“QUER PASTICCIACCIO BRUTTO ” DI STASI CONTRO SEMPIO…

 

Ing.Paolo Reale - difesa BuonincontiPaolo Reale, e’ stato consulente di Parte Civile al processo per la morte di Chiara Poggi, ma era anche il cugino della vittima di quel delitto.  Ha ricostruito per NERA E DINTORNI l’ultimo strascico giudiziario della vicenda, ovvero il tentativo di riapertura del caso compiuto dalla difesa di Alberto Stasi, l’uomo condannato in via definitiva per la morte di Chiara. A pochi giorni da un nuovo ricorso in Cassazione sempre da parte dei legali di Stasi, pubblichiamo l’articolo di Paolo Reale, per fare chiarezza sul ‘ CASO SEMPIO’. Si tratta di un racconto, per quanto soggettivo, lucidamente ancorato agli atti dell’inchiesta e del processo.

 

 

 

 

 

 

 

Il 19 dicembre 2016 il Corriere della Sera, con due pagine intere della propria edizione cartacea, informava tutta l’Italia che il “il DNA sotto le unghie di Chiara è di un giovane che la conosceva“, e con questa rivelazione choc introduceva quella che –ad avviso dei ben informati redattori- era la “prova regina per anni ignorata” nel processo contro Stasi.

Con questo colpo di cannone veniva dato il via all’iniziativa giudiziaria della Difesa di Stasi, circa un anno dopo la conclusione del processo per l’omicidio di Chiara Poggi, che ha visto nel 2015 la definitiva condanna di Alberto Stasi a 16 anni di carcere quale responsabile dell’omicidio.

Il 23 marzo 2017, a distanza di poco più di 3 mesi da quel giorno, dopo accurate indagini compiute dalla Procura di Pavia, innescate dall’obbligo di azione penale a fronte dell’esposto depositato, è emersa una verità molto differente da quella dipinta inizialmente nelle citate pagine del quotidiano.

Non è semplice raccontare questa storia, in quanto è il frutto dell’intreccio di numerosi piani di attività e di azioni, avvenute dentro e fuori dai Tribunali, alcune delle quali ancora non perfettamente chiarite oggi, ma sulla vicenda è doveroso fare uno sforzo attento per comprendere come sia possibile che tutto questo sia realmente avvenuto, superando in molti aspetti anche la stessa letteratura. Ma soprattutto –purtroppo- superando quelli che avrebbero dovuto essere i naturali filtri, anche di buon senso, che avrebbero dovuto fare in modo che si evitasse di additare un ragazzo totalmente estraneo come un potenziale assassino, dopo che un completo ed esaustivo iter giudiziario si era già ampiamente concluso.

Questo racconto di quello che è avvenuto è un doveroso contributo a fare chiarezza: in primis per la vittima Chiara Poggi, per Sempio, per il sistema Giudiziario Italiano e per tutti i protagonisti della lunga vicenda giudiziaria, ma anche e soprattutto perché solo cercando di individuare gli errori e le superficialità commesse in questo infelice extra-capitolo del processo di Garlasco si possa pensare che, domani, non esisterà più un altro “Sempio” additato da troppi come capro espiatorio di una vicenda giudiziaria solidamente chiusa dopo 5 gradi di giudizio.

 

Questo è lo sforzo che farò in questa ricostruzione, ancorandomi il più possibile ai dati oggettivi e con un approccio orientato agli aspetti “tecnici”, al fine di poter discriminare al meglio, e distinguere, le mere opinioni o valutazioni soggettive da quelli che sono gli elementi concreti e reali.

 

 

L’ACCUSA “SEGRETA” DELLA DIFESA DI STASI

 

E’ giusto cominciare questa storia proprio attraverso il racconto che ne hanno fatto i media, non solo per l’anomala irruenza a carattere quasi ‘esplosivo’ della notizia e –probabilmente- anche per una repentina valutazione nell’affrontare il tema di un’accusa così grave pur a processo concluso, ma anche per il fatto che solo attraverso i giornali è stato possibile venire a conoscenza dell’indagine difensiva, e subito dopo anche del nominativo del soggetto accusato all’esito di tali attività.

La parte offesa, ovvero la famiglia e i legali di Chiara Poggi, sono rimasti del tutto all’oscuro di ciò quello che era stato fatto, potendolo scoprire solo tramite quello che emergeva dalla stampa, con uno stillicidio di dettagli e novità dipanate con cadenza pressoché quotidiana… E’ certo, però, che la grande segretezza ( prevista dalla legge ) delle indagini difensive da un lato e i dettagli forniti dalla stampa dall’altro, destano qualche più che ragionevole perplessità.

Questo “segreto”, dunque, sembrerebbe non mantenuto per alcune testate giornalistiche, sebbene in diverse trasmissioni televisive la difesa di Stasi ha tenuto a precisare che nessuna informazione proveniva da loro o da qualcuno dello staff di investigatori e consulenti. Tuttavia è incontestabile che solo loro e la Procura Generale di Milano avevano la disponibilità di quei documenti: che conclusioni dovremmo trarre quindi? Io sarei curioso di capire, ma chi di dovere farebbe bene a porsi la stessa domanda: chi e come ha dato in pasto alla pubblica opinione il nome di un estraneo additandolo come un potenziale assassino, quando il suo nome neppure era stato iscritto nel registro degli indagati?

 

E così, in questo limbo, senza atti alla mano, abbiamo visto apparire quello che siamo abituati a sentire solo negli slogan pubblicitari. Di tutto e di più.

Capelli “mai analizzati” tra le dita di Chiara, misure di scarpe molto “elastiche”, chiamate al cellulare della vittima mai avvenute, fantasiose re-interpretazioni di dati già ampiamente valutati, neppure ripresi correttamente… Ogni giorno telefonate da parte di giornali e TV, per chiedere un commento o una spiegazione al ‘nuovo’ elemento che era emerso da chissà dove, come se volontariamente qualcuno avesse gettato all’aria il puzzle così pazientemente ricostruito dopo anni, per poi chiedere conto di ogni singola tessera, anche di quelle che non ne facevano neppure parte…

E noi, ogni volta, ricominciando a spiegare, a chi ha avuto la pazienza di ascoltare, ogni dato, da quello che era certo a quello che evidentemente era una valutazione ‘di parte’, a ricordare che non c’era una nuova ‘perizia’, ma una nuova ‘consulenza di parte’, che non era stata sottoposta ad alcun contraddittorio, anzi, che il contraddittorio era già avvenuto in sede di processo ed era stato esauriente e completo…

Per non parlare poi dei gruppi sui social, nati su quella spinta mediatica, che hanno preso come Vangelo ogni singola notizia, pronti a sovrascrivere la storia, non lesinando caustici commenti nei confronti di tutti quelli che avevano partecipato al processo, come se fossero stati tutti incapaci conclamati.

Perché solo adesso ‘La Verità’ era stata annunciata. Tweet di fuoco contro giudici, magistrati, consulenti, post offensivi e minacce esplicite nei confronti del nuovo ‘presunto colpevole’, fino ad arrivare perfino alle invettive a tutti i componenti della difesa della parte civile, e –superando ogni umana pietà- alle offese alla famiglia della vittima di un omicidio!

Un’autentica follia, che invece di essere stigmatizzata, qualcuno ha anche ritenuto di segnalare come movimenti di pensiero e di opinione a legittima difesa di un carcerato. Anche su questi aspetti, che non sono certo ‘nati’ con questo caso, e sono spesso alla base di altri episodi spiacevoli (quando non gravi) di odio sul web (il fenomeno dei cosiddetti ‘haters’), sarebbero ampiamente meritevoli di altri approfondimenti.

 

Oltre a quanto sopra, come ulteriore “giallo nel giallo”, anche l’impossibilità di capire l’esatta genesi di questa infausta appendice: l’istanza è stata presentata alla Procura Generale di Milano il 13 dicembre dal collegio difensivo di Stasi “affinché l’Ecc.mo Procuratore Generale si compiaccia valutare la portata degli elementi enucleati nella Relazione delle indagini private allegata, disporre ogni attività investigativa ulteriore che fosse ritenuta necessaria”.

 

Per chi non conosce gli aspetti procedurali, è ancor più singolare che la richiesta di revisione non sia stata depositata dai legali di Stasi, come disciplinato dal codice di procedura penale, direttamente innanzi alla Autorità Competente (nel caso di specie la Corte di appello di Brescia) ma sia stata investita di una richiesta di questo tipo la Procura Generale di Milano, che nel corso dei diversi processi aveva sempre chiesto per Stasi il massimo della pena prevista.

Forse un tentativo di far cambiare idea alla Procura?

Peraltro, detta richiesta, basandosi sulla mera indicazione di scenari investigativi necessitanti di approfondimenti (descritti però come ‘gravemente indizianti’), non avrebbe potuto avere in sé una reale capacità persuasiva e denotava ictu oculi tutta la propria debolezza. Tant’è che pochi giorni dopo, con provvedimento emesso in data 20.12.2016, il Procuratore Generale trasmetteva copia dell’istanza alla Procura di Pavia territorialmente competente in ordine all’omicidio commesso a Garlasco, “con richiesta di comunicazione degli esiti della attività investigativa per le opportune valutazioni in ordine all’attivazione di richiesta di revisione sollecitata dalla difesa e comunque per la trasmissione alla Corte di Appello di Brescia”.

 

La famigerata “Richiesta di revisione”, oltretutto, non era nemmeno presente nell’istanza, tanto è vero che – come ben precisa la Corte di Brescia nell’ordinanza del 24 gennaio 2017 -,nella dichiarazione di “non luogo a provvedere”, – scriveva: “non risulta infatti alcuna richiesta formulata dalla difesa del condannato, la quale ha solo depositato presso la Procura Generale gli esiti delle investigazioni difensive chiedendo l’attivazione di indagini (che gli stessi legali indicano come necessarie, così implicitamente reputando gli elementi raccolti dalla società di investigazione non autosufficienti ai fini della revisione del processo)

 

In tutti i casi, grazie all’autorizzazione della stessa Corte di Brescia, abbiamo finalmente potuto leggere, a gennaio, ‘l’attività di investigazione’della difesa di Stasi, e la ‘scoperta’ del DNA di Sempio. Sebbene incompleto, in quanto poi siamo venuti a conoscenza di ulteriori documenti depositati, l’insieme di elementi raccolto è apparso immediatamente inconsistente, ma sarà oggetto di un approfondimento più avanti. Vediamo intanto cosa è apparso in quel fascicolo di indagini difensive.

 

IL DNA DELLA DISCORDIA

Prima di affrontare il capitolo relativo alla “scoperta” del Consulente Tecnico della Difesa di Stasi, è utile riepilogare l’esito delle attività esperite in contraddittorio durante le fasi processuali del 2014, cominciando col ricordare che la richiesta di ri-analizzare i margini ungueali della vittima risale al 2011, quando la Parte Civile, all’inizio del processo di appello (il primo), lo propose insieme ad altri approfondimenti, come il completamento della perizia cosiddetta della “camminata” (rimasta incompleta in primo grado di giudizio), l’analisi del DNA mitocondriale del capello rimasto tra le mani della vittima e il sequestro della bici nera da donna a disposizione della famiglia Stasi.

 

I due approfondimenti sui DNA così richiesti nascevano dalla necessità di completare le analisi, ed erano intesi, ovviamente, a 360 gradi poiché nessuna indicazione era possibile avere -a priori- sulla possibilità che vi fossero altri soggetti sulla scena del crimine: di fatto l’eventuale effettiva presenza di DNA di Stasi in questi reperti avrebbe potuto avere comunque una spiegazione estranea all’azione omicidiaria, mentre altre evidenze avrebbero dovuto suscitare opportune riflessioni.

A questa richiesta la Difesa di Stasi si oppose, e la Corte decise, nel corso del primo processo di appello del 2011, che nessuno degli approfondimenti richiesti dalla Parte Civile fosse utile per il procedimento contro Stasi.

Decisione che fu poi completamente rivista dalla Cassazione nel 2013, che riconobbe l’effettivo valore di tali ulteriori accertamenti, esprimendosi nel senso che “l’interesse preminente dello Stato di punire il colpevole e di assolvere l’innocente impone che la condanna o l’assoluzione non conseguano a carenze probatorie colmabili”.

 

Per questo, nel 2014, durante il processo di appello-bis, la Corte dispose lo svolgimento delle perizie richieste anni prima, tra i quali gli “accertamenti genetici sul ‘reperto capello’ rinvenuto nella mano sinistra della vittima, nonché sui margini ungueali della stessa, da effettuarsi tenuto conto delle più avanzate tecniche adottabili”, nominando il Prof. De Stefano come perito.

 

Le attività peritali, svolte in perfetto contraddittorio tra le Parti, quindi con la partecipazione dei consulenti tecnici della Procura, della Parte Civile e della Difesa, hanno portato a concludere per l’impossibilità di trarre delle conclusioni certe in merito alla presenza di DNA riconducibile a soggetti identificabili.

 

L’unico elemento certo, oltre alla presenza di DNA della vittima, è anche la presenza di DNA maschile, individuato dalla presenza del cromosoma Y. Detto cromosoma, tuttavia, non è per sua natura utilizzabile per l’identificazione, trattandosi di un carattere comune a tutta la linea famigliare maschile.

 

Ma a rendere definitivamente impossibile qualunque possibilità di confronto, è il fatto che le 3 ripetizioni effettuate in laboratorio hanno portato a 3 risultati diversi tra loro, facendo venir meno la ‘replicabilità’ dei risultati. Questo è stato sinteticamente inserito in relazione nelle conclusioni della perizia De Stefano, che si riportano qui di seguito

 

Durante l’udienza, nel contro esame condotto dalla Difesa di Stasi, sono stati meglio precisati diversi dettagli, che per la loro importanza è bene riprendere anche qui:

 

In merito al fatto che non vi è la ‘ripetibilità’ delle diverse amplificazioni, ovvero che ogni analisi fa emergere dati che non sono coerenti tra di loro, e sull’impossibilità di attribuire un valore scientifico a dei risultati così aleatori, così si è espresso il perito:

Allora dico benissimo: vediamo se la replica mi ha permesso di confermarne qualcuno, siamo al secondo dito mano destra, secondo dito mano destra, non ho nessuna conferma dei primi due, non mi viene nulla. Mi continua venire questo, scusate il termine, lo chiamiamo panettone spurio perché viene questo ammasso di chissà cosa, fuori però dall’identificazione, mi spunta fuori un 17 in un carattere, che prima non c’era, mi spunta un altro carattere in un punto in cui qui c’era il 12 e qui c’era il 13, e quindi a questo punto qui quale sarà quello vero? Il 12 o il 13? E soprattutto ho un carattere, questo, che sembrerebbe avere dato una risposta spropositata rispetto al nulla del precedente. Sono chiari i motivi che mi hanno indotto a dire: io non posso interpretare compiutamente nulla? Dicono che mi piacciono di più i risultati ottenuti con 5 microlitri oppure dico che mi piacciono di più i risultati ottenuti con la replica? E sulla base di quale valutazione scientifica io posso dire che mi piacciono di più i risultati di una reazione piuttosto che i risultati di un’altra? Posso dire che sono più o meno puliti ma non posso dire, se sono diversi, che questi sono giusti e quelli sono sbagliati perché questo sarebbe del tutto arbitrario. Se io facessi l’interpretazione così, probabilmente nella mia società scientifica mi butterebbero fuori, perché mi direbbero: “Come ti permetti di dire questo?” perché sarebbe assolutamente arbitrario, mettendoli accanto, proprio i primi due, che sono questi due e questi due, qui ci sono i risultati, qui non ce n’è nessuno. Allora cosa dico? Siccome mi conviene di più perché qui il risultato c’è, tengo buoni questi due e poi vado avanti? No, il risultato lo prendo tutto per intero, c’è o non c’è.”

 

In merito al motivo per cui sono stati comunque esperiti più tentativi di amplificazione (le 3 ‘repliche’), così spiega:

Dove è venuto qualcosa, mi scusi, una premessa, se noi non avessimo ottenuto nulla, neanche nella seconda prova, non avremmo sicuramente fatto la terza perché avremmo detto: “Abbiamo fatto due prove, una addirittura usando 5 volte il volume, continua a non venire niente, ci fermiamo”. Cosa ci ha spinto a dire: “Facciamo la terza” perché noi abbiamo trovato risultati non sempre belli e non sempre affidabili, tipo questo, che ci ha detto: “Mah, vediamo con una terza prova cosa eventualmente si può confermare”. Perché poco affidabili? Perché in realtà, se noi guardiamo, ci sono dei frammenti di cromosoma y, dove ci dovrebbe essere un unico risultato e ce ne sono due, il che vuol dire che lì, se va bene, ci sono due DNA diversi, se va bene. Se va male, c’è stata una degradazione. Siccome però è un risultato unico, io cosa devo fare? Devo prendere questo dato e devo, quinto dito mano destra, confrontarlo con quinto dito mano destra della replica. Okay. Questo è il risultato. Qui tutti risultati molto belli, sembravano molto belli, che c’erano nella prova 5 microlitri, sono tutti scomparsi, tutti! Non ce n’è neanche uno nella prima riga. Nella seconda compare un carattere diverso perché qui è 18 nel prima e un 17, cioè nella seconda, scusi, c’è prima un 18 che poi diventa nella seconda un 17, poi compare un carattere 14 nella seconda, che nella prima non c’è, e così via. A questo punto, mi scusi, come dicevo prima, con quale logica io mi permetto di dire che questi risultati, siccome mi piacciono di più, sono giusti, e gli altri, siccome mi piacciono di meno, sono sbagliati. Non c’è una logica scientifica che mi possa sostenere. Io devo dire, cosa che ho detto: questi risultati non mi permettono di fare alcuna affermazione perché sono contraddittori.”

 

In merito alle possibili conclusioni di risultati così contraddittori, e quindi alla possibile attribuzione a Stasi, o ad altri, questa è la spiegazione fornita:

a causa della degradazione e della verosimile contaminazione ambientale – da che cosa, non me lo chieda – non vi è la possibilità di un’indicazione positiva di identità, né si può escludere che nel materiale sia presente anche il DNA dell’Imputato”. Cioè io non sono in grado di dirvi se lì dentro c’è il DNA di Alberto Stasi? La risposta è: non lo so. Potrebbe esserci, potrebbe non esserci perché, visti i risultati, non so quante volte l’ho detto, visti i risultati non sono in grado di fare, nessuno, credetemi, scusate la presunzione, è in grado di fare una conclusione diversa, cioè di dire: “Ah, posso escludere che ci sia il DNA di Tizio invece che di Caio – oppure – posso affermare che ci sia il DNA di Tizio invece che di Caio”. “La qualità dei risultati ottenuti mi obbliga a fermarmi un passo prima” e a dire: c’è del DNA maschile, tenete presente che poi io non so come ci sia finito, quando ci sia finito, perché ci sia finito.

 

Per quanto riguarda infine il problema della tipologia di reazione chimica, avvenuta con quantità infinitesimali di materiale, e quindi sulla concreta possibilità che queste creino anche dei risultati differenti dal dato originale (il problema dei cosiddetti “artefatti”, ovvero risultati che derivano dalla reazione e non dal materiale) queste sono le parole usate:

E quindi è inimmaginabile che, in uno spazio, in un volume così, con la quantità di reattivi presenti, non ci sia un’influenza l’uno con l’altro. Se io dico, come ho provato a dire prima, forse Sono spiegato male, se io ottengo due conferme, lasci perdere cinque o sei, ma tutte e due uguali, allora posso dire: “Quelle due si confermano tutte e due e l’altro nulla”. Allora posso dire così. Ma se io ottengo un marcatore, che era questo, quinto dito mano destra, in cui c’è il gata che si conferma, tra l’altro con una frequenza anche mediamente alta, e gli altri che nessuno degli altri è confermato, mi permetta, per me è fallita la reazione, non: “Quello è giusto e gli altri marcatori sono sbagliati

 

 

Dalla lettura di quanto sopra è chiaro che il perito ha ripetutamente, con diversi approcci, espresso sempre la stessa conclusione, in modo coerente e puntuale, e consente di comprendere meglio le conclusioni presentate in relazione, ovvero che:

  • le 3 ripetizioni di analisi dello stesso materiale presentano risultati che non combaciano mai;
  • all’interno di queste ripetizioni vi sono elementi che non trovano spiegazione se non per effetti della degradazione o come effetti collaterali della micro-reazione chimica;
  • considerare alcuni risultati come “veri” rispetto agli altri è arbitrario e privo di scientificità;
  • tutto il materiale biologico è stato “consumato” nelle ripetizioni effettuate;
  • nessuna conclusione di può trarre in merito alla presenza o meno del DNA di Stasi, e comunque “non vi è la possibilità di un’identificazione positiva di identità”.

 

Accanto a queste è tuttavia utile anche tornare su un punto che è stato anche recentemente contestato, in diverse occasioni, per far apparire come non lineare l’operato del perito:

il fatto che –pur in presenza di un risultato di fatto inutilizzabile- sia stato chiesto il prelievo del DNA di Stasi per un confronto.

In altre parole, la critica mossa -anche recentemente- è stata questa: perché il perito, in presenza di risultati che già tra loro erano incoerenti, ha comunque deciso di procedere col prelievo del DNA di Stasi?

L’interpretazione, molto sospettosa, di questo prelievo poi non utilizzato per il confronto è quella di far ritenere che in realtà le premesse per il confronto del DNA ci fossero, ma per qualche ragione “contro l’imputato” questo non sia poi stato fatto!

Si tratta di una contestazione alquanto di comodo, in quanto vorrebbe insinuare una sorta di ‘congiura’ contro Stasi, seguendo questa irragionevole logica: se il DNA fosse stato il suo sarebbe stato confermato nel processo, se il DNA non fosse stato il suo, si sarebbe dichiarata l’impossibilità del confronto.

Del resto oggi il complotto è sempre una pista alternativa  per qualunque fatto, perché non ipotizzarla anche qui?

 

Ciò non solo è lontano anni luce dalla realtà, ma era stato già affrontato nel corso dello stesso esame del perito nel 2014, e spiegato dallo stesso in modo esauriente e senza ombra di dubbio:

  • Allora, è chiaro che il prelievo io devo dire perché l’ho fatto e il prelievo l’ho fatto perché, qualora fosse stato possibile definire una ripetizione, mi serviva fare una comparazione sennò non sarei stato così privo di senso da chiedere un prelievo. E quindi se io scrivo che è stato fatto il prelievo al fine di procedere a un’eventuale comparazione, è quello che volevo dire.”
  • Avendo dei risultati, [la seconda ripetizione, che ha presentato dei valori più chiari della precedente, che tuttavia non si sono poi replicati nella terza, come già visto n.d.r.] ho detto: facciamo il prelievo perché, visto che ci sono dei risultati, non si sa mai, intanto facciamolo. Io non volevo disattendere il termine fissato dalla Corte del 22 e quindi, qualora ci fosse stata la possibilità di fare una comparazione, non volevo arrivare a un prelievo da fare a ridosso del 22 settembre, volevo fare un prelievo in maniera che ci fosse la possibilità di avere poi il tempo di un’analisi, come risulta da lì, fatta con più calma. Si era fissata la data ad agosto, mi si era detto: non è possibile perché gli Avvocati non possono essere presenti, in realtà poi quella data ad agosto, uno degli Avvocati dell’Imputato era presente

 

E, per concludere, è stato anche chiarito che “il DNA maschile estratto è stato esaurito, è stato tutto utilizzato per il compimento delle sue indagini? È stato tutto utilizzato per il compimento delle indagini. Sì, l’ho scritto perché comunque erano d’accordo con tutti i consulenti, ultima cartuccia che doveva essere sparata.”

 

In sintesi, quindi, abbiamo:

  • un DNA che fornisce 3 risultati diversi all’esito delle 3 amplificazioni effettuate ( tanto per comprendere meglio, quando un DNA è ritenuto “utilizzabile ai fini dell’identificazione” è perché nelle sue amplificazioni – o ripetizioni – da sempre gli stessi risultati: non cambia. Se cambia allora significa che non è utilizzabile. Quindi non si usa né per attribuire, né per escludere);
  • un DNA maschile di tipo Y, che non consente l’identificazione di una persona, ma di un ceppo famigliare;
  • un numero di caratteri, all’interno dei risultati ottenuti, del tutto insufficiente rispetto al totale dei caratteri riconoscibili nel cromosoma Y.

 

Ma se tutto era già stato definito fin dal processo,  come si è arrivati ad accusare Andrea Sempio ?  E’ quello che racconta Paolo Reale  nell’articolo: IL CONFRONTO AD OGNI COSTO