LUCA VARANI : LA MORTE DI MARCO PRATO, IL ‘CASO ESTINTO’

 

Una riflessione della criminologa Flaminia Bolzan, Consulente per la Procura nel caso dell’omicidio di Luca Varani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il “caso” estinto

La morte del reo avvenuta prima della condanna estingue il reato, questo recita, più o meno testualmente, il nostro Codice all’art. 150.

Dove non arriva la giustizia, quindi, arriva il diritto, ma dove non arriva  neppure il diritto, quello penale si intende, qualcuno ha pensato di sostenere con veemenza che giunge quello divino.

Marco Prato è morto e mi si perdonerà questa premessa che ha tutto fuorché le sembianze di quello che dovrebbe essere l’incipit della riflessione di un tecnico, ma il mio ruolo di consulente in questa fase è ormai cessato e per chi non ne avesse piena contezza è corretto ribadire che è stato chiuso anche il primo capitolo di quello che senza dubbio possiamo considerare uno dei casi di cronaca nera più efferati dal lontano 1975, anno in cui Andrea Ghira, Angelo Izzo e Gianni Guido in una villetta del Circeo compivano quel massacro che sarebbe passato alla storia come vero e proprio emblema della crudeltà degli uomini.

L’omicidio di Luca Varani, dopo più di 40 anni, seppur diverso nella forma, non si discosta molto nella sostanza e se andiamo oltre la mera cronaca, gli elementi “umani” possono essere considerati pressoché i medesimi.

E’ questo il motivo per cui l’atrocità accecante dello scenario in cui Luca è stato ucciso non è altro se non una lente di ingrandimento sull’oscurità che si cela nell’animo di ognuno di noi.

Sono state diverse le persone che si sono avvicendate nell’entrare e uscire da quella casa, vittime potenziali nelle quattro mura al decimo piano di via Igino Giordani; ognuna ha raccontato particolari che hanno contributo a delineare in maniera chiara un’atmosfera.

E’ stato meticoloso il lavoro di indagine della Procura, ma soprattutto, è stato meravigliosamente umano e giusto un Pubblico Ministero che ha preteso di comprendere fino in fondo.

Manuel Foffo è stato condannato a 30 anni avendo scelto il rito abbreviato e l’opinione pubblica, come accade di frequente, ha invocato il rogo per le streghe facendo finta di dimenticare che l’insindacabilità della scelta processuale per ciò che attiene la forma del rito è un diritto sacrosanto dell’imputato. Ma questa è già storia.

Oggi siamo qui a riparlare di questa tragedia perché uno degli assassini di Luca non potrà mai essere apostrofato come tale, non formalmente almeno.

Neppure io con le mie personali convinzioni, con la conoscenza degli atti, posso permettermi di dire questo, perché davvero, non sarebbe corretto farlo.

Non lo è nei confronti di nessuno, neppure della famiglia di Luca, che in una giustizia crede realmente, così come dobbiamo continuare a crederci noi.

Marco Prato era tra i due l’unico a conoscere Luca Varani prima che il ragazzo varcasse la soglia di quella porta e mentre alcune fonti in questi mesi hanno rivelato aspetti pruriginosi e particolari scabrosi delle vite di questi ragazzi, io non ho intenzione di farlo qui, semplicemente perché ritengo, magari a torto, che certe cose vadano discusse nell’unica sede opportuna che è un’aula di Tribunale; la mia motivazione sta nell’interpretazione che ho dato al significato del mio compito, parimenti al doveroso senso di rispetto per la vittima, ma principalmente perché ritengo che certi elementi, analizzati alla luce di un metodo, debbano avere la sola funzione di contribuire alla ricostruzione del “modo di vivere” e di percepire la realtà proprio di tutti soggetti, attivi e passivi.

Critico le scelte di quei genitori che, seppur con le migliori intenzioni, hanno scelto di difendere i propri figli mediaticamente buttandoli in un’arena in cui si è dibattuto delle loro preferenze sessuali.

Questa modalità ha offerto pane per i denti di spettatori affamati di morbosità, in uno spettacolo raccapricciante e mentre la folla si infervorava auspicando sui social la morte peggiore per Prato e Foffo, in pochi si rendevano conto che i due, nel momento in cui hanno usato violenza su Luca, erano già morti dentro, da tempo.

Nessuna scappatoia, nessuna infermità accertata: volevano fare ciò che hanno fatto. Diverse le motivazioni di ognuno, quelle psicologiche, si intende, diverse le personalità così come il background.

Diverso l’epilogo. Manuel è un assassino, Marco, che fino al giorno prima di morire veniva considerato una “bestia” ora, se ne è andato e qualche benpensante è già pronto a cambiare opinione, a definirlo una “vittima dello Stato”.

Ma Marco Prato non è l’una né l’altra cosa, non bianco, non nero, solo un’enorme nebulosa grigia che nasconde al suo interno efferatezza e crudeltà, ma anche tanta fragilità.

Marco Prato era in grado di scegliere, tanto di uccidere quanto di uccidersi, questa è la mia conclusione, ma ciò che conta, oggi è che una volta ancora come Paese abbiamo fallito, abbiamo mostrato un profilo di inadeguatezza e se non saremo in grado di rimediare a questo, difficilmente potremo trovarci difronte ai genitori di Luca senza dover abbassare lo sguardo per non esser stati in grado di dire che la giustizia è stata applicata.