GIUSTIZIA PER CHICCA. MA I DUBBI RESTANO

Guglielmo Mastroianni ha seguito il processo per la morte di Chicca per Mattino Cinque e ne ha raccontato la cronaca anche qui su Nera e Dintorni

 

 

 

 

 

Giustizia per Chicca. Ma i dubbi restano.

Ergastolo. Il tribunale di Napoli ha sentenziato: Raimondo Caputo è l’orco di Caivano.

Caputo, conosciuto nelle cronache col nomignolo di Titò, ha anche subito una pena accessoria di 14 anni, cumulativa con l’ergastolo, per le violenze sulle figlie della compagna, Marianna Fabozzi.

E la stessa Fabozzi, rea secondo la Corte di aver favorito queste violenze, a sua volta ha subito una condanna a 10 anni di carcere.

Per Caputo, inoltre, c’è da scontare un ulteriore anno in isolamento diurno. Si chiude così il primo capitolo di un processo che ha fatto molto parlare di sé, soprattutto a causa delle vittime dei reati contestati. Caputo infatti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Fortuna Loffredo, detta Chicca, uccisa tre anni fa, all’età di sei anni, scaraventata nel vuoto dall’ottavo piano del palazzo degli orrori del parco Verde di Caivano.

Non solo: Caputo e la Fabozzi, come detto, erano anche alla sbarra per le violenze sessuali che lo stesso Caputo avrebbe ripetutamente compiuto sia sulla povera Chicca, che sulle tre figlie minorenni della compagna.

Chiunque abbia seguito la cronaca della vicenda, tanto sulle pagine di questo blog, quanto nelle corrispondenze per Mattino Cinque, sa perfettamente che tutta la vicenda, arrivata alla conclusione del primo grado di giudizio, lascia comunque diversi interrogativi.

Dubbi che non solo nascono da una carente presenza di prove che inchiodino Caputo alle sue responsabilità, ma anche da una serie di circostanze che non sono mai state chiarite fino in fondo.

Unico elemento probatorio, infatti, contro Caputo rimane la testimonianza della più grande delle figlie di Marianna Fabozzi.

È stata proprio lei, non più tardi di un anno fa, a raccontare nel corso di un drammatico incidente probatorio, di aver visto Raimondo Caputo tentare prima di abusare di Chicca e poi di averla scaraventata nel vuoto dalla terrazza all’ottavo piano.

Una testimonianza a cui la bambina è arrivata dopo un lungo percorso di quasi due anni all’interno di una struttura protetta, assistita da personale specializzato e psicologi.

Una prova, sicuramente, ma comunque l’unica contro Caputo.

Dal canto suo, Titò ha sempre urlato la propria innocenza, accusando del delitto proprio la compagna, Marianna. Caputo infatti ha ammesso le violenze sulle figlie della Fabozzi, ma ha sempre negato tanto l’omicidio, quanto gli abusi su Chicca.

E in questo senso c’è da ricordare una circostanza: secondo il medico legale, Chicca subiva violenze ripetute da almeno un anno. Circostanza che non indicherebbe, a questo punto, in Caputo l’unico responsabile.

L’uomo, infatti, era entrato nella vita della bambina da non più di sei mesi.

Chi sarebbe, quindi, l’altro molestatore della povera bambina? E se c’è stato un altro molestatore, come i tempi suggerirebbero, è assolutamente da escludere che Caputo effettivamente non abbia mai abusato di Chicca?

Rimane questo un passaggio fondamentale, da approfondire: secondo la Procura, infatti, proprio le violenze pregresse ed un ennesimo tentativo di abuso, sarebbero il movente dell’omicidio.

Così come testimoniato dalla figlia di Marianna.

Ma non solo questo. La relazione dei Ros sulla dinamica della caduta e dell’impatto, parlava di ferite compatibili con un volo da circa dieci metri. Cioè dal terzo piano. Cioè dove c’era l’unica finestra delle scale priva di sbarre, aperta, accessibile a chiunque. Quella stessa finestra del terzo piano da cui, secondo Caputo, la Fabozzi avrebbe lanciato Chicca nel vuoto.

E c’è quel testimone, un inquilino del quinto piano, che sostiene di aver visto risalire in quei minuti la stessa Fabozzi, dalle scale che passano al suo pianerottolo.

Le stesse scale in cui la zia di Chicca ha incrociato, mentre correva giù per vedere cosa fosse successo, tra il quarto e il quinto piano, Rachele Di Domenico, l’inquilina dell’ottavo piano, che nelle intercettazioni ambientali confidava di essersi liberata della scarpetta della bimba, quella che non si è mai trovata.

E che ha sempre sostenuto di essere sempre stata alla finestra dell’ottavo piano. E a proposito di lei, che dire della intercettazione ambientale in cui un altro residente del palazzo raccontava alla moglie di aver subito minacce per non parlare proprio di Rachele e della terrazza all’ottavo piano?

Un circostanza che, sembra, gli inquirenti non abbiano mai approfondito o accertato.

Pietro Loffredo, padre di Chicca, non ha mai creduto alla colpevolezza di Caputo, accusando del delitto Claudio Luongo, figlio di Rachele e all’epoca dei fatti compagno di Mimma Guardato, ex di Loffredo e madre proprio di Chicca.

Luongo, da parte sua, ha sempre affermato di trovarsi in cortile al momento della caduta di Chicca, tanto più che proprio lui avrebbe da sotto chiamato la madre della bimba, per avvisarla di quanto successo.

E infine la curiosità che riguarda un altro residente del palazzo, che quanto iniziò a circolare la voce che sul corpo della bambina fossero stati trovati dei capelli, decise di radersi a zero, cosa mai fatta in precedenza.

Una storia con tante ombre, dissipate adesso dalla Corte di Napoli, secondo cui l’assassino è Raimondo Caputo. Una sentenza di cui prendere atto, in attesa delle motivazioni e del secondo grado di giudizio.

Guglielmo Mastroianni