A VALENTINA, DA DONNA A DONNA

Ricevo e pubblico volentieri questa riflessione di Margherita Carlini,
Psicoterapeuta e  Criminologa Forense, da oltre 10 anni impegnata nella sua attività di psicologa in diversi  Centri Antiviolenza.
Si tratta, come vedrete leggendola, di una riflessione che non attiene ai recenti sviluppi e alle nuove indagini della Procura di Cagliari.  E proprio per questo ho deciso di pubblicarla, perché non entra nel merito investigativo del caso.

Nel giorno dell’anniversario del massacro del Circeo: il 29 settembre 1975

 

 

 

 

 

 

A VALENTINA, DA DONNA A DONNA

 

Era il 1976, presso il Tribunale di Latina si svolgeva il processo a carico di quei “bravi ragazzi” che avevano sequestrato, violentato, seviziato, torturato e picchiato Rosaria e Donatella. Un massacro, quello del Circeo, che aveva portato alla morte di Rosaria, Donatella era sopravvissuta solo per sbaglio.

Era il 1976 quando in quella aula di tribunale, decine di donne presenziarono alle udienze, a sostegno dell’unica vittima sopravvissuta e della dignità non riconosciuta di ognuna di noi; si perché in quell’aula Donatella dovette difendersi “dall’accusa” di essere stata consenziente nel sottostare a quegli atti disumani, se non addirittura di averli essa stessa provocati.

 

 

Lei e la sua amica ben sapevano, secondo la difesa degli imputati, cosa sarebbero andate a fare con quei quattro ragazzi.

Lo spiega bene nella sua arringa uno degli avvocati della difesa, sostenendo che una fellatio non può essere praticata senza il consenso della donna, “ il possesso è esercitato dalla ragazza sui maschi […] sono loro che si abbandonano nelle fauci avide di colei”, sosteneva tra le risatine di scherno dei colleghi presenti.

 

Era il 1976 quando Donatella ha dovuto difendersi dalla colpa più grave, quella di essere donna, una donna sopravvissuta ad un massacro.

Lo argomentò benissimo la sua avvocata, Tina Lagostena Bassi, spiegando il motivo della presenza di tutte quelle donne in un’aula di Tribunale.

“Presidente, Giudici, credo che innanzitutto io debba spiegare una cosa: perché noi donne siamo presenti a questo processo. […]Che significa questa nostra presenza?

Ecco, noi chiediamo giustizia.

Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non ci interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa […]

Nessuno di noi avvocati si sognerebbe di impostare una difesa per rapina come si imposta un processo per violenza carnale.
Nessuno degli avvocati direbbe, nel caso di quattro rapinatori che con violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie […] vabbè dite che il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!

Ecco nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere infangando la parte lesa soltanto.

Ed allora io mi chiedo, perché se invece di quattro oggetti d’oro l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? […]

La vera imputata è la donna […] ed una donna ha il diritto di essere ciò che vuole senza bisogno di difendersi”.

 

Eloquenti e purtroppo non dissonanti da quel genere di atteggiamenti sono le reazioni pubbliche e mediatiche seguite anche ai più recenti fatti di cronaca.

Quarantuno anni dopo.

Non importa si tratti di uno stupro o di un femminicidio, è sempre la donna, la sua integrità morale, a finire sotto processo.

DONNE CHE COME FANNO, SBAGLIANO.

Sbagliano quelle che sono troppo sottomesse e che per questo non riescono a denunciare, a lasciare, ad interrompere una relazione maltrattante.

Sbagliano quelle che sono troppo emancipate, tanto da uscire da sole di notte per andare a divertirsi e magari ubriacarsi, tanto da accettare passaggi da degli sconosciuti o da avere l’ardire di interrompere un matrimonio.

Molto meglio tenerle chiuse in casa dopo il tramonto le nostre figlie, così forse avremo risolto il problema degli stupri, se non consideriamo però che il 98% delle donne (anche minori) vengono violentate da qualcuno che conoscono, il più delle volte da un familiare o da un partner, da qualcuno insomma, che è chiuso in casa con loro.

Hanno sbagliato le due ragazze violentate da quegli uomini in divisa.

Ha sbagliato anche Noemi, massacrata di botte e a colpi di pietra, per poi essere finita con una coltellata al collo ed abbandonata in mezzo al niente. Ha sbagliato a scegliere di innamorarsi proprio di quel ragazzo, a non lasciarlo, a sbagliato ad essere una ragazza “un po’ problematica” che scappava di casa , ha sbagliato a non prevedere che quel fidanzato l’avrebbe uccisa.

HA SBAGLIATO ANCHE VALENTINA , LEI COME TUTTE LE ALTRE

Ha sbagliato a sposare un uomo come quello, ad aver provato a stargli accanto, ad accettare quell’ultimo incontro.
Valentina ha sbagliato ancora di più, perché è viva e a tutte queste accuse può ancora rispondere.