IL CASO BUONINCONTI: LETTURA CRITICA DELLA SENTENZA DI SECONDO GRADO

La corte d’Assise d’Appello di Torino che ha confermato la condanna a 30 anni di carcere per Michele Buoninconti, nel motivare la sua decisione si e’ trovata di fronte a non poche difficoltà, proprio perché i dubbi sollevati durante il dibattimento da parte della difesa si erano rivelati consistenti.

E’ bene precisare una cosa, prima di affrontare la disamina della lettura della sentenza, i miei dubbi, le mie osservazioni partono da un presupposto: che in questo caso possa esistere una fondata incertezza sul fatto che sia sia alla presenza di un reato, di un omicidio.

Si badi bene, non si tratta di sostenere l’innocenza di Michele Buoninconti.

Se si è trattato di omicidio, l’autore del delitto è, con ogni probabilità, il marito. Anche se , come vedremo in seguito, anche nel caso di sua colpevolezza è tutta da dimostrare la premeditazione. Diciamo che nel caso, è più facile pensare a un delitto d’impeto, o almeno così la vedo io, e così la vedeva anche una parte della giuria popolare.

Il vero focus, nell’esaminare il caso della morte di Elena Ceste, è capire se sia ipotizzabile che la donna possa essere morta a causa di un incidente, seguito a una sua crisi psicotica che l’ha portata a uscire nuda da casa in una fredda mattina di gennaio. Una morte per ipotermia.

Su questo punto in questi anni ho incontrato un’incredibile ritrosia da parte di molti a prendere semplicemente in considerazione la cosa, come fenomenologia pura.

Invece esiste una precisa casistica al riguardo, non si tratta cioè di un fenomeno inesistente, impossibile o improbabile. Che il denudamento possa avvenire in determinate circostanze è cosa che neppure i più integralisti consulenti  sono arrivati a negare, respingendone semplicemente la possibilità nel caso specifico per una serie di considerazioni che ho già raccontato e vedremo ancora nella sentenza d’appello.

MA SIA CHIARO: CHE UNA DONNA POSSA USCIRE E INCAMMINARSI NUDA IN PREDA A DEI DELIRI PSICOTICI ANCHE NEL FREDDO DELLA CAMPAGNA PIEMONTESE NON E’ UN FENOMENO IMPOSSIBILE.

Di questo si deve tenere conto, per un approccio intellettualmente onesto, affrontando il caso Buoninconti. Perché questo è il punto fondamentale, tenendo conto che non esiste alcuna prova scientifica dell’avvenuto omicidio, né esiste alcuna prova concreta che l’omicidio sia stato commesso dal marito.

In primo e secondo grado si è giunti a questa conclusione attraverso deduzioni, non attraverso prove inoppugnabili. E dopo la sentenza d’appello, possiamo dire che l’elemento di prova più forte resta quello della lettura dei dati delle celle telefoniche, che però è anche il più criticato da un punto di vista tecnico, da parte delle difesa.

Occorre però tenere presente  che esistono elementi e indizi che invece raccontano di una profonda crisi di Elena Ceste. Possibili prodromi di quella crisi che avrebbe potuto esplodere definitivamente –  perché manifestazioni di questa crisi vi erano già state – il giorno della sua morte.

E questa, come già detto, è la domanda principale: vi è certezza che la prima ipotesi, quella dell’omicido, sia quella corretta? Davvero la seconda ipotesi è certamente  inconsistente?

Oppure esiste un ragionevole dubbio in quanto per entrambe le ipotesi esistono elementi a supporto, e nessuno dei due – ad oggi – è realmente preminente sull’altro?

Non sarebbe stato più corretto, giusto, approfondire gli elementi incerti con nuove perizie terze, come chiesto da Buoninconti? Perché non farlo e dirimere una volta per tutti i dubbi?

io non ho una risposta soddisfacente a queste domande.

ED E’ PER QUESTO CHE IO MI RITENGO INSODDISFATTO E ARRIVO A CRITICARE  IL SISTEMA GIUDIZIARIO PER COME SI E’ COMPORTATO IN QUESTA VICENDA E NEI CONFRONTI DI MICHELE BUONINCONTI.

 

Passiamo quindi ad esaminare come – questa volta – si sia creduto all’impianto accusatorio, fino ad arrivare a condannare l’imputato per l’omicidio della moglie.

Ovvio che tra tutte le componenti, quella che doveva essere salvata e mantenuta salda era quella che aveva portato a determinare l’avvenuto omicidio, e quindi l’esame del corpo di Elena Ceste, il luogo del suo ritrovamento e i tempi in cui quel corpo era arrivato dove è stato poi ritrovato.

Come è noto l’accusa ha sempre sostenuto che il corpo dei Elena sia stato gettato nel punto del rio dove venne poi ritrovato, il 24 gennaio stesso, la difesa invece ha sostenuto che non vi sia prova di questo, dato che il processo di saponificazione e disgregazione del corpo – certamente terminato in quel punto – prende il via settimane  dopo la morte e duri mesi, quindi il corpo potrebbe essere arrivato in quel sito in un secondo momento.

Ma leggiamo la sentenza d’appello:

“Seguendo la prospettazione della Difesa che propende per la prima ipotesi ( quella della caduta in un punto diverso da quello del ritrovamnento ndr ) si dovrebbe necessariamente ritenere che il corpo sarebbe giaciuto in un punto del Rio Mersa posto a monte di quello in cui venne ritrovato non solo per alcuni giorni, posto che le precipitazioni che comportarono la sospensione delle ricerche e che avvennero tra gli ultimi giorni di gennaio ed i primi di febbraio furono nevose e non poterono provocare un innalzamento dell’esiguo livello dell’acqua, come ha ricordato il teste Pregno, bensì per un lasso di tempo assai più ampio, se si vuol dare credito all’ulteriore affermazione dello stesso Pregno circa le abbondanti precipitazioni primaverili, peraltro nemmeno specificamente documentate dalla pur attenta Difesa, che ha molto approfondito l’argomento, con ampia produzione (e documentato infatti l’evento alluvionale del 15-16 marzo 2011, interessante specificamente anche ii Rio Mersa, corso d’acqua citato anche nella delibera del consiglio comunale di Isola d’Asti del 19.12.2013, mentre per quanto riguarda ii 2014 è riportata unicamente l’ordinanza commissariale 27.10.2014 della Regione Piemonte, che fa genericamente riferimento ad “eccezionali avversità atmosferiche verificatesi … e nel periodo dal 1 ° .febbraio al 10 marzo 2014 nel territorio de/le province di Torino, Alessandria, Asti, Cuneo, Novara
e Vercelli”, in sostanza in tutta la regione).
Tuttavia, se cosi fosse, deve con certezza affermarsi che le massicce ricerche relative ad una scena “pulita” e scoperta di un’area limitatissima, effettuate prima di allora (dal 24 gennaio alla fine di quel mese) sia in superficie, da parte di squadre formate da personale specializzato anche coadiuvato dalle unita cinofile, che dall’alto, mediante elicotteri, non avrebbero potuto non rilevare un corpo che, per il biancore dovuto alla sua nudità, avrebbe avuto inevitabilmente risalto rispetto ai
normali colori della campagna; e cio, quand’anche non si voglia ricordare che addirittura si trattava di ambito visivo in gran parte percepibile dalla finestra di casa Buoninconti (“io la riesco a vedere dal balcone di casa mia, io la tenevo sotto ii mio sguardo … da casa mia si vede”) dirà l’imputato conversando al telefono con un parente ii 27 ottobre 2014, descrivendo il luogo di ritrovamento del corpo.
La prospettazione difensiva non regge dunque ad una rivisitazione logica: non è nemmeno necessario rifarsi al principio de! dubbio “ragionevole”, perché e il dubbio stesso che non ha cittadinanza.

Tutto ciò consente di affermare che non vi fu dunque traslazione del corpo, sicché la ricostruzione fattuale consente unicamente l’alternativa tra l’avere la donna vagato, completamente nuda, per circa un chilometro, sino a finire, volontariamente o accidentalmente, nel punto del Rio Mersa dove venne trovato ii cadavere, e l’essere stato ii corpo, già inanimate, colà gettato.

IL DUBBIO STESSO NON HA CITTADINANZA, SCRIVE IL GIUDICE, E LO SCRIVE GIÀ IN QUESTO INIZIO SENTENZA, ILLUMINANDO IN QUESTO MODO L’INTERO DISPOSITIVO DELLA SUA PRECISA SCELTA: RESPINGERE OGNI OMBRA DI DUBBIO.

MA PER FARLO, COME SI VEDE BENE FIN DA QUESTE CONSIDERAZIONI, RARAMENTE IL GIUDICE CI MOSTRA PROVE SOLIDE E INCONTESTABILI, CAPACI PER LORO NATURA DI ANNULLARE IL DUBBIO. SARANNO INVECE CONSIDERAZIONI SOGGETTIVE ( OVVIAMENTE  UN RUOLO CONSENTITO ALL’ORGANO GIUDICANTE )GLI STRUMENTI UTILIZZATI.

E basterebbe andare a vedere la  citazione dell’intercettazione di Buoninconti riportata, una telefonata in cui si diceva incredulo che la moglie fosse stata ritrovata in un punto che lui poteva persino vedere dalla finestra,  affermazione che viene letta come ‘ un punto che lui poteva controllare ‘!

Diversamente non si capisce perché Buoninconti non abbia fatto un tentativo di spostare il corpo ( se davvero avesse saputo che era lì) quando le ruspe hanno iniziato a ripulire quel tratto del Rio partendo dalla zona più a valle. Buoninconti, il controllore del luogo, sarebbe rimasto almeno tre giorni a vedere la ruspa avvicinarsi al punto dove aveva nascosto il corpo senza fare il minimo tentativo si rimuoverlo. 

 

Esaminiamo quindi questo passaggio molto importante, tenendo ben presente una cosa:  il giudice che ha espresso la condanna, evidentemente convinto della colpevolezza di Buoninconti, non esistendo prove concrete dell’avvenuto omicidio, si trova nella necessità di negare l’unica alternativa possibile, ovvero  che sia potuta accadere una disgrazia.

Il Giudice ci dice che è impossibile che il corpo sia stato portato dall’acqua nel punto del ritrovamento dopo che Elena è caduta nel Rio in un punto più vicino a casa sua. Ma sulla base di cosa dice che è impossibile?

Ecco il link agli articoli che spiegano proprio le posizioni contrapposte di Procura e Difesa in appello su questo punto fondamentale:

L’AUTOPSIA: IL PILASTRO DELL’INCHIESTA

L’AUTOPSIA: OMICIDIO PER DEDUZIONE? 

L’AUTOPSIA: SEI PRESUPPOSTI SOLIDI O FRAGILI?

L’AUTOPSIA: DA DOVE POTEVA VENIRE IL CORPO DI ELENA

L’ AUTOPSIA: ALLA FINE NESSUNA CERTEZZA

 

 

INTANTO, DALLA LETTURA DI QUESTA SECONDA SENTENZA,  PRENDIAMO ATTO DI UNA COSA: L’IMPENETRABILE VEGETAZIONE CHE ERA STATA UTILIZZATA PER GIUSTIFICARE L’IMPOSSIBILITA’ CHE IL CORPO FOSSE STATO TRASPORTATO DALL’ACQUA IN  PRIMO GRADO,  E’ SPARITA, NON ESISTE PIÙ.

DEL RESTO ERANO LE STESSE FOTO DEI RILIEVI FATTI DAI CARABINIERI CHE ANCHE NOI AVEVAMO PUBBLICATO QUI SU NERA E DINTORNI, A DIMOSTRARE CHE SI TRATTASSE QUANTOMENO DI UNA SOVRA VALUTAZIONE DELLO STATO REALE DEI LUOGHI.

In secondo grado  il Giudice – e farà altrettanto in molti passaggi della sentenza -cerca di rivolgere le prove difensive contro lo stesso Buoninconti. Operando l’ennesima forzatura di questo caso giudiziario.

Prima, in un passaggio precedente a quello riportato, ribadisce che comunque esistevano piante di certe dimensioni in quel tratto ( ma non si spinge e dire che avrebbero bloccato il passaggio del corpo ) , poi in pratica afferma: la prova che il corpo non può essere caduto a monte del luogo di ritrovamento è che durante le massicce ricerche non è stato trovato. Cosa impossibile.

 Il mancato ritrovamento viene eletto a prova della non presenza del corpo.

Sarebbe come dire che ha ragione chi sostiene che – per citare il primo esempio noto a tutti – il corpo di Yrara Gambirasio non si trovava dove è stato rinvenuto poi casualmente, perché durante ricerche altrettanto massicce non è stato trovato. Eppure esistono persino le immagini dei Carabinieri che perlustrano il campo di Yara. Eppure io stesso ho intervistato un elicotterista che lo ha sorvolato in quei giorni da sempre incredulo per il fatto di non averlo visto dall’alto.

Eppure la sentenza Bossetti ci dice che il corpo è sempre stato lì.

Quindi che elemento di prova è che non poteva essere in un altro punto perché  non e’ stato trovato?

Ma il corpo di Yara non venne trovato per le caratteristiche delle piante ad alto stelo di quel prato, dirà qualcuno per sottolineare la differenza ( fermo restando che dall’elicottero la visibilità cambia come dal giorno alla notte eppure non venne vista ).

E  qui è la seconda forzatura di questa spiegazione in sentenza: infatti il tratto del Rio Mersa che parte dall’inizio della piana, all’altezza della provinciale, e si dirige poi verso quello del ritrovamento, è il punto – forse l’unico vero punto – dove Elena può essere caduta accidentalmente:

Perché relativamente vicino a casa e raggiungibile attraverso un sentiero che passa per i campi e che l’avrebbe tenuta nascosta allo sguardo dei più.

Perchè e’ un tratto cementato a bordo strada e quindi l’unico punto dove cadendo avrebbe potuto ferirsi riportando quelle fratture sospette che la difesa ha portato alla luce in Appello chiedendo che venissero valutate meglio, una al coccige e una sospetta all’anca.

Ma quel tratto è anche caratterizzato da un altro importante elemento: nell’arco di poche decine di metri ci sono almeno 4/5 è passaggi pedonali , dei ponticelli, che attraversano il Rio per garantire l’accesso ai campi. Punti dove non si può escludere che una donna eventualmente ferita, nuda, infreddolita dalla presenza dell’acqua e in crisi psicotica avrebbe potuto cercare un fragile rifugio.

Se Elena fosse poi morta lì per ipotermia. sarebbe stata nascosta di certo agli elicotteri, e forse anche a dei ricercatori a piedi.

Così come appare davvero strano parlare di carnagione bianca che sarebbe risaltata apparendo evidente a chi la cercava, perché basterebbe controbattere  che se la donna fosse caduta in quel rio dalle acque basse e fangose in pochi minuti si sarebbe sporcata quasi totalmente, sia nel tentativo di fuoriuscirne, sia nel tentativo di raggiungere un momentaneo rifugio.

Ricordiamoci ancora una volta che i soccorritori arrivarono più volte anche al punto del ritrovamento, e non videro il corpo di Elena nei primi quattro giorni dopo la sua scomparsa.

E se la bianca nudità evocata dal Giudice doveva essere una faro nella notte, lo sarebbe stato anche in mezzo alle frasche di quel punto.

 

Il Giudice del resto ha necessità di cancellare questa ipotesi, dovendo condannare Buoninconti, perché ovviamente mina alla radice quella di omicidio, o comunque solleva dubbi di sostanza.

 

Così come non fa alcun accenno all’esistenza di luoghi che avrebbero potuto nascondere il corpo  a monte della ferrovia, nega anche la possibilità che siano avvenuti fenomeni alluvionali che pure la difesa ha provato. E noi stessi qui abbiamo mostrato come in un solo giorno di pioggia il Rio Mersa che raccoglie numerosi piccoli affluenti si riempia fino al culmine, straripando anche su strade e campi. Come dimostrano queste foto:

 

Una realtà che il Giudice nega e non prende minimamente in considerazione. Non perché esistano prove del contrario, ma solo per sua valutazione .

 

La necessità di negare la possibilità di una disgrazia raggiunge poi il culmine quando si tratta di esaminare la posizione del corpo. Ricordiamo come in primo grado i consulenti di accusa e parti civili si fossero prodigati a spiegare che il corpo di Elena aveva braccia e gambe allungate come nella posizione di un soldatino sull’attenti, circostanza platealmente smentita da foto e rilievi dei Carabinieri, che mostravano un corpo quasi rannicchiato in una posizione che poteva richiamare più quella di chi muore per ipotermia che  quella di chi viene fatto rotolare nel canale, come sostenuto dalla Procura.

 

Rilievi tecnici dei Carabinieri al Rio Mersa

Il corpo di Elena Ceste nei rilievi tecnici dei Carabinieri

 

Ecco le parole del Giudice nella sentenza di secondo grado:

“…tutto ciò non senza considerare che la tesi della morte per assideramento, che implica necessariamente l’allontanamento “da viva” ed un decesso avvenuto in tempi molto brevi, dovrebbe presupporre che il corpo, oltre a ciò, sia stato inoltre fatto scivolare dolcemente a valle dall’acqua e non invece, come l’esperienza comune insegna, travolto e sballottato dalla corrente impetuosa della piena, giungendo nel punto di quiete in quella posizione in cui venne rinvenuto: perché se non felice può dirsi la definizione di “uomo sull’attenti”, non può certo negarsi che il cadavere si trovasse in una posizione composta, presentandosi per cosi dire “in asse” e non certo scomposto da un violento trascinamento ovvero rannicchiato nella posizione “fetale” ad istintiva protezione dall’ipotermia.”

 

E qui onestamente c’è di che rimanere confusi. Tre pagine prima il Giudice spiega che il Rio aveva troppa poca acqua per trasportare il corpo e che la tesi alluvionale ( nonostante le prove presentate dalla difesa, giudicate evidentemente insufficienti ) fosse da considerarsi impossibile, tanto da non concedere spazio al dubbio.

Ora di fronte alla posizione del corpo palesemente scomposta e lontana da quella descritta dall’accusa, da posizione del soldatino sull’attenti si passa a una posizione IN ASSE.

Quindi il corpo è scomposto ma non troppo, geometricamente più compatibile con la morte per omicidio, che con la posizione fetale tipica dell’assideramento.

Ma non solo: il corpo è  scomposto, ma non abbastanza; perché se fosse stato trascinato TRAVOLTO E SBALLOTTATO DALLA CORRENTE IMPETUOSA DELLA PIENA   avrebbe dovuto essere SCOMPOSTO DA UN VIOLENTO TRASCINAMENTO.

Siamo quindi alla contraddittorietà tra tesi opposte: prima il Rio non era in grado di contenere acqua sufficiente a trasportare il corpo ( ricordo ancora una volta le immagini  che ho pubblicato  del Rio Mersa colmo d’acqua dopo un solo giorno di pioggia ) , poi invece si dice che il corpo se fosse stato trasportato sarebbe dovuto essere più scomposto per l’impetuosa corrente!

Ma di cosa stiamo parlando? Qualcuno ha mai pensato o sostenuto che il Rio Mersa si possa trasformare in un impetuoso torrente con rapide e cascate?

La difesa ha semplice cercato di dimostrare che un corpo avrebbe potuto ( per ipotesi ) essere trasportato dalle acque del Rio in piena perché sufficienti come volume e come corrente, ma pure sempre una corrente relativa, non certo impetuosa.

MA  PER CONDANNARE BUONINCONTI OCCORRE NEGARE  LA SEMPLICE POSSIBILITÀ CHE QUEL TRASPORTO SIA  IPOTIZZABILE.

PERCHÉ NEL MOMENTO IN CUI SI AMMETTESSE QUESTA POSSIBILITÀ, NEL MOMENTO IN CUI SI AMMETTESSE CHE LA POSIZIONE DEL CORPO E’ COMPATIBILE ANCHE CON LA MORTE PER IPOTERMIA, NEL MOMENTO IN CUI SI AMMETTESSE CHE ESISTONO FRATTURE COMPATIBILI CON UNA CADUTA,  IL DUBBIO SI, CHE TROVEREBBE UN RAGIONEVOLE SPAZIO D’ESISTENZA.

E questo non è ammissibile. Per una semplice ragione, che debole è il castello accusatorio, e consistente è invece la possibilità della crisi psicotica.

 

Così per negare questa possibilità ci si avvale di ogni spazio a disposizione, di ogni forzatura, come vedremo nel prossimo articolo : IL CASO BUONINCONTI: PERCHÉ ELENA NON PUÒ ESSERE USCITA DI CASA SECONDO I GIUDICI DI SECONDO GRADO.

 

 

 

Per leggere l’articolo precedente clicca qui–> IL DESTINO DI MICHELE BUONINCONTI: PROCESSO D’APPELLO, DOVE ERAVAMO RIMASTI?