IL CASO BUONICONTI IN APPELLO: QUEL PESSIMO LAVORO DEI CONSULENTI DELLA PROCURA.

Abbiamo visto negli articoli precedenti come fosse prioritario per i giudici del secondo grado destrutturare l’ipotesi di una morte di Elena Ceste accidentale, in qualche modo legata a un suo allontanamento volontario da casa la mattina del 24 gennaio.

Il primo passo e’ stato quello di ‘salvare ‘ il percorso deduttivo che aveva portato di i consulenti della Procura a concludere che si era trattato di omicidio analizzando le condizioni del corpo e il luogo del ritrovamento ( sia pur in assenza di un riscontro scientifico concreto ).

Il secondo e’ stato quello di elevare il mancato ritrovamento di una traccia olfattiva di Elena Ceste in uscita dalla casa da parte delle unità cinofile a elemento di prova assoluto, una pietra miliare della possibile ricostruzione degli eventi.

IL TERZO PASSO E’ STATO QUELLO PIÙ DIFFICILE: AZZERARE LE CONDIZIONI PSICOFISICHE DI ELENA, RIPORTANDOLE DA UNA CONDIZIONE DI PROFONDA CRISI DELIRANTE DESCRITTA DA UNA UNA CONSULENZA DELLA PROCURA, A QUELLE PIÙ MITI E FUNZIONALI ALLA TEORIA DELL’OMICIDIO, OVVERO A QUELLE DI UNA DONNA SEMPLICEMENTE PREOCCUPATA PER VIA DELLE SUE RELAZIONI CLANDESTINE.

Un passo questo che ha spinto il Giudice estensore della sentenza a portare al massimo livello il proprio ruolo di Peritus Peritorum, arrivando ad esprimere critiche durissime contro il lavoro svolto dalla consulente che aveva esaminato la personalità di Elena Ceste , la psicologa Fusaro,  e non solo il suo come vedremo.

Del resto le conclusioni della Fusaro avevano aperto una breccia pericolosa, nello schema accusatorio, conclusioni che non caso il Giudice richiama in sentenza:

Quando nel pensiero di Elena si insinua il sospetto che qualcuno renda noto  il suo mondo nascosto di affetti e incontri, la signora perde ii
controllo.  Il  sistema difensivo che l’ha accompagnata per quasi quarant’anni si sgretola, rovinata l’immagine, non sa come “esistere”,
e condannata anche e soprattutto da un arcaico mondo normativo, che convive con l’immaturità dei sentimenti. Di qui la crisi psicotica, le proiezioni e i diffusi spunti deliranti, che le fanno perdere ogni controllo su un dato reale, chiusa in una mente interpretativa che non può più ricevere informazioni e rassicurazioni dall’esterno.
Di fatto, pur sofferente, sembra pero rientrare nel ritmo della quotidianità, reprimendo di nuovo i  bisogni interni ed allontanandosi dagli strumenti di contatto, cellulare e pc, e richiudendosi nel ruolo di moglie e madre.”

E’ la dottoressa insomma ad introdurre il tema della crisi psicotica e dei deliri, della perdita di contatto con la realtà, i possibili e concreti prodromi di un altrettanto possibile episodio di psicosi acuta esploso tra il 23 e il 24 gennaio. 

Anche su questo aspetto, che poi analizzerò nelle conclusioni della sentenza d’appello,  vi invito – se avete voglia e pazienza – a leggere gli articoli già pubblicati nella prima inchiesta che approfondiscono tutto il tema della crisi di Elena Ceste,  il lavoro di accusa e difesa in preparazione del secondo processo, ma forniscono anche gli elementi per meglio valutare il ragionamento del giudice di secondo grado, e che sono questi:

ELENA CESTE, MICHELE E IL MOVENTE

CHI ERA ELENA CESTE

ELENA CESTE, MOGLIE E MADRE

ELENA CESTE,  MICHELE E GLI AMANTI, QUANDO LA COPPIA NON BASTA PIÙ 

IL DRAMMA DI ELENA: LA GRANDE CRISI D’AUTUNNO

LA VERSIONE DELLA PROCURA: LE PRIME CONTRADDIZIONI

GLI ULTIMI MESI DI ELENA

GLI EVENTI CHE PORTANO ALLA MORTE DI ELENA 

COSA PUÒ ESSERE ACCADUTO 

LA VERSIONE DELLA PROCURA

 

Si tenga ben presente che le ultime righe del passaggio della sentenza sopra riportato che parlano di un allontanamento di Elena dai suoi contatti ( in realtà già poco spiegabili perché la dottoressa prima descrive un crescendo di delirio e poi lo fa attenuare improvvisamente senza alcun intervento di supporto clinico o farmaceutico ) , sono in realtà inesatte se si tiene conto che la difesa in appello ha fornito documentazione di analisi dei dati del computer e del cellulare di Elena che dimostrano che quel passo indietro rispetto alle sua attività on line, quel ritirarsi, non sono in realtà mai avvenuti.

Elena continua ininterrottamente a tenere vivi i contatti e gli accessi ai social network, così come con gli amici anche in tutto il periodo in cui la Procura ha sempre sostenuto lei si fosse dedicata alla famiglia dopo il confronto novembrino con la marito. Un confronto di cui in realtà non esiste – lo vedremo ancora – nessuna prova certa, ma che all’accusa serve per poter poi determinare il movente dell’omicidio e la premeditazione.

Nonostante la dottoressa Fusaro concedesse quindi un improvviso riassetto delle crisi Elena Ceste, essendo questo difficile da accettare in termini squisitamente clinici, perché non si capisce bene come una donna in piena crisi delirante che vede nemici ovunque, intrusioni nei suoi pc e quant’altro, che arriva ad accusare i suoi stessi amici e amanti di aver divulgato i suoi segreti, che confida a parenti e conoscenti di essere sulla bocca di tutti, possa poi d’improvviso acquisire un nuovo e totale controllo su se stessa, era necessario annullare completamente l’esistenza di questo stato di psicosi e delirio.

Un processo, quello dell’azzeramento, che avviene in sentenza in due fasi, la prima nella valutazione del lavoro della Fusaro sulla gioventù di Elena, che il Giudice riassume così:

La consulente ha ripercorso la storia di Elena, tratta da quanto riferito da familiari e conoscenti. Ne è derivato un quadro di normalità, a partire dagli studi con ii conseguimento, senza problemi, del diploma in ragioneria, sino al pronto impiego presso uno studio di commercialisti. II carattere e riservato timido, puntiglioso e presenta determinazione nel voler riuscire a fare ciò che vuole, ciò che può spiegare ii fatto che non abbia sviluppato amicizie né a Torino né a Govone.

Ma del lavoro della dottoressa Fusaro il giudice salva ben poco, ecco subito le critiche:

La dott.ssa Fusaro, per prima (la seguiranno poi, del tutto acriticamente, ii dott. Pirfo ed ii dott.  Villari), ha introdotto nella sua “sintesi” termini quali “la crisi psicotica, le proiezioni e i diffusi  spunti deliranti”.

Leggendo la relazione, la consulente pare pervenire a tali conclusioni sulla base di quella che definisce “la crisi dell’autunno 2013”. II termine adoperato nel titolo (“crisi”) è sicuramente accettabile nel suo senso più lato di difficoltà, ansia, financo angoscia, il seguito lascia invero perplessi.
La necessaria premessa è che, come correttamente rilevato dagli esperti, convivevano in Elena Ceste due profili di personalità: quello della riservata donna di casa, moglie affettivamente legata al marito e madre dedita ai figli, e quella trasgressiva della ragazza che, appena diciannovenne, poco prima di conoscere Buoninconti, aveva avuto una relazione con un uomo di trent’anni piu vecchio, (…)
fche I’ha definita “sessualmente parlando,  molto disinibita, le piaceva l’erotismo. Era estroversa e gioviale. Appariva molto libertina e
saltellava da un rapporto all’altro”.

Non dissimili, quanto ad erotismo e disinvoltura, sono le impressioni riferite da A. R. . Nel corso del 20l3, complici la disponibilità del social network facebook e la sua buona capacità informatica, la Ceste era riuscita ad evadere, virtualmente e non, dallo stretto mondo del piccolo paesino di campagna, dove altro non poteva fare se non dedicarsi alla famiglia, alla casa e alle galline, ed aveva, assumendo in prima persona disinvoltamente l’iniziativa, intrecciato le relazioni con R. , A e S. . La scelta non era stata casuale perché i primi due vivevano lontano, mentre ii terzo era, come lei, sposato con prole e dunque tutt’altro che interessato a che la cosa fosse risaputa, sicché nessuno dei tre poteva costituire un rischio per la sua reputazione.
Venendo quindi alla “crisi” dell’autunno 2013, dal tenore dei messaggi che la Ceste scambio con A. emerge senz’altro uno stato di forte tensione emotiva, dovuta a quello che ripetutamentelei definiva “scandalo”.
Qui tuttavia cominciano le forzature della ricostruzione della psicologa.

a) Dalla Frase, contenuta in un messaggio ad A. del 16 ottobre (“hai creato in me una violenza psicologica che porta al suicidio, ti definivi rimbambito per essere gentile, io provo solo pietà di fronte al male ho la pazienza che mi rende forte e i mie figli che mi danno la vita”), viene tratta la conclusione che la donna “manifesta tutto il suo dolore al punto da minacciare il  suicidio da cui si trattiene solo per i
figli”.

E del tutto evidente quanto l’affermazione della consulente sia tanto categorica quanto arbitraria, in quanto accostando ii termine “suicidio” alla locuzione “ho … i miei figli che mi danno la vita” inventa letteralmente una “minaccia di suicidio” assolutamente non
desumibile dal tenore del messaggio.
b) Elena Ceste era convinta che le sue relazioni extraconiugali fossero di dominio pubblico e che ne derivasse ii fatto di essere stata “infangata”, e colpevolizzava A. (lo farà poi anche con S.) della circostanza.
Ne ha desunto la dott.ssa Fusaro che “Elena è accusatoria, da per scontato che la sua credenza sia certa … crede a ciò che pensa lei e non considera la realtà esterna”.
La consulente non è nemmeno sfiorata dal dubbio che la realtà potesse essere quella descritta o quanto meno temuta dalla donna, perché se è vero che né A. nè S. avevano diffuso notizie in proposito (e non v’e motivo per non credere loro), né altre persone, quali la sorella Daniela o il parroco don Zappino o la figlia dei vicini Fiorenza Rava, con le quali pure Elena si era confidata, avevano avuto sentore alcuno del fatto, è altrettanto vero che qualcuno aveva portato o si riprometteva di portare la cosa a conoscenza del marito.

Ma la dott.ssa Fusaro, per usare la sua terminologia, “da per scontato” ciò che scontato non è.

Peraltro va osservato che la Ceste, pur sicuramente ossessionata da quel pensiero, non ebbe ad usare espressioni anomale o stravaganti, ma ebbe una reazione non dissimile da quella che potrebbe avere una qualsiasi casalinga di un piccolo paesino, moglie e madre di famiglia che, avute relazioni extraconiugali con più persone, tema le conseguenze della diffusione di tali fatti per la propria immagine. E che si trattasse di una questione di apparenza agli occhi degli altri e non di rimorso per quanto fatto emerge chiaramente dalla deposizione di don Zappino. Preme da subito osservare che non va oltremodo enfatizzata l’espressione “terrore” che sarà usata dal sacerdote in una delle sue verbalizzazioni: è infatti evidente che don Zappino sicuramente non trasse dalle confidenze in  confessione della donna alcuno stato di particolare alterazione psichica perché altrimenti, alla notizia che Elena si era allontanata nuda da casa, non avrebbe avuto, sia con Marilena Ceste che con lo stesso Buoninconti, il motto di spirito più volte ricordato, ma si sarebbe di certo allarmato.

E non  varrebbe obiettare che don Zappino non è uno psicologo, perché proprio anche sulla base delle sue dichiarazioni, in ordine alla confessione della Ceste a novembre 2013, si è montata la tesi della crisi psicotica.

Tutto ciò non senza contare la perdita di immagine nei confronti dei figli (se lo avessero saputo, l’avrebbero vista come un “mostro”, come ebbe a dire alla sorella) ed il più che comprensibile timore della reazione di un marito “ipertrofico”, “padre-padrone”che esercitava su di lei un assoluto controllo.

ll turbamento era tale che la donna giunse a temere una sostituzione del suo profilo su facebook quale causa della messa in piazza dei suoi affari intimi.

Premesso che non si tratta di ipotesi peregrina perché ben possibile, e dunque che non si tratto di un pensiero irrazionale, l’indagine
psicologica ha inconsapevolmente ma colpevolmente prescisso da un dato di fatto essenziale: tutta la reazione di Elena Ceste, dalle accuse ad A.  al timore della manipolazione informatica, non fu immotivata ma da lei attribuita a fatti ben precisi e cioè a telefonate che aveva ricevuto da “gente cattiva”, che identificava in una “vecchia conoscenza”, che avrebbe rivelato a suo marito un rapporto extraconiugale, oltre a rovinarle la reputazione sul web.

Ora, delle due l’una: o Elena Ceste si inventò la telefonata ricevuta dalla “vecchia conoscenza” e le rivelazioni che questa avrebbe fatto al marito, ed allora la sua ossessione (non si tratterebbe comunque ancora tecnicamente di “delirio”, termine cui invece disinvoltamente e stato fatto ricorso) non avrebbe spiegazione; ovvero, invece, tali circostanze erano reali, facendo apparire de] tutto spiegabile e logica la sua reazione.

La dott.ssa Fusaro non si è  minimamente posta un tale dubbio ed ha affermato, come detto, che la donna “da per scontato che la sua credenza sia certa … crede a ciò che pensa lei e non considera la realtà esterna”, abbracciando con convinzione la tesi della creazione da parte della Ceste di una “credenza” immaginaria.

La consulente non spiega il perché di tale scelta, se mai scelta sia stata e non si sia invece trattato di inconsciamente altro, come si avrà modo di precisare in prosieguo.

Non può essere di certo attribuita soverchia importanza al fatto che nulla di rilevante fu individuato da G. P., il nipote di Buoninconti, informatico ed esperto in materia per ragioni professionali che ebbe ad effettuare “da remoto” un controllo sul profilo facebook della zia;
ancora, per il semplice fatto che né Daniela Ceste, che tra l’altro non abitava in loco ma viveva a Torino, né ilparroco, sulla base di una sua non ben chiarita indagine personale (“ho poi potuto verificare che non era cosi: non c’era nessun pettegolezzo legato alla vita né
privata né personale della Elena” ), sapessero nulla in proposito,  può dirsi che le voci non potessero quanto meno potenzialmente correre.

Il dato fondamentale è che non vi è alcun elemento certo per affermare che si sia trattato di una fantasia che Elena Ceste si era
creata.

Al contrario, è ben più verosimile che il fatto si sia verificato: se, infatti, la donna non avesse avuto la certezza o per lo meno non avesse avvertito ii concreto pericolo che il marito fosse già stato o potesse  essere  portato a conoscenza del suo adulterio, non avrebbe avuto alcun motivo per affrontare con lui il chiarimento del 3 novernbre 2013, di cui hanno riferito i genitori e la sorella,
lasciando presso di loro i bambini  per potere essere in condizione di parlare liberamente con lui; ed è proprio nel periodo immediatamente successivo che gli stessi congiunti avevano avvertito un disagio nella coppia: Franco Ceste, ii padre di Elena, aveva avuto la netta sensazione che le cose tra i coniugi non andassero bene, vedendoli anche insolitamente taciturni. Ma è lo stesso Buoninconti a dare la conferma di sapere:  dopo avere escluso la circostanza (“io ignoro ed anzi escludo che mia moglie abbia avuto relazioni extraconiugali”, … “lo non ho mai tradito mia  moglie, ne lei ha mai tradito me”), si smenti tuttavia poco dopo dicendo: “ho chiesto anche ii perdono per mia moglie, perché se lei ha fatto quello che mi raccontava meritava di essere  perdonata, di fronte al pentimento”, Perdono e pentimento per che cosa?

Non vi e certo motivo di essere pentiti e chiedere perdono perché S., o chi per lui, la tempestava di sms o perché  qualche
persona “cattiva” ha messo in giro voci false, ma soltanto se tali voci corrispondono al vero.

c) Intrapresa con errata convinzione la via dell’ideazione immaginaria, la consulente ha adattato a questa costruzione particolari altrimenti insignificanti oppure agevolmente spiegabili con lo stato psicofisico della Ceste dovuto alla combinazione tra i postumi dell’intervento chirurgico subito nella prima metà del mese di novembre ed il non buono rapporto con il coniuge: e così che sono assurti a
riscontro della diagnosi episodi del  tutto marginali quali l’impressione di afflizione avuta da un insegnante (l’unico, Ira l’altro, ad averla colta, a differenza dei colleghi) o il banale fatto che in un paio di occasioni la poveretta fosse stata in ritardo a prendere i figli a scuola.

Ed allora, secondo la dott.ssa Fusaro, “la crisi di Elena sfocia in passaggi deliranti”, “qualcuno ha  innescato una deriva delirante”: dunque lo stato d’animo di una donna, moglie e madre di famiglia, che ha ripetutamente tradito in pochi mesi ii marito e che, temendo che la cosa venga conosciuta dal coniuge e risaputa nell’angusto ambiente sociale del  paesino in cui vive, cade in uno stato di fortissima angoscia (come detto, don Zappino, ha parlato di vero e proprio  “terrore”), anziché un atteggiamento più che comprensibile diviene automaticamente una sindrome psicotica con spunti deliranti.

Ne emerge un quadro sconfortante, ma non certo per lo stato di salute di Elena Ceste, bensì per la disinvoltura (per usare un termine eufemistico) con la quale è stata fatta la prima diagnosi psicologica, sulla quale si sono appiattite, talvolta con una mera operazione di copia-incolla (si veda in particolare la relazione de! dott. Pirfo), le successive diagnosi psichiatriche.

 

Quelle del Giudice sono parole pesantissime di critica al lavoro della psicologa Fusaro, giudicata in pratica totalmente incapace di analizzare i fenomeni che la Procura gli aveva chiesto di delineare e spiegare.

La dottoressa Fusaro in pratica non avrebbe capito nulla di quanto accaduto ad Elena Ceste.

E come già si intravede dalle ultime righe di questa parte di sentenza, nemmeno di dottor Pirfo ( sempre consulente della Procura )  né il suo collega Villari ( consulente della difesa ) come vi mostrerò più avanti, vengono risparmiati da critiche dure critiche, finendo entrambi con l’essere censurati dal magistrato.

Solo Pirfo salverà in parte il suo operato, e guarda caso nella parte che riguarda la perizia di Michele Buoninconti, già in parte richiamata nelle critiche alla Fusaro. Una consulenza destinata ad essere elevata anch’essa a grado di prova assoluta perché cardine del teorema accusatorio.

Peccato che le parole del Giudice di secondo grado di critica all’operato della Fusaro finiscano con l’investire anche le sentenze di tutti i giudici che a vario titolo si erano già espressi sulla vicenda compreso il Giudice Amerio in primo grado, visto che tutti loro avevano accettato per buono il lavoro della psicologa sforzandosi nei loro vari dispositivi di fornire improbabili spiegazioni alla scomparsa improvvisa di quel delirio , passando dal colloquio di con Don Zappino all’intervento di Elena alle gambe.

Insomma anche tutti i giudici precedenti si erano fatti abbindolare dal Buoninconti e dalla Fusaro.

Nessuno ci ha capito nulla. Tranne ovviamente il Giudice di secondo grado.

Ma andiamo a vedere quanto di solido e concreto ci sia nel ragionamento della Corte.

 

Rilegettevi l’intero passaggio e poi ragioniamoci insieme nel prossimo articolo: IL CASO BUONINCONTI IN APPELLO:  SU COSA SI BASA LA CRITICA AL LAVORO DELLA PSICOLOGA FUSARO?

 

 

 

Per leggere l’articolo precedente clicca qui: –> IL CASO BUONINCONTI: PERCHÉ ELENA NON PUÒ ESSERE USCITA DI CASA SECONDO I GIUDICI DI SECONDO GRADO