IL CONFRONTO A TUTTI I COSTI

Ing.Paolo Reale - difesa BuonincontiPaolo Reale, e’ stato consulente di Parte Civile al processo per la morte di Chiara Poggi, ma era anche il cugino della vittima di quel delitto.  Ha ricostruito per NERA E DINTORNI l’ultimo strascico giudiziario della vicenda, ovvero il tentativo di riapertura del caso compiuto dalla difesa di Alberto Stasi, l’uomo condannato in via definitiva per la morte di Chiara. A pochi giorni da un nuovo ricorso in Cassazione sempre da parte dei legali di Stasi, pubblichiamo l’articolo di Paolo Reale, per fare chiarezza sul ‘ CASO SEMPIO’.  Si tratta di un racconto, per quanto soggettivo, lucidamente ancorato agli atti dell’inchiesta e del processo.

 IL CONFRONTO A TUTTI I COSTI

 

Tutto quanto visto prima avrebbe dovuto far affrontare il tema di una potenziale identificazione in modo molto attento e prudente, e –al limite- avrebbe dovuto far ritenere qualunque risultato come un dato non dirimente, ma semmai di indirizzamento verso approfondimenti ulteriori. In altre parole, una sorta di ‘spunto’ investigativo il cui valore avrebbe dovuto essere semmai confermato e rafforzato -o il contrario- dalla presenza o assenza di ulteriori elementi.

Ma così non è stato. Nell’esposto presentato dalla Difesa di Stasi, uno dei documenti è una consulenza tecnica del genetista Dr. Linarello, il quale sostiene che a suo avviso il confronto è possibile.

Si fonda su questa valutazione:

Ordunque, sebbene tali profili non presentino carattere di riproducibilità è necessario precisare che sono comunque utilizzabili per un confronto, poiché presentano un’altezza dei picchi valutabile, ovvero uguale o maggiore a 100 RFU (si ricorda che la soglia minima di affidabilità del profilo è fissata a 50 RFU). Inoltre è necessario rappresentare che l’affidabilità di un profilo genetico è data dalla sua riproducibilità, evidenziabile in almeno due differenti analisi, o meglio in due differenti amplificazioni. Tuttavia, tali ripetizioni dovrebbero essere effettuate con gli stessi parametri e con le stesse quantità di estratto. L’approccio dunque tenuto dal Perito si discosta dalle indicazioni fomite dalla comunità scientifica circa la riproducibilità del dato, avendo amplificato gli estratti dapprima con 1µl di DNA e successivamente con 5µl.

Tuttavia, a parte le scelte del Perito, a parere dello scrivente tali profili genetici risultano comunque utilizzabili a fini investigativi, trattandosi di profili, che sebbene parziali, presentano un’altezza dei picchi decisamente alta.”

 

A parere dello scrivente vi è un’evidente contraddizione in termini: sostanzialmente si afferma che l’affidabilità di un profilo è legata alla sua riproducibilità, che già sappiamo che non c’è stata, ma che per una scelta effettuata dal perito (che il Consulente Tecnico di parte riterrebbe non corretta), questa riproducibilità è ulteriormente minata dal fatto che i parametri adottati tra le ripetizioni sono comunque differenti.

Al di là del fatto che le attività peritali si sono svolte nel perfetto contraddittorio tra le parti, tra i quali vi erano anche i consulenti della difesa (all’epoca però il Dr. Linarello non faceva parte del collegio difensivo di Stasi), è curioso che vengano a posteriori contestate le modalità di lavoro precedentemente accettate anche dai consulenti della difesa.

Tuttavia, anche volendo dare ascolto a questa critica, l’unica conclusione che se ne deve trarre, e semmai ancora più rafforzata, è che manca del tutto il criterio di replicabilità introdotto e motivato proprio dal Consulente Tecnico di Parte.

 

In poche parole, proprio secondo i criteri esposti “questo confronto non s’ha da fare”. E invece viene tutto ‘liquidato’ grazie ad una presenza di picchi ‘decisamente alta’.

Insomma, facendo una metafora, abbiamo 3 foto che fanno vedere in modo sfuocato tre soggetti diversi: in una non si vede niente, in un’altra vediamo qualcosa che sembra biondo, nell’altra invece pare castano, però possiamo scegliere una delle 3 foto perché pare più a fuoco. Sono queste le premesse che hanno comunque portato alla valutazione di procedere ugualmente con un confronto…

 

Confronto con esito ritenuto addirittura ‘perfetto’:

Dalla valutazione dei risultati analitici forniti in copia emerge una perfetta compatibilità genetica (profili identici) per le regioni interpretabili, tra il profilo del cromosoma Y estrapolato dal Prof. De Stefano sul 5° dito della mano destra e dal 1° dito della mano sinistra, con il profilo genetico aploide del cromosoma Y ottenuto dal cucchiaio e dalla bottiglia di acqua, analizzati dal Dr. Fabbri. E’ necessario precisare che il profilo dell’Y identifica tutti i soggetti maschi appartenenti al medesimo nucleo familiare (padre, fratelli, zii, nipoti, ecc.), pertanto esso non è utilizzabile per identificare un singolo soggetto.

 

Si parla di “perfetta compatibilità genetica” per “le regioni interpretabili”… Cos’è, un gioco di parole?

Se riprendiamo la metafora di prima, stiamo dicendo che di tutte le foto differenti ottenute dallo stesso negativo, stabiliamo che quella dove si vedono bene i capelli e il naso ci consentono di identificare in modo ‘perfetto’ il viso, limitatamente a capelli e naso… O non abbiamo capito niente o così appare…

In tutto ciò, ancora non è chiaro -e la lettura dei documenti presentati nell’esposto non aiuta a superare il dubbio- quale fosse l’elemento o l’intuizione che avrebbe dovuto innescare l’inseguimento di Sempio da parte degli investigatori ingaggiati da Stasi, che oltre a pedinare il ragazzo, gli hanno anche prelevato a sua insaputa il DNA per fare queste comparazioni… ma su questi temi torneremo più avanti.

 

 

GLI ULTERIORI ELEMENTI

 

Sebbene sia chiaro che –comunque- il dato tecnico sul DNA non possa essere dirimente, può essere considerato come uno spunto per un approfondimento: è il caso dunque di andare a vedere quali eventuali altri “indizi” esisterebbero.

Per mettere insieme qualche presunto elemento contro Sempio la difesa di Stasi si è avvalsa dell’agenzia di investigazioni “SPK”, che ha svolto le indagini difensive per loro conto, producendo una relazione conclusiva che vedremo qui di seguito.

Dalla lettura del documento si deve rilevare innanzitutto che fatti accertati in sede giudiziaria (e mai contestati dalla difesa) vengono riproposti in chiave differente:

si cita per esempio il fatto che i tentativi di chiamata effettuati sul telefono di Chiara Poggi potessero in realtà non essere stati effettuati da Stasi, mentre è proprio la perizia informatica nel 2009 a dare una spiegazione, recepita poi in sentenza di primo grado e mai contestata, sul fatto che vi sia perfetta compatibilità di questi contatti;

oppure l’affermazione che “Stasi non è mai sceso per le scale” quando è proprio Alberto Stasi a dire in sede di Sommarie Informazioni Testimoniali di aver sceso uno o due gradini…

Ve ne sono molte altre di queste ‘libere rielaborazioni’ degli atti, che non ha neppure senso prendere in considerazione se non in altre sedi più adeguate, come ad esempio seduti intorno al tavolino di un bar, in cui esporre qualunque congettura di legittima personale preferenza.

Vi è poi un capitolo ad hoc per Andrea Sempio.

In questo viene riepilogato il contenuto esistente in atti, in cui viene sempre proposta una lettura a carattere suggestivo dei dati processuali, come per esempio il fatto che nel corso della seconda audizione di Sempio presso i Carabinieri, questi sia “molto più preciso” rispetto all’anno prima.

Ora, come delucidazione per i non addetti ai lavori, un verbale di sommarie informazioni testimoniali, o Sommarie Informazioni Testimoniali o SIT, non riporta puntualmente l’iter di domande e risposte come in una trascrizione di un dialogo, ma semplicemente la sintesi delle risposte fornite… Se quindi sono poste più domande, vi saranno più spiegazioni, e se queste domande fanno riferimento ad elementi più precisi, vi saranno risposte più puntuali.

Ma la suggestione è un approccio metodologico che ha contraddistinto, come vedremo, molti dei presunti elementi raccolti e considerati “a carico” di Sempio.

 

Tra questi dobbiamo inserire anche (ma vedremo più avanti che ogni elemento ha una sua perfetta spiegazione):

  • l’ipotesi che Sempio abbia “insistentemente” chiamato Casa Poggi il 7 agosto (stiamo comunque parlando di 6 giorni PRIMA dell’omicidio) in funzione dell’esistenza di ben 2 chiamate della durata di 2 e 8 secondi (sic!);
  • l’ipotesi che la mattina dell’omicidio non si sia spostato a Vigevano, come da lui dichiarato, in quanto non veniva agganciata dal suo cellulare la cella di Vigevano;
  • il dubbio sulla nonna di Sempio che ricordava quanto avvenuto quella mattina, rimarcando come “risulta sorprendente la memoria della nonna del 1929”;
  • il dubbio sullo scontrino del parcheggio del giorno dell’omicidio “conservato intonso per più di un anno e portato spontaneamente in caserma” e definito anche come “maniacale ordine”;
  • l’affermazione che gli amici di Sempio “sono entrambi già lontani da Garlasco” alle 9:58.

 

Meritano invece una menzione a parte, fuori lista, le verifiche sui social, in cui sono state prodotte pseudo-interpretazioni su più meta-piani psicologici in relazione ad un’immagine postata il giorno della sentenza di condanna di Stasi, come anche le osservazioni sulla vita di Sempio, per il quale si legge che “emergeva la totale assenza di contatti umani e relazioni sociali”, descrivendo una “metodicità del tutto anomala, quasi “costruita”, priva di qualsiasi relazione affettiva, amicale o di altro genere”.

Ancora adesso, rileggere questi passaggi, lascia un enorme senso di inquietudine, pensando che qualcuno, un estraneo, possa venire ad osservare tramite un binocolo la vita di una persona formulandone poi giudizi di natura soggettiva, particolarmente negativi, (  e non supportati né verificati in modo puntuale… ) ai quali dare valenza di fonte di prova.

 

Per non parlare delle palesi omissioni dei dati processuali emersi, come in particolare in relazione al DNA sotto le unghie della vittima, che viene in questa relazione proposto come “elemento neutro, benché l’accusa prima e i giudici poi lo avessero suggestivamente e potenzialmente connesso all’asserita presenza di graffi sul braccio di Stasi”.

E’ bene ribadirlo anche in questa sede che è pacificamente rilevabile che questo dato non è stato considerato semplicemente ‘neutro’, come se fosse ambivalente, ma anzi è stato indicato come del tutto estraneo.

Nelle motivazioni di condanna si legge infatti che “la Corte non ha attribuito particolare rilevanza ai graffi”, che il DNA poteva essere “già presente prima dell’omicidio” e che “la dinamica dell’aggressione evidenzia come Chiara non abbia neppure avuto il tempo di reagire”.

Tornando quindi alla relazione investigativa prodotta dalla difesa di Stasi, il fatto che “pareva chiaro che la presenza di DNA maschile sulle unghie della vittima fosse senza dubbio un elemento qualificante” risulta –come ben espresso in sentenza- un dato non dirimente, ancor prima di poterlo eventualmente associare a chiunque.

 

Dopo aver riassunto gli elementi già indicati, ma soprattutto senza aver affrontato in nessun passaggio gli altri indizi esistenti ed emersi in fase processuale contro Stasi, e come questi dovrebbero essere riletti in differente chiave, le conclusioni tratte nel rapporto investigativo sono particolarmente forti:

elementi raccolti su SEMPIO Andrea, analizzati e considerati in maniera complessiva, si ritengono genuini e gravemente indizianti in ordine all’omicidio in trattazione”.

Personalmente, se avessi letto questo “castello accusatorio” in un romanzo giallo, avrei trovato il tutto irrealistico e considerato che l’autore volesse trarre favore da un’ampia e libera licenza letteraria. Eppure è così, c’è scritto per davvero, e tutto questo è successo veramente!

 

GLI INDIZI CONTRO STASI EMERSI NEL PROCESSO

 

Chissà per quale motivo, probabilmente il fascino della scoperta potenzialmente clamorosa, o forse solo l’interesse –da più parti- a ‘cavalcare’ l’ondata emotiva che questo caso ha suscitato fin dall’inizio, sta di fatto che davvero pochi hanno mostrato intenzione e attenzione a comprendere bene sia il “nuovo” materiale proposto, che –soprattutto- quello che era già stato accertato nel lungo procedimento giudiziario.

Procedimento che ha visto sì in primo e secondo grado le assoluzioni di Stasi, con la formula delle “prove insufficienti o contraddittorie”, ma ha anche visto una successiva Cassazione esprimere chiaramente l’assoluta necessità di completare gli accertamenti rimasti incompiuti, e un processo di appello-bis che ha portato alla condanna ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ sulla base di elementi nuovi, ulteriori e indipendenti da quelli valutati in primo grado.

Contrariamente a quelle che spesso vengono suggestivamente proposte come ‘letture’ di questo processo, non è vero che ‘Stasi è stato assolto e condannato sulla base degli stessi elementi’, e chi lo afferma, se è in buona fede, vuol dire che non ha letto gli atti di questo processo.

E’ piuttosto frequente infatti che nella complessiva “semplificazione” del racconto di questo lungo processo, si perdano necessariamente dettagli essenziali per la comprensione di quanto realmente avvenuto: in questa semplificazione è spesso ritenuto, a torto, che Stasi sia stato condannato sulla base degli stessi indizi che erano già presenti in primo grado e che in quel caso l’avevano portato all’assoluzione.

Questa lettura, errata poiché così non è avvenuto, ignora che gli elementi di condanna sono quelli che si sono “aggiunti” nel corso del processo di appello bis, andando a colmare le lacune e le omissioni rimaste dai processi precedenti in cui l’assoluzione per “prove insufficienti o contraddittorie” era giunta senza aver colmato quelle lacune.

 

Del resto la ‘doppia conforme’ assolutoria è stata frutto di una totale rinuncia, da parte della Corte d’Assise d’Appello di Milano nel 2011, ad effettuare qualunque tipo di approfondimento nella ricerca della verità.

Se si vuole quindi parlare di ‘giudizio sulla base degli stessi atti’, si deve necessariamente riferire questa affermazione a quanto avvenuto in secondo grado, quando la Corte decise di non riaprire il dibattimento sulla base di una valutazione quanto mai discutibile, soprattutto a valle di quello che poi è stato scoperto nel processo di appello bis: nel 2011 la Corte decise di rifiutare qualunque ulteriore accertamento sulla base del fatto che la realtà “è rimasta inconoscibile nei suoi molteplici fattori rilevanti”.

Ripeto quanto commentai già all’epoca dei fatti: la verità potrà rimanere anche inconoscibile, ma prima di arrendersi a tale conclusione bisogna averla almeno cercata!

 

Può apparire curioso questo ‘ritorno al passato’ a quanto avvenuto nel 2011, ma per una sana e completa comprensione del particolare iter giudiziario di questo processo è inevitabile cercare di confrontarsi con le (mancate) decisioni cruciali avvenute in quella fase.

Ricordo il tempo speso dall’avvocato Tizzoni  per illustrare alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, anche tramite immagini e slide, i motivi per cui era necessario effettuare degli approfondimenti istruttori, innanzitutto per gli elementi fondamentali già richiesti durante il primo processo, ma non accolti dal GUP Vitelli: la richiesta che venisse acquisita la bicicletta nera da donna che era nella disponibilità della famiglia Stasi all’epoca dell’omicidio, e il completamento della cosiddetta “perizia sulla camminata”, rimasta a metà in quanto non venne simulato il percorso completo comprendendo i primi 2 gradini della scala su cui fu trovato il corpo di Chiara, così come descritto dallo stesso Stasi nei suoi interrogatori, senza voler considerare molti altri aspetti controversi di quella perizia, tra i quali anche il fatto clamoroso che nella ricostruzione dell’ambiente di casa Poggi era stata dimenticata una porta esistente nella realtà, che riduceva in modo significativo lo spazio utile al movimento nel piccolo vano davanti all’ingresso delle scale.

 

Accanto alle richieste precedenti, come nuovi approfondimenti istruttori, avevamo richiesto l’analisi del DNA mitocondriale del singolo capello corto rimasto tra le dita della mano di Chiara e del DNA presente sui margini ungueali prelevati alla vittima.

Come già detto, a tutto questo vi fu decisa e totale opposizione della Difesa di Stasi, e la Corte, con il suo concetto di ‘verità inconoscibile’ abdicò da un ruolo attivo nel processo, finendo per fare una sorta di notaio delle decisioni prese dal Giudice Vitelli in primo grado.

 

La condanna in appello bis, nel 2014, è invece il frutto di un quadro indiziario molto più ampio e completo, fondato su questi elementi riassunti dalla Corte di Cassazione nel 2015:

  1. Chiara Poggi è stata uccisa da una persona conosciuta, arrivata da sola in bicicletta, che ella stessa ha fatto entrare In casa. Chi ha fatto ingresso nell’abitazione la conosceva bene, come desumibile anche dal percorso effettuato all’interno delle stanze al piano terra”;
  2. nel fatto che Alberto Stasi conoscitore della sua casa e delle sue abitudini- possessore di più di una bicicletta da donna, compatibile con la “macrodescrizione” fattane dalle testimoni Bermani e Travain, ha fornito un alibi che non lo elimina dalia scena del crimine nella “finestra temporale” compatibile con la commissione dell’omicidi”;
  3. nel fatto che Alberto Stasi ha reso un racconto incongruo, illogico e falso, quanto al ritrovamento dei corpo senza vita della fidanzata, sostenendo di avere attraversato di corsa i diversi locali della villetta per cercare Chiara; sulle sue scarpe, tuttavia, non è stata rinvenuta traccia di residui ematici, né le macchie di sangue sul pavimento sono risultate modificate dal suo passaggio; neppure sui tappetini dell’auto, sulla quale egli stesso ha sostenuto di essere risalito immediatamente dopo la scoperta di Chiara, sono state rinvenute tracce di sangue per trasferimento dalle scarpe; il racconto dell’Imputato, anche con riferimento all’indicazione delle modalità di rinvenimento del corpo di Chiara (con la parte visibile del volto bianca, invece che completamente ricoperta di sangue), è assimilabile a quello dell’aggressore, non dello scopritore
  4. nel fatto che Alberto Stasi non ha mai menzionato, tra le biciclette in suo possesso, proprio la bicicletta nera da donna collegata sin dal primo momento al delitto e corrispondente alla “macrodescrizione” fattane dalle testimoni Bermani e Travain, fatto questo che evidenzia come l’imputato ne conoscesse l’importanza e la possibilità di collegarla all’omicidio”;
  5. nel fatto che sul dispenser del sapone liquido, utilizzato dall’aggressore per lavarsi ie mani dopo il delitto, sono state trovate soltanto le impronte dell’anulare destro di Alberto Stasi, che lo individuano come l’ultimo soggetto a maneggiare quei dispenser, considerate, peraltro, la posizione delle due impronte e la non commistione con DNA della vittima, circostanze dimostrative del fatto che l’imputato maneggiò il dispenser
  6. nel fatto che sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, la “Umberto Dei”, Milano, è stata rinvenuta una copiosa quantità di DNA di Chiara Poggi, riconducibile a materiale “altamente cellulato”; tali pedali non sono risultati quelli propri di quella tipologia di bicicletta- venduta, invece, alla famiglia Stasi con pedali diversi e di serie- e risultano apposti sull’unico velocipede appartenente alla famiglia Stasi, che non poteva venire confuso con quello individuato dai testi oculari davanti a casa Poggi”;
  7. nel fatto che l’assassino era un uomo che calzava scarpe n. 42 ed Alberto Stasi possedeva e indossava anche scarpe della marca di quelle dell’aggressore, nonché anche di taglia 42

 

La Corte precisa anche come “ciascun indizio, infatti, risulta integrarsi perfettamente con gli altri come tessere di un mosaico che hanno contribuito a creare un quadro d’insieme convergente verso la colpevolezza di Alberto Stasi, oltre ogni ragionevole dubbio.”

 

Sarebbe utile anche andare più a fondo di questi elementi, per comprendere meglio la reale solidità logica e tecnica degli indizi stessi, che la sintesi offerta precedentemente non può consentire di cogliere compiutamente: a titolo esemplificativo si vuole ricordare il fatto che l’assassino che ha lasciato le impronte delle proprie scarpe davanti al lavello del bagno si era necessariamente dovuto lavare le mani (contrariamente a quanto descritto dal GUP in primo grado, in cui aveva spiegato che “non è dato sapere con ragionevole certezza quale azione abbia compiuto l’aggressore in bagno: l’ipotesi del lavaggio utilizzando il dispenser risulta non suffragata da sufficienti elementi di conferma”) in quanto le sue dita erano certamente sporche di sangue, di cui ha lasciato traccia sul pigiama di Chiara Poggi, con un’impronta inequivocabile; oppure il fatto che sulla pedivella della bici nera, sequestrata finalmente nel 2014, erano evidenti dei graffi come da un avvenuto smontaggio dei pedali, circostanza peraltro emersa anche in udienza e sottolineata dal testimone con le seguenti testuali parole: “Mi sembra strano che vengano montati… che vengano montati graffiando la pedivella così”

 

Ci limitiamo a quanto sopra, che è comunque ampiamente sufficiente a fare delle valutazioni con l’ipotesi prodotta dalla Difesa di Stasi sulla possibilità che l’assassino potesse essere Sempio.

Cominciando dal fatto che l’assassino è giunto in sella ad una bici nera da donna, oggetto che non risultava nella disponibilità di Sempio (aveva una bici rossa), continuando col fatto che Chiara non avrebbe aperto la porta in pigiama ad una persona che conosceva sì, ma con cui non aveva alcuna confidenza, andando avanti con il fatto che l’assassino indossava delle scarpe numero 42, mentre Sempio indossava e indossa il 44, proseguendo con l’assoluta mancanza di movente, ma ancor più se correlata alla particolare dinamica dell’omicidio, in cui l’assassino si è trattenuto all’interno della casa, ha spostato il corpo per gettarlo lungo le scale, ha fatto un sommario sopralluogo delle stanze al piano terra dell’abitazione prima di andarsene…

Insomma, il profilo dell’assassino che descrivono gli indizi emersi in sede giudiziaria non solo non si ‘incastrano’ per Sempio, ma addirittura lo ‘scagionano’ in modo certo.

Volendo usare una metafora, mentre per Stasi gli indizi calzano in modo sistematico e completo, come se accanto ad una scarpetta di cenerentola avessimo anche tutti gli altri capi che possono essere indossati senza alcuna forzatura, nel caso di Sempio gli sforzi ‘accusatori’ devono necessariamente cominciare ad escludere, tanto per cominciare, proprio ‘la scarpetta’, e con questa anche la bicicletta, e poi tutto il resto.

 

Questa analisi è stata operata dall’agenzia investigativa? E dalla difesa di Stasi? Insomma, qualcuno ‘ci ha pensato’ a capire se la nuova ipotesi avesse un senso?

Se sì, non è stata comunque fornita una spiegazione a questi elementi, in quanto nell’esposto, e nei successivi depositi, niente di tutto ciò è illustrato.

Se no, beh, dovremmo necessariamente concludere che l’indagine difensiva è stata quanto meno lacunosa e incompleta, visto che ha ignorato (senza fornire spiegazione) gli elementi indiziari noti e descritti nelle sentenze…

 

 

Come ha reagito la famiglia Poggi davanti  queste nuove ipotesi?  Si è rifiutata di prenderle in considerazione perché ai loro occhi il colpevole esisteva già, nella figura di Alberto Stasi, l’ex fidanzato della figlia Chiara?  Di questo parla l’ultima parte di questo racconto di Paolo Reale, dal titolo: LA POSIZIONE DELLA FAMIGLIA POGGI E LE CONCLUSIONI DELLA NUOVA INCHIESTA.

 

Per leggere la prima parte del racconto di Paolo Reale clicca qui –> “QUER PASTICCIACCIO BRUTTO ” DI STASI CONTRO SEMPIO…