relazioni familiari e sociali.

Inoltre, il colloquio fornisce un setting di osservazione del comportamento del soggetto e delle sue capacità di relazione interpersonale. Il colloquio clinico si configura, pertanto, come un elemento fondamentale dell’esame psicodiagnostico.

Se condotto in modo approfondito, esso è adeguato a rilevare psicopatologie evidenti e conclamate.

Tuttavia, il colloquio clinico non strutturato, quale è stato quello utilizzato dai periti, è molto flessibile, ma paga il prezzo della sua flessibilità. Infatti la concordanza nella diagnosi tra esaminatori è pari al 53.8% quale livello di precisione e il 53.8% è inaccettabile in materia penale per escludere o diminuire la imputabilità di un soggetto.

Per superare l’intrinseca soggettività del colloquio clinico ad uso diagnostico, sono stati proposti degli schemi di intervista semistrutturata (es. SCID, arrivata ormai alla nona revisione, strumento ormai consolidato e validato in più di 1000 pubblicazioni scientifiche) nei quali schemi viene predefinito un percorso nell’ordine delle domande e inoltre vengono definiti dei criteri per valutare qualitativamente le risposte.

Queste metodologie, non utilizzate però dai periti, migliorano notevolmente la concordanza diagnostica che risulta salire all’ 85.7%.

Si può pacificamente affermare che i periti hanno basato le loro conclusioni centrali per la valutazione relativamente al vizio di mente, su una procedura valutativa ad alto tasso di imprecisione e cioè sulla base del solo colloquio clinico non strutturato. 

Cosa ancora più grave, è dovuta al fatto che i dati del colloquio clinico sono stati sopravvalutati rispetto alle precedenti diagnosi e ai dati dei test psicopatologici che sono chiaramente indicativi di un disturbo di personalità. 

È opportuno ricordare, infatti, che sempre le medesime ricerche in merito all’accuratezza della diagnosi in ambito psichiatrico, dimostrano come l’imprecisione del colloquio clinico sia nettamente superata dai test psicopatologici che, nel caso della Panarello, sono stati somministrati ripetutamente con risultati concordi ed indicativi della sussistenza di un disturbo di personalità.

A fronte di un quadro clinico così vario e complesso per il quale i Periti, pur escludendo l’incapacità del soggetto o la sua minorata capacità di intendere e di volere, hanno comunque affermato che “non intendiamo affermare che detti tratti siano da considerare irrilevanti nelle scelte operate dalla perizianda, ribadiamo solo un elementare principio di separazione tra tutto ciò che è una infermità di mente rilevante, in senso medico legale, ai fini di un giudizio di imputabilità”,il Decidente ha ritenuto, in contrasto con tutte le risultanza processuali tecnico-scientifiche, che Veronica Panarello fosse affetta dalla “Sindrome di Medea”

E’ vero pertanto che la sentenza è assertiva, così come è vero che il Giudice è certamente peritus peritorum, ma pur sempre, nel proprio giudizio valutativo e discrezionale, deve ancorare il convincimento a quanto emerge dagli atti processuali ed in questo caso a quanto emerge da perizie tecniche e consulenze di parte.

In buona sostanza, il disturbo di personalità, che era già stato diagnosticato in precedenza da ben tre gruppi di clinici che avevano avuto modo di esaminare la Panarello, è stato, in contrasto con le precedenti diagnosi, declassato dai periti in più innocuo “tratto di personalità disarmonica” e gli stessi sono stati, pertanto, costretti a dire che tutti coloro che hanno in precedenza valutato la personalità della Panarello hanno errato nella diagnosi.

Per operare tale esegesi sono stati costretti a dare un peso improprio al colloquio clinico, a sottovalorizzare il risultato dei test psicopatologici e, ancor più grave, ad ignorare i risultati delle neuro immagini, cioè delle tecniche che servono a studiare la struttura del cervello e il suo funzionamento e che nel caso della Panarello risultano essere chiaramente patologici ed infine a surclassare il dato anamnestico.

Con ciò non si vuole dire che le neuro immagini da sole sono sufficienti a formulare una diagnosi di disturbo di personalità, ma se la presenza di un cervello alterato è supportata dai risultati dei test psicopatologici e da una anamnesi corposa e univocamente diretta, allora sono certamente da considerarsi di ausilio per la formulazione di una diagnosi in tal senso.

Se, infatti, la personalità della Panarello fosse risultata normale, anche se pur disarmonica, il cervello della Panarello avrebbe dovuto essere indistinguibile da quello dei normali.

Altrimenti non si spiegherebbe come sarebbe possibile avere una personalità normale in un cervello anormale guarda caso proprio nelle strutture nervose coinvolte nella personalità.

A questo proposito vale la pena di ricordare che l’avanzamento delle conoscenze scientifiche che hanno portato la psichiatria oltre quanto noto fin dagli anni 50 del secolo scorso, consiste esattamente nell’aver scoperto che ogni malattia mentale ha un correlato nervoso.

Il rifiuto dei Periti di tener conto di questi avanzamenti, con giustificazioni bizantine ed acrobatiche, fornisce una misura della inadeguatezza scientifica del loro prodotto.

Sono queste le motivazioni per le quali si insiste per la rinnovazione del dibattimento tramite una nuova perizia che possa lumeggiare meglio la personalità di Veronica Panarello sotto il profilo psichiatrico e fornire nuova luce in una vicenda processuale che, a parere di questa difesa, presenta ancora tratti molto oscuri e per nulla chiariti.

Ad interessare la difesa della Panarello è soprattutto il fatto che siano state ignorate totalemnte le valutazioni della consulenza di parte che conducevano, e lo fanno anche in sede d’appello, verso la linea difensiva che vede il coinvolgimento attivo di una seconda persona dominante sulla scena del crimine. Una persona in grado di deresponsabilizzare la Panarello anche dal fatto di non aver agito per salvaguardare il figlio assistendo al suo omicidio  ( punto questo su cui il giudice di primo grado e’ tornato più volte sottolineando il fatto che il piccolo Lorys avrebbe potuto essere salvato anche dopo l’aggressione ).

Ecco quindi il passaggio interessante del ricorso:

nella Panarello la presenza di una organizzazione di personalità patologica e tale da presentare valore di malattia in senso medico-legale, i cui aspetti salienti sono la dipendenza, l’istrionismo e la tendenza dissociativa.

In conclusione, ritiene questa difesa appellante che tutti gli aspetti sopra rappresentati e meglio delucidati nella consulenza di parte a firma dei Prof. Sartori- Pietrini, alla quale ci si riporta per relationem, non solo incidono sull’imputabilità, ma sono anche fortemente esplicativi della dinamica criminale che si è andata incardinando e della succubanza della Panarello rispetto a terzi dominanti, come anche dell’amnesia successiva.

Di fatto l’aspetto dipendente istrionico è stato quello dominante nella situazione in cui si è verificato l’omicidio, ponendo la donna in una condizione di succubanza, mentre quello istrionico ha favorito lo sviluppo dell’amnesia dissociativa successiva al crimine.

La difesa quindi gioca le sue carte sollevando un duplice dubbio: da un lato in merito al mancato accoglimento delle proprie consulenze e delle loro conclusioni, dall’altro la contraddizione che esisterebbe tra le conclusioni della perizia e la sentenza di condanna:

Se si afferma, come ha fatto il Giudice, che la libera autodeterminazione della Panarello era limitata da un quadro clinico (sindrome di Medea) che l’ha portata all’azione, si deve trarre la conseguenza che l’atto non era pienamente autodeterminato ma limitato nelle sue opzioni dalla sussistenza di tale sindrome di Medea.

In altri termini, non può non notarsi una grave illogicità nella motivazione della sentenza, laddove, da una parte, si nega che il disturbo possa essere ricondotto ad una alterazione psichica di diversa gravità e dall’altra si recupera una figura psicopatologica chiamata sindrome di Medea e non ancorata comunque a nessuna risultanza peritale.

Fino a qui, le considerazioni dell’avvocato Villardita in merito alla richiesta di una nuova perizia psichiatrica. Nei prossimi articoli affronteremo altri aspetti del ricorso in Appello.