LA POSIZIONE DELLA FAMIGLIA POGGI E LE CONCLUSIONI DELLA NUOVA INCHIESTA

Ing.Paolo Reale - difesa BuonincontiPaolo Reale, e’ stato consulente di Parte Civile al processo per la morte di Chiara Poggi, ma era anche il cugino della vittima di quel delitto.  Ha ricostruito per NERA E DINTORNI l’ultimo strascico giudiziario della vicenda, ovvero il tentativo di riapertura del caso compiuto dalla difesa di Alberto Stasi, l’uomo condannato in via definitiva per la morte di Chiara. A pochi giorni da un nuovo ricorso in Cassazione sempre da parte dei legali di Stasi, pubblichiamo l’articolo di Paolo Reale, per fare chiarezza sul ‘ CASO SEMPIO’.  Si tratta di un racconto, per quanto soggettivo, lucidamente ancorato agli atti dell’inchiesta e del processo.

LA POSIZIONE DELLA FAMIGLIA POGGI

 

Certo la famiglia Poggi  non ha rinunciato ad andare a fondo di ogni e qualsiasi elemento, come peraltro già fatto durante tutto il lungo iter giudiziario, e benché già suonasse inconsistente, prima ancora che si pronunciasse la Procura di Pavia.

Un pool in difesa di Chiara Poggi che ha visto da sempre l’attenta e incessante attività dell’Avv. Gianluigi Tizzoni, dell’Avv. Francesco Compagna, del genetista Dott. Marzio Capra, del Prof. Antonio Barili e la mia. Un gruppo affiatato di professionisti che ha sempre operato con il massimo scrupolo, alla ricerca della verità e del responsabile dell’omicidio di Chiara. Non di ‘un colpevole’ come troppo spesso insinuato nel tentativo di sminuire i tanti, gravi, precisi e convergenti elementi indiziari a carico di Stasi.

 

Per questo abbiamo cominciato ripercorrendo con attenzione e pazienza quanto già avvenuto in sede di processo, soprattutto per quanto riguarda l’interpretazione delle analisi del DNA e la sua riconducibilità ad un preciso soggetto, e per ogni altro elemento sottoposto alla valutazione dell’Autorità Giudiziaria.

Semmai, se proprio vogliamo usare l’espressione di “cercare UN colpevole”, questa si potrebbe molto meglio adattare all’approccio adottato dalla difesa di Stasi, che -come vedremo anche più avanti- ha nel tempo proposto molteplici ‘colpevoli alternativi’ a Stasi.

Del resto figurava come un capitolo ad hoc della memoria difensiva depositata nel processo di appello bis.

Fra i possibili ‘terzi responsabili’ del delitto veniva annoverato un numero sorprendente di soggetti (fra di essi vi era addirittura la nonna materna della vittima che si trovava in precarie condizioni di salute presso la casa di cura di Gropello Cairoli e che non deambulava autonomamente, relativamente alla quale avevano scritto se “si è controllato in che tipo di attività fosse eventualmente impegnata la nonna di Chiara alla casa di riposo il lunedì mattina del 13 agosto 2007 e in che orari?”).

 

Io ho proceduto, tra le altre cose, alla ri-analisi dei tabulati telefonici, al fine di raccogliere tutti gli elementi noti, in modo da confrontarli con quelli prodotti nell’esposto della difesa di Stasi, col risultato di far emergere ulteriori errori di valutazione.

Per esempio, poiché tra i tabulati in atti è presente il traffico telefonico di tutti gli operatori, per i giorni 12 e 13 agosto, relativamente a tutte le celle del territorio di Garlasco e di ogni comune limitrofo, in funzione del fatto che non erano state trovate indicazioni sulle celle agganciate per due SMS ricevuti dai cellulari dei due amici di Sempio, questa mancanza è stata interpretata come se i due soggetti si trovassero “lontani dal Comune di Garlasco”.

A parte il dato tecnico che nel 2007 i tabulati avevano delle limitazioni per cui alcune informazioni (come per esempio le celle agganciate in fase di ricezione degli SMS non figuravano, oppure mancava la numerazione di destinazione per gli SMS uscenti nei tabulati di cella, e altro ancora) la conclusione tratta è del tutto arbitraria: tutte le celle agganciate che sono state riportate nei tabulati dei soggetti interessati risultano site in Garlasco.

 

Non solo: le (poche) chiamate avvenute da Sempio verso casa Poggi presentano pressoché sempre orari della giornata incompatibili con la presenza di Chiara, che lavorava a Milano.

 

Relativamente invece alle 3 chiamate oggetto di attenzione da parte degli investigatori della difesa, avvenute 5-6 giorni prima dell’omicidio, da Sempio verso casa Poggi, è possibile rilevare come queste abbiano durate limitatissime (2 e 8 secondi, e poi 21 secondi), inconciliabili con qualunque conversazione degna di rilievo, e perfettamente compatibili con il tentativo avvenuto dopo aver cercato di comunicare con l’amico Marco direttamente sul suo cellulare, ma che -trovandosi in zone di montagna- non poteva essere sempre raggiungibile.

 

Del resto, dato non trascurabile benché non evidenziato, non esistono chiamate verso il cellulare di Chiara Poggi, da parte di Sempio, mai. Né viceversa, ovviamente.

 

Senza addentrarsi in ulteriori dettagli tecnici, l’insieme degli elementi prodotti dalla Difesa di Stasi, ad un’analisi attenta si è mostrato affetto da molteplici interpretazioni non corrette, ma anche da evidenti lacune, già citate, che Sempio non possedesse una bici nera da donna, per non parlare della numerazione delle calzature, completamente incompatibile con quella dell’assassino di Chiara.

 

Peraltro, nessun elemento prodotto andava ad indebolire il quadro indiziario accertato contro Stasi!

Le nostre valutazioni, che ovviamente si fondano su una approfondita conoscenza di tutti i dati processuali e di indagine, non potevano che arrivare ad una inevitabile conclusione: anche a voler considerare il DNA come uno spunto investigativo, Sempio non può essere l’assassino di Chiara Poggi, mentre nessun dato nuovo, o vecchio, sminuisce o indebolisce la gravità del quadro indiziario contro Stasi.

A questo punto, per noi rimaneva solo da attendere l’esito dell’indagine della Procura di Pavia, che -come vedremo- è andata con maggiore forza e precisione a ‘demolire’ letteralmente tutte le ‘fonti di prova’ prodotte nelle indagini difensive di Stasi.

Ma non solo. Vedremo come in realtà il dito della difesa non era puntato solo contro Sempio (e questo l’abbiamo scoperto solo leggendo l’atto conclusivo di questa vicenda), ma anche contro un altro soggetto, informazione che abbiamo scoperto solo all’atto della sentenza di archiviazione!

Insomma, una difesa che di fatto ha sostenuto prima la tesi “abbiamo indizi molto gravi contro una persona che meritano di essere valutati” per poi dare seguito con un “già che ci siete, ne abbiamo anche un’altra che potrebbe essere l’assassino”.

Mai come in questo periodo ho pensato “meno male che mi trovavo in vacanza in Liguria quel 13 agosto…” altrimenti sarei stato additato anch’io come sospettato!

Ma non si sa mai, magari è questione di tempo: un ‘dito contro’ pare non venga negato a nessuno…

 

 

IL TERMINE DELLE INDAGINI E LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

 

In data 15 marzo 2017 i Pubblici Ministeri di Pavia Dr. Venditti e Dr.ssa Pezzino, presentano richiesta di archiviazione al GIP, ritenuta “l’infondatezza della notizia di reato in quanto gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari escludono categoricamente la responsabilità dell’odierno indagato per l’omicidio di Chiara Poggi avvenuto il 13.8.2007 in Garlasco

 

Nelle 21 pagine depositate vengono puntualmente analizzati tutti gli elementi forniti dalla difesa di Stasi, e disposti ulteriori accertamenti, al fine di esaurire ogni possibile dubbio sull’accusa prodotta. Poiché il GIP, nell’ordinanza di archiviazione, ne riprende integralmente diversi passaggi, che avremo modo di vedere successivamente, andremo qui a riepilogare alcuni punti ad integrazione.

 

Per esempio, che l’impossibilità di effettuare un confronto con quel DNA fosse una conclusione condivisa da tutte le parti processuali:

tale dato, recepito da ultimo nella sentenza della Cassazione, è stato valorizzato altresì dalla stessa difesa Stasi – che invece oggi sulla base della consulenza Linarello giudica utile tale DNA per puntare il dito contro Sempio – nelle conclusioni espresse dal Prof. Giarda nell’udienza del 17.12.2014, quando (si veda p. 81 della stenotipia dell’udienza) il medesimo si espresse in tal modo: ‘… il D.N.A. che è emerso dall’analisi delle cose… delle unghie della povera Chiara non sono riconducibili ad Alberto Stasi, cioè i marcatori utilizzabili al fine di identificare una precisa persona, non erano sufficienti per dire che erano di Alberto Stasi, perché i pochi marcatori che sono stati acquisiti potevano essere comuni a circa quaranta, cinquantamila uomini. Mi è venuta la tentazione, perché non prende anche il mio D.N.A., vediamo cosa succede?”

 

Per quanto riguarda le “insistenti telefonate”, destinate inizialmente al cellulare di Marco Poggi, fratello della vittima, e poi effettuate verso il telefono fisso di casa Poggi, le dichiarazioni dello stesso Marco chiariscono perfettamente la situazione:

se però mi chiamava durante la giornata è possibile che il segnale non ci fosse perché durante la giornata andavamo a fare delle passeggiate in luoghi di altitudine elevata dove spesso non c’era segnale. Ricordo ad esempio che il 13 agosto io e mio padre eravamo andati a fare una camminata in un luogo dove non c’era segnale quindi mia madre non riusciva a raggiungerci per comunicarci quello che era avvenuto quindi solo quando siamo arrivati in una baita ci hanno detto che ci avevano cercato e poi ci hanno portato giù con la jeep.”

 

Merita una particolare attenzione la storia del famoso “scontrino del parcheggio”, in quanto ha creato una sorta di suggestione di massa, in quanto nelle ricostruzioni giornalistiche risultava “appositamente conservato” e “portato ai Carabinieri” a testimonianza della propria estraneità alla vicenda.

Trascuriamo qui altri commenti sulla pervicace volontà di dipingere in modo suggestivo la realtà dei fatti, al fine di formare una sorta di condizionamento nell’interpretazione.

Quello che è avvenuto è ben spiegato nel documento redatto dai PPMM:

Sul punto si è ritenuto opportuno sentire tanto l’indagato quanto i genitori del medesimo e tutti e tre i soggetti, senza che dalle intercettazioni effettuate sia emersa alcun indizio che sia stata concordata una versione unanime, hanno spiegato che lo scontrino è stato ritrovato dal padre alcuni giorni dopo l’omicidio mentre ripuliva la macchina; che l’idea di trattenerlo è venuta alla madre, alla luce del drammatico accadimento occorso quel giorno e della elevata probabilità che il figlio, amico del fratello della vittima e frequentatore della casa, venisse sentito; che l’indagato, quando è stato sentito a sit ad ottobre del 2008, non aveva portato con sé lo scontrino, ma, ricordandosi che era stato conservato dai genitori, lo rappresentava ai Carabinieri, che lo invitavano a tornare a casa a prenderlo per poi allegarlo al relativo verbale di sit. Così delineata la vicenda, viene meno la valenza indiziaria attribuita dall’investigatore privato alla condotta di Sempio, peraltro analoga a quella di altri testi di questa vicenda, come Panzarasa Isabella, amica di Stasi la quale, sentita a SIT in data 20.9.2007, esibiva il biglietto ferroviario usato dal fratello il 13.8.2007 per recarsi da Loano a Pavia (pur non avendo mai il fratello, amico del solo Alberto Stasi e non anche di Chiara, frequentato casa Poggi).”

 

Si scopre anche come esistesse un “altro elemento emerso solo nel corso della presente istruttoria che supporta la ricostruzione della giornata del 13.8.2007 fornita da Sempio, è la presenza del padre dell’indagato nell’abitazione famigliare fino al momento in cui, alle ore 10:00, il medesimo esce per recarsi a Vigevano.”

 

Del resto, proprio la volontà di non lasciare nulla di intentato nell’investigazione ‘contro Sempio’, ha portato anche all’adozione di misure di indagine aggiuntive quali le intercettazioni:

Ulteriore elemento a discarico dell’indagato concerne l’esito delle intercettazioni telefoniche ed ambientali. Data la gravità della contestazione astrattamente avanzata nei confronti di Sempio, Questo Ufficio ha ritenuto doveroso, onde escludere qualsiasi dubbio sulla colpevolezza dell’indagato, porre in essere […] tutte le tecniche di ricerca di mezzi di prova previste dal codice di procedura penale, quindi, […] ha disposto l’intercettazione dei numeri telefonici in uso all’indagato […] e l’intercettazione ambientale dell’autovettura in uso al medesimo. […] hanno dimostrato la totale estraneità dell’indagato ai fatti, nonché la genuinità delle sue dichiarazioni e di quelle dei genitori, che non compiono alcun riferimento in merito ad eventuali dichiarazioni concordate ovvero a circostanze occultate o riferite in modo difforme dal vero, limitandosi a commentare – con una spontaneità che consente di affermare che ragionevolmente i medesimi non nutrivano alcun sospetto sul fatto di essere intercettati – la vicenda processuale ed il linciaggio mediatico subito dal figlio.”

 

Le conclusioni di questo documento, particolarmente nette, le rimando all’ultimo paragrafo di questo racconto.

 

 

L’ARCHIVIAZIONE

 

Il 23 marzo 2017, dopo oltre 3 mesi dall’inizio di questa vicenda, arriva il provvedimento firmato dal Giudice Lambertucci di Pavia, che a seguito della richiesta proposta dal PM Venditti, al termine delle minuziose indagini svolte, ordina “l’archiviazione del procedimento e la restituzione degli atti all’Ufficio del pubblico ministero in sede”.

 

Il provvedimento affronta punto per punto gli elementi prodotti nell’esposto presentato, rilevando come in questo non fossero presenti gli “elementi necessari a domandare la revisione del processo” a carico di Stasi, confidando in questa azione “sul principio costituzionale della obbligatorietà dell’azione penale”. Il GIP valuta, quindi, “(1) il merito degli elementi offerti e (2) la congruità e completezza delle indagini svolte dall’ufficio del pubblico ministero”.

 

Nel riepilogare i fatti precedenti, il GIP da atto di quanto avvenuto nelle fasi del processo:

1) che la perizia dibattimentale nel processo Stasi concluse, con ragionamento logico e motivazioni scientifiche ritenute pienamente affidabili dai giudici di merito e dalla Cassazione, per l’impossibilità di tracciare un profilo genetico del soggetto – comunque maschio, unica conclusione certa – le cui tracce di d.n.a. erano contenute sulle unghie di Chiara Poggi;

2) che le tracce furono ricavate dalle unghie e non tratte sotto le unghie (elemento congruo rispetto alla riscontrata assenza di lesioni da difesa sulla vittima: il d.n.a. esaminato non sarebbe necessariamente quello dell’aggressore di Chiara Poggi);

3) che lo scarso materiale repertato, per essere esaminato, venne totalmente disciolto con i reagenti e, pertanto, non è più possibile alcuna indagine sul quel materiale.”

 

Per quanto riguarda le modalità di acquisizione del DNA di Sempio, il GIP “tralascia ogni considerazione sulla correttezza dell’intera procedura seguita per “catturare” il d.n.a di Sempio, evitando di interrogarsi sul rispetto dei principi di riservatezza e di identità personale dell’interessato nonché sulla correttezza tecnica dell’esame genetico proposto”, concludendo comunque che “In ogni caso, concorda con il pubblico ministero nel considerare come radicalmente priva di attendibilità la consulenza tecnica sul materiale genetico offerta oggi dalla difesa Stasi”.

 

Da un punto di vista tecnico risulta comunque interessante leggere la valutazione che il GIP riprende dall’analisi prodotta dal PM:

Linarello sostiene che siano utilizzabili a fini investigativi i profili genetici, ancorché parziali, estrapolati sulla seconda prova su 5 ml di estratto dal 5° dito della mano destra e dal 1° dito della mano sinistra della vittima, perché presentano un’altezza dei picchi decisamente alta. In altre parole, Linarello attribuisce rilievo all’altezza dei picchi che, nei diagrammi c.d. ferogrammi che evidenziano i valori riscontrati nei singoli marcatori che servono ad identificare il DNA, rappresentano l’intensità con cui quei valori emergono. Tale approccio metodologico è astrattamente corretto in quanto, secondo la comunità scientifica, sono considerati utili solo i valori il cui picco sia non inferiore a 50 RFU, e la ‘forza’ del valore rilevato è tanto maggiore quanto più alto è il relativo picco. Lo stesso Linarello, tuttavia, sulla base di tale assunzione, è costretto ad ammettere che a tal fine deve essere attribuita analoga rilevanza al profilo estratto sulla seconda prova su 5 ml di estratto dal 4° dito della mano sinistra, poiché anche rispetto ai valori riscontrati su tale soluzione si rinvengono picchi decisamente elevati ma poi, inspiegabilmente, non riporta i risultati di tale dito sulla tabella, invero molto suggestiva, contenuta a pag. 3 della propria consulenza. Non viene fornita alcuna spiegazione per tale omissione, ma, valutando i risultati dei marcatori emersi da tale dito, si riscontra che alcuni valori sono incompatibili con il DNA di Sempio, mentre almeno 5 marcatori risultano compatibili con il DNA di Alberto Stasi (numero comunque insufficiente per l ’attribuzione)”

 

E ancora:

Sulla base della considerazione metodologica fatta, Linarello dovrebbe prendere in considerazione altresì i risultati emersi, quantomeno, dalla estrapolazione del DNA effettuata sul residuo di soluzione, anche perché alcuni dei risultati estratti in tale ripetizione presentano picchi altissimi mentre, inspiegabilmente, il consulente si dimentica dei risultati che emergono dalla prima e dalla terza replica, che non compaiono, e redige la tabella degli aplotipi a pag. 3 della propria consulenza soltanto sulla base dei risultati ottenuti nella estrapolazione effettuata su 5 ml. In altri termini, Linarello sceglie per ciascun dito la replica migliore, ai fini dell’attribuibilità a terzo soggetto, fermo restando che la seconda replica non ha avuto conferme né dalla prima né dalla terza.”

 

Infine:

Nella redazione della tabella degli aplotipi Linarello inserisce anche i risultati che presentano due numeri, che sono invece risultati inutilizzabili perché, escluso il marcatore DYS385 a/b – che per sua natura deve essere caratterizzato da due valori – tutti gli altri marcatori devono presentare un valore unico. Nel caso in cui, invece, emergano due o più valori, si deve escludere la possibilità di uso al fine di identificare poiché i due valori sono inconciliabili fra loro ed escludono quindi l’attendibilità del risultato ottenuto”.

 

Da qui il GIP arriva a concludere che per il “clamoroso” DNA ritrovato, sulla base proprio della relazione tecnica depositata dalla difesa di Stasi, “non vi è alcuna corrispondenza fra il materiale genetico rinvenuto sui reperti ungueali di Chiara Poggi ed il DNA di Sempio, anche se si ribadisce che il materiale genetico estratto dai reperti ungueali della vittima NON È IDONEO AD EFFETTUARE NESSUN CONFRONTO, poiché i risultati emersi dalle tre estrazioni di DNA nelle tre prove effettuate dal Perito sono divergenti ed incostanti, quindi del tutto inaffidabili. Ciò equivale a dire che la consulenza Linarello è assai suggestiva ma totalmente priva di valore scientifico.”

 

Sebbene il dato da cui ha preso le mosse questa iniziativa sia a questo punto chiaro che non ha alcun valore, se non quello della suggestione, soprattutto grazie all’effetto della sua amplificazione mediatica, il PM non si è fermato a queste conclusioni, ma è andato oltre, come enfatizza il GIP:

Tanto basterebbe per chiudere le indagini a carico di Andrea Sempio. Il pubblico ministero, ad abundantiam, non ha mancato tuttavia di svolgere ulteriori considerazioni”. E queste riguardano innanzitutto il fatto che “se anche fosse stato trovato il d.n.a. di Stasi sulle unghie della Poggi non sarebbe stato acquisito un univoco elemento indiziario a carico dello Stasi medesimo”, e che “tracce di d.n.a. di Sempio ben potevano posizionarsi sulle unghie di Chiara Poggi in via mediata per il fatto che entrambi usavano un computer fisso in casa Poggi che il fratello di Chiara e i suoi amici utilizzavano spesso per eseguire videogiochi comandati da tastiera”.

 

Per quanto attiene invece agli altri elementi, “non costituiscono indizi apprezzabili quelli sottoposti oggi all’esame dell’Autorità giudiziaria mediante la rilettura-approfondimento degli atti di indagine in allora compiuti”, anche perché in alcuni casi questo non sono neppure corretti sotto il profilo oggettivo, come per esempio “l’aggiornamento della foto-profilo e dello stato di Andrea Sempio sulla sua pagina Facebook, denunciato come altamente sospetto dalla difesa Stasi […] non può avere alcuna connessione con la percezione della notizia della sentenza di condanna di […] dato che gli accertamenti tecnici hanno dimostrato come l’aggiornamento fu effettuato alle ore 18:58 di quel giorno, quasi mezz’ora prima della lettura della sentenza, avvenuta alle ore 19:26”.

 

Così come, ricorda il GIP, “in giudizio è stato irrevocabilmente accertato come l’autore dell’omicidio indossava calzature di numero 42, mentre il Sempio indossa scarpe di numero 44” e che “Sempio aveva disponibilità di una bici da uomo rossa mentre la bici sospetta che fu notata all’ora del delitto fuori da casa Poggi era nera e da donna”.

 

Di fatto, nulla rimane di quell’insieme di “indizi” che ha così tanto catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica a dicembre 2016, arrivando a dirimere anche l’ultimo punto, con questa valutazione:

Tutti particolari, quelli ulteriori rispetto alla consulenza genetica, che davvero il pubblico ministero ha inteso esplorare per mero scrupolo e dei quali, egualmente per scrupolo estremo si deve ora dare atto. Continuando a seguire la lunghissima motivazione che supporta la richiesta di archiviazione, questo giudicante concorda nel ritenere insussistente ed addirittura inimmaginabile l’ipotetico movente che, secondo il quadro prospettato dalla difesa Stasi, avrebbe dovuto muovere il Sempio.

 

Chiusa, e senza ombra di dubbio, la posizione di Sempio, il GIP continua su un elemento che era completamente sconosciuto alla parte civile: “L’unico vero spunto investigativo fornito dalla difesa Stasi, a ben vedere, è però un altro. Anch’esso si è rivelato tanto suggestivo quanto inconsistente.”

 

Di che si tratta? Di una ulteriore nota, depositata dalla difesa di Stasi a gennaio 2017, circa un mese dopo che era stato presentato l’esposto contro Sempio, in cui venivano fornite le generalità di G. V. che –dopo la chiusura del processo contro Stasi- si era presentato presso il negozio della famiglia per riferire “che la mattina del 13.08.2007 aveva visto un soggetto a lui noto, in quanto a suo dire era l’autore di un precedente furto in casa sua, incamminarsi con una bicicletta nera da donna lungo Corso Cavour in direzione di via Pavia, in Garlasco, verso le ore 08.15”, senza riuscire a indicare se questo soggetto fosse comunque arrivato fino all’intersezione tra via Pavia e via Pascoli (dove si trova l’abitazione dei Poggi), né tantomeno se avesse svoltato in via Pascoli…

 

Sebbene le dichiarazioni di questo ‘informatore’ siano “apparse immediatamente viziate da pregiudizi di carattere sociale e personale nei confronti di tale soggetto”, sono stati svolti accertamenti accurati da parte della Stazione dei Carabinieri competente, che hanno portato innanzitutto a rilevare diverse incongruenze nel resoconto fornito, come per esempio  il fatto che il soggetto con la bici si fosse recato nei giorni precedenti l’omicidio per verificare gli spostamenti degli abitanti della casa, dato che avrebbe fatto comprendere che Chiara (non lavorando in quei giorni), non aveva l’abitudine di uscire prima delle 9:00.

Ma non solo: l’informatore indica che il soggetto con la bici avrebbe avuto con sé un piede di porco nel cestino della bici, ma nessuna effrazione è stata rilevata presso l’abitazione dei Poggi.

 

Già quanto sopra avrebbe dovuto far ritenere totalmente infondate le accuse nei confronti del soggetto, ma il PM ha ritenuto ugualmente di assumere informazioni testimoniali dal “soggetto con la bici”, che preferiamo non citare nominalmente, sia per la conclamata estraneità a questa vicenda, sia perché scomparso prematuramente a maggio 2017.

L’accertamento svolto ha consentito di ricostruire con ottima precisione quanto avvenuto il 13 agosto 2007: l’informatore aveva asserito di avere notato il soggetto con la bici mentre si allontanava in direzione di via Pavia, dove in effetti si trovava un’officina meccanica presso la quale si recava in quel periodo.

 

Esaurito anche questo approfondimento, il GIP rileva come

se è (non condivisibile ma) umanamente comprensibile l’intento di fare di tutto per difendersi da una gravissima accusa, anche dopo l’esaurimento dei possibili gradi di giudizio ordinario, nel caso di specie ci si deve tuttavia arrestare difronte all’inconsistenza degli sforzi profusi dalla difesa Stasi e tendenti a rinvenire un diverso, alternativo colpevole dell’uccisione di Chiara Poggi

 

 

 

 

IN CONCLUSIONE

 

Non rimane molto altro da aggiungere su questa vicenda, se non alcune doverose domande che dovrebbero stimolare un’attenta riflessione su quanto avvenuto.

In certi momenti, in funzione di quello che per noi era già chiaro (grazie alla conoscenza puntuale del complessivo procedimento giudiziario), quanto accadeva nelle discussioni televisive, e nei dibattiti sui social, appariva quasi come una sorta di ‘allucinazione collettiva’, ormai scollegata da ogni elemento reale, sostenuta dalla seducente ipotesi che quello che era stato fatto prima fosse “tutto sbagliato”.

Di fatto abbiamo assistito ad una forma di ‘ribaltamento’ delle normali logiche di narrazione, in cui un estraneo alla vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi, conclamato poi del tutto estraneo al di là di ogni dubbio, venisse ‘aggredito’ con accuse provenienti da un lavoro esclusivamente di parte, una parte certamente non disinteressata, a dispetto di un iter processuale ormai concluso con la condanna di Alberto Stasi, trasformando quasi il condannato in una vittima del sistema.

‘Sistema’ ritenuto meno credibile, nonostante 5 gradi di giudizio prolungatisi per oltre 8 anni, rispetto alle esternazioni di uno studio legale, di un genetista e di una agenzia investigativa privata, accettate per vere in assenza di qualsivoglia contraddittorio.  Ancor prima di aver capito di cosa si trattasse, a dispetto di ogni possibile e facile verifica.

E’ un tema interessante con cui sarebbe utile e opportuno confrontarsi, proprio in questo periodo afflitto con sempre maggiore frequenza e gravità dalle cosiddette ‘fake news’.

 

Per questo è comunque giusto porsi sempre delle domande, mettere in discussione ogni risultato e ogni certezza.

Io per primo lo suggerisco nel contesto delle indagini scientifiche come corretto “approccio popperiano” alla ricerca della verità, a prescindere dalla posizione assunta e dal caso in esame. Ciò vale se si vuole rileggere complessivamente questo, o un altro processo, con un metodo critico, e non può certo venir meno –per il medesimo principio- proprio quando si devono valutare delle ipotesi di parte interessata… Dovrebbe valere per chi è semplice spettatore della vicenda, e per chi opera in ambito giudiziario, giornalistico, ma non solo.

 

Il PM che ha completato l’indagine, arriva a stigmatizzare l’approccio adottato dalla difesa con queste gravi parole: “emergeva chiaramente che tale integrazione depositata dalla difesa altro non era che un maldestro tentativo di trovare ancora una volta un colpevole alternativo ad Alberto Stasi nell’ambito di una strategia difensiva già emersa nel corso del processo di appello bis nel quale la difesa ha sempre tentato di deviare l’attenzione da Stasi su fantomatici terzi soggetti, arrivando finanche, nella propria arringa difensiva, a gettare dubbi sulla zia di Chiara, […], ovvero la nonna di Chiara, all’epoca ricoverata presso una casa di riposo, sino ad arrivare agli amici del fratello della vittima, a Sempio e, da ultimo” al soggetto con la bici nera.

Per ora.

 

 

Per leggere la parte precedente del racconto di Paolo Reale clicca qui –> IL CONFRONTO AD OGNI COSTO.