IL DESTINO DI MICHELE BUONINCONTI : PROCESSO D’APPELLO, DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Per analizzare i contenuti della sentenza di condanna a 30 anni di carcere del Processo d’Appello contro Michele Buoninconti è inevitabile ripartire da quella di Primo Grado e dai presupposti che l’avevano caratterizzata.

Vi anticipo, in chiave di lettura di questa analisi a puntate, che vi fornirò a mano a mano i link dell’inchiesta già pubblicata su Nera e Dintorni prima del processo d’Appello, perché purtroppo – lo vedremo bene in seguito – anche la seconda sentenza di condanna non ha risolto gran parte dei dubbi sollevati in quella fase.

Al termine del primo processo Buoninconti venne riconosciuto colpevole dell’omicidio della moglie, Elena Ceste. Un delitto premeditato, scatenato dalla scoperta dei reiterati tradimenti della donna, ormai ‘fuori dal controllo’ del marito, uomo ossessionato proprio dalla necessità di un controllo attivo e continuo sulla moglie.

Alla base di queste conclusioni tre capisaldi dell’accusa:

1 –  La determinazione della morte per omicidio avvenuto per strangolamento

2 – Le tracce di terreno rinvenute sui vestiti della vittima compatibili con il luogo dell’occultamento del cadavere e non con il terreno del giardino dove  Buoninconti sosteneva di averli ritrovato

3 – L’analisi del traffico telefonico di Buoninconti la mattina del delitto e la certezza ricavata da quest’ultima che lui si fosse mosso verso il Rio Mersa, dove poi venne ritrovato il corpo tempo dopo, prima di tornare a casa e fingere la scomparsa di Elena Ceste e depistare le indagini con delle ricerche  pilotate in diversi modi.

Quello che é accaduto durante il Processo d’Appello, in buona parte anticipato dall’inchiesta di Nera e Dintorni, è stato però che la difesa ha messo in seria profonda discussione molte delle granitiche certezze poste alla base dell’impianto accusatorio. A partire da quella principale, ovvero le cause della morte di Elena Ceste.

Come è noto a chi ha seguito il caso infatti, non vi è certezza scientifica su queste cause. Una indeterminazione dovuta alle pessime condizioni del cadavere, esposto alle intemperie e semi immerso nell’acqua per svariati mesi. I consulenti del Pubblico Ministero e della Parte Civile, erano giunti a stabilire  la causa di morte come asfissia, attraverso un percorso di deduzione logica, scartando cioè una ad una tutte le altre possibili alternative.

 

Un processo che si era basato su una serie di presupposti che la difesa ha fortemente contestato, mostrando elementi indiziari e di prova dal significato decisamente discordante , per non dire opposto a quanto sostenuto dall’accusa:

 

1 – Non sarebbe vero che il corpo di Elena non presenti fratture, in quanto una risulta evidente già dalle foto dell’autopsia, mentre una seconda è sospetta e richiederebbe un esame più approfondito. Fratture che sarebbero compatibili con un eventuale caduta accidentale della donna in una zona del Rio diversa da quella del ritrovamento.

2 – Non sarebbe  vero che il corpo di Elena è stato ritrovato in una posizione ‘a soldatino sull’attenti’ incompatibile con una morte per assideramento, visto che tanto le foto quanto i rilievi dei Carabinieri la mostrano invece in una posizione rannicchiata  più simile a quella di chi è deceduto in quelle condizioni

3 – Non sarebbe vero che il corpo di Elena Ceste certamente è stato ritrovato nello stesso punto dove è stato nascosto, perché le condizioni del Rio Mersa non sarebbero quelle descritte dall’accusa ( vegetazione impenetrabile) , e il corpo potrebbe essere stato trasportato lì in un secondo momento durante uno dei fenomeni alluvionali accaduti dopo la sua scomparsa, posto che il fenomeno della saponificazione del corpo prende il via settimane dopo la morte e dura mesi, quindi non è indicativo per stabilire se il corpo si  sia mosso o meno nelle prime settimane dopo la morte.

4 – Non sarebbe vero che non vi siano indicazioni che lascino pensare a un malessere psicologico della donna tale da determinare una crisi psicotica che possa aver portato  a un denudamento e a un allontanamento volontario, e infine a una tragica morte accidentale. Partendo dal presupposto che gli stessi consulenti della Procura hanno introdotto il tema dei deliri e delle psicosi della presunta vittima.

 

Ancora più forti sono state poi le critiche verso la prove delle macchie di fango, in realtà già duramente depauperizata dal confronto tra la consulente della Difesa e quello della Procura in primo grado,  ma poi mantenute con un valore indiziario. La difesa in appello ha ribadito il carattere totalmente unico e sperimentale utilizzato dal consulente del Pm, dimostrando inoltre che i reperti non erano stati conservati con la dovuta cautela, e che il rischio di contaminazione della prova era alto. Senza dimenticare che il confronto tra i terreni era avvenuto con un prelievo di terreno effettuato in unico punto, invece che con più prelievi effettuati  in tutto il giardino di Buoninconti.

Infine la difesa aveva anche criticato duramente l’analisi delle celle telefoniche e il lavoro del consulente della Procura Giuseppe Dezzani, sollevando dubbi sulla sua metodologia, sulla compatibilità dei suoi dati con quelli delle indagini dei Ros dei Carabinieri, e sul fatto che non era stata presa in considerazione una serie di telefonate di Buoninconti ritenute del tutto incompatibili, per la distanza da casa dei punti in cui erano state effettuate e per le celle agganciate, con la ricostruzione dei suoi movimenti la mattina del delitto fatta dall’accusa.

A tutto questo si era poi aggiunga un’analisi  particolareggiata della profonda crisi vissuta da Elena Ceste nei mesi precedenti la sua morte, un malessere esistenziale e psicologico compatibile con l’ipotesi di una crisi psicotica ( è bene ribadirlo introdotta peraltro da uno dei consulenti della Procura ).

Infine l’inconsistenza del movente e l’ aggravante della premeditazione del delitto erano stati oggetto di duro confronto in aula.

Ciò che aveva colpito di più nella difesa di Buoninconti è che i suoi legali aveva spesso utilizzato proprio dati raccolti dall’accusa durante le indagini ( foto, relazioni, consulenze ) per attaccare le conclusioni del Pubblico Ministero.

Argomenti che avevano spinto la difesa a chiedere che la Corte accettasse di compiere nuove perizie terze, su incarico proprio, finalizzate a dirimere la contraddittorietà della lettura di una lunga serie di elementi. Questo nonostante la scelta del Rito Abbreviato, compiuta da Buoninconti prima dell’avvio del Processo.  Una richiesta che rifaceva alle indicazioni della Cassazione sulla prevalenza della ricerca della verità rispetto alla rigidità del Rito.

Richiesta prontamente respinta in toto dalla Corte.

Una decisione che mi permetto di giudicare poco sensata in questo caso, dove non vi è alcuna certezza sui fatti accaduti, e dove due ipotesi – quella del delitto e quella dell’incidente – sono entrambe potenzialmente possibili.  Insomma parlare di ragionevole dubbio, in questo caso, personalmente lo trovo riduttivo.

L’unica giustificazione che riesco a dare a una scelta di questo tipo, posto che il vincolo del Rito Abbreviato è stato superato altre volte e che la stessa Cassazione ha invitato i Giudici d’Appello a compiere tutte le indagini del caso per non creare condizioni di annullamento delle sentenze,  resta quella che se una sola delle consulenze del Tribunale avesse minato uno dei principi basilari delle tesi accusatorie, essendo tutte forzatamente concatenate tra loro, l’intero castello sarebbe caduto rovinosamente.

 

Ma Buoninconti è stato condannato una seconda volta, quindi … l’accusa ha retto!

Dire questo in realtà è in gran parte un’inesattezza, e per capire bene il significato di questa mia affermazione occorre esaminare bene la sentenza di Secondo Grado dove il Giudice giunge sì alle stesse conclusioni, ma compiendo un percorso molto personale che lo porta di fatto a salvare davvero poco del lavoro tecnico di quasi tutti i consulenti, di accusa e difesa.

Per arrivare a determinare le premesse della condanna a Buoninconti il Giudice porta al’estremo la funzione riconosciutagli dalla legge, di Peritus Peritorum, assumendosi in prima persona il compito di analizzare e determinare il valore probatorio di molti elementi tecnici, finendo con il muovere critiche pesanti nei confronti di quasi tutti i Consulenti Tecnici. Fatta eccezione per gli anatomopatologi di accusa e parte civile, ovviamente, senza i quali definire Buoninconti assassino sarebbe stato impossibile.

Non è un caso forse che questa forte volontà del Giudice si sia scontrata letteralmente fino all’ultimo con i dubbi di una parte della Giuria Popolare, con tanto di due rivii prima della lettura della sentenza.

Per capire bene il processo deduttivo del Giudice non ci resta quindi che esaminare la sentenza stessa, nell’articolo :  –>IL CASO BUONINCONTI: LETTURA CRITICA DELLA SENTENZA DI SECONDO GRADO

 

 

Per leggere l’articolo precedente clicca qui–> BUONINCONTI: LA CONDANNA IN SECONDO GRADO E LA CASSAZIONE