IL CASO BUONINCONTI IN APPELLO:  SU COSA SI BASA LA CRITICA AL LAVORO DELLA PSICOLOGA FUSARO?

Dunque la Corte d’Assise d’Appello di Torino critica aspramente il lavoro della psicologa Fusaro, una consulenza su Elena Ceste redatta su incarico della Procura, una consulenza scomoda in quanto concludeva confermando che la donna aveva attraversato un profondo periodo di crisi che l’aveva portata a deliri, perdita di connessione con la realtà , paranoie. Insomma un periodo di crisi psicotica.

Ma il Giudice ci spiega che la dottoressa Fusaro non ha capito proprio nulla, e che nel merito nemmeno il dottor Pirfo, altro consuelnte della Procura, e come vedremo meno che meno il dottor Villari, consulente della difesa.

Insomma l’unico ad aver realmente capito cosa stava accadendo e’ il Giudice di secondo grado. Tre esperti, pure di parti processuali opposte, invece, non hanno capito nulla ( e così anche i giudici che precedentemente avevano valutato credibile il lavoro della Fusaro ).

Ma analizziamo bene il ragionamento che segue il Giudice nella parte della sentenza dedicata allo smantellamento del lavoro della Fusaro, e andiamo ben a vedere su quali  prove si basi la sua critica totale.

Il succo del suo ragionamento e’ questo: è lampante che i disagi registrati da Elena Ceste non fossero altro che normali timori di una donna fedifraga preoccupata di essere scoperta.

Beh, intanto partiamo da un presupposto importante: la dottoressa Fusaro ha ben analizzato la tipologia di reazione di Elena Ceste in relazione a numerosi soggetti  diversi tra loro ( gli amanti, lo stesso marito, gli amici, i conoscenti e la famiglia ), lo sottolineo per sfatare fin dall’inizio uno dei tanti miti leggendari di questa vicenda: ovvero che sia solo Buoninconti a parlare della sua crisi e della sua alterazione.

Le testimonianze invece sono molteplici e molte di queste decisamente al di sopra di ogni sospetto di complicità con l’uomo accusato di averla uccisa.

Non voglio certo ergermi a massimo esperto di mogli traditrici timorose di essere scoperte, ma credo che il lavoro della dottoressa Fusaro abbia messo ben evidenza il livello di delirio raggiunto da Elena. ( nell’articolo precedente trovate i link che lo illustrano nel dettaglio ndr )

Un conto e’ temere di essere scoperte dal proprio coniuge, un conto è invece essere convinte di essere state hackerate sul proprio profilo facebook, accusare i tuoi stessi amanti di averlo fatto, di aver divulgato informazioni sensibili, essere convinti che la tua famiglia sappia ma te lo tenga nascosto, che il paese sappia e mormori alle tue spalle.

Diciamo tranquillamente che il livello paranoico di Elena Ceste e il suo distacco dalla realtà dei fatti – come sottolineato dalla consulenza Fusaro – è più che evidente.  E di normale non mi pare abbia molto.

Perché quindi il Giudice si sente in dovere di dover azzerare questo stato delirante, riportando a un piano di normalità che invece di normale ha poco?

Perché in un momento in cui Elena Ceste vede palesemente nemici e pericoli ovunque, nemici e pericoli che si dimostrano nella maggior parte dei casi mere paranoie o invenzioni ( le proiezioni di cui parla la Fusaro, come gli hacker sul suo profilo Facebook ) , improvvisamente l’accenno di Elena al fatto che una amico di vecchia data avrebbe chiamato suo marito per dirgli tutto, diventa una realtà concreta?

In un momento in cui Elena di fatto non ne dice una giusta, per banalizzare, quell’affermazione invece assume, nella lettura del giudice, un livello assoluto di evento reale. Un valore di prova ( che peraltro male va a collocarsi con il famoso movente dell’omicidio che vuole che Buoninconti scopra i tradimenti pochi giorni prima del delitto per via di alcuni sms).

Il Giudice sembra avere un estremo bisogni di introdurre il tema della conoscenza dei fatti da parte del marito, così ecco il modo per anticiparlo, anche se di questa famosa telefonata noi abbiamo alcuna traccia in tutto il fascicolo d’indagine al di fuori di un accenno della stessa Elena in quel momento di grande confusione.

Ma non e’ l’unica ‘lettura’ del Giudice, che già in questo voler giustificare i timori di Elena fa chiaro riferimento al lavoro del dottor Pirfo su Michele Buoninconti ( il punto su cui ovviamente il Consulente della Procura si esprime correttamente e non erra come invece accade per Elena ) quando parla del marito ipertrofico, padre-padrone che effettuava su di lei un controllo assoluto.

Questa è  un’ importante questione di carattere giuridico contestata dalla Difesa, ovvero l’elevazione e l’utilizzo di una perizia psichiatrica mirata a stabilire l’imputabilità e la capacità di intendere e volere dell’imputato, a valore di prova per leggere poi gli eventi anche quando non vi sono altri riscontri oggettivi.

Mi spiego: il dottor pirfo nel suo lavoro delinea la personalità dell’imputato, ma lo fa per stabilire quanto detto sopra appunto, e non per fornire una prova a sostegno del movente dell’omicidio. Ovvio che quella lettura può far parte del Processo, ma deve trovare riscontri negli elementi probatori.

Per esempio: stabilisco che il signor X ha una carattere violento e collerico, ma devono poi esserci prove che quelle caratteristiche psicologiche abbiano avuto riscontri reali nella vita del soggetto e negli eventi esaminati, come testimonianze, cartelle cliniche, denunce, precedenti etc etc.

E nel caso di Buoninconti, questa leggendaria figura del padre padrone, del controllore assoluto, quali riscontri ha?

In realtà nessuno.

La prima prova di quanto poco Buoninconti esercitasse un controllo reale su sua moglie lo dimostra proprio il comportamento adulterino della stessa Elena, la facilità con cui lei riesce ad intrattenere relazioni on line, a incontrare i suoi amanti nello stesso territorio dove abita e persino nella sua stessa casa, come piazzi i figli dai nonni mentre il marito lavora di notte per portarli nella sua abitazione, come li raggiunga in bicicletta in locali pubblici della zona, come si apparti con loro sempre nella zona dove abita e vive.

INSOMMA SE BUONINCONTI E’ UN CONTROLLORE ASSOLUTO, ALLORA E’ DECISAMENTE UN CONTROLLORE FALLITO.

Andate a chiedere alle donne che hanno  sofferto situazioni di controllo da parte di uomini possessivi come si comportavano i loro partner:  telefonate per conoscere gli spostamenti, pedinamenti, verifiche incrociate delle versioni raccontate, rientri improvvisati per verificare la situazione, interrogatori serrati su cosa, come e dove avevano fatto le cose, richieste di pezze giustificative di quanto fatto ( scontrini, biglietti dei cinema per es. ) , pretesa di accesso al cellulare per verificare le telefonate e i messaggi, e lo stesso per i profili sui social network ( ai quali più spesso è totalmente negato l’accesso).  Controllo sui capi di vestiario, sull’uso di trucco .  E quasi sempre litigate e scene violente ad ogni sospetto di sgarro e fuga da quel controllo ossessivo.

UNA SERIE DI COMPORTAMENTI CHE NON ESISTONO NELLA VITA DI MICHELE BUONINCONTI ED ELENA CESTE.

NON ESISTE ALCUN PRECEDENTE NARRATO DA TESTIMONI CHE CI INTRODUCA IN UN UNIVERSO FAMILIARE DI QUEL TIPO.

Tant’è che sono deboli gli esempi raccontati per supportare questo teorema:

il controllo ossessivo sarebbe dimostrato che Buoninconti quasi sempre si recava dal medico insieme alla moglie e parlava lui in sua vece, dimenticando che questa caratteristica di assoluta timidezza e riservatezza Elena la teneva sempre, come ben testimoniato dai vicini che raccontano di averla conosciuta poco nonostante gli anni di convivenza nella zona perché lei non parla mai con nessuno, era chiusa e riservata all’estremo. Il medico racconta di un solo episodio in cui Elena si era mostrata più aperta ed espansiva in assenza del marito, giocosa con la figlia stressata per la visita. Un episodio che può avere varie giustificazioni e non può certo divenire norma: se lui c’era taceva, se non c’era gioiva.

Il modello familiare di casa Buoninconti ( al quale io non plaudo per la mia visione personale dei rapporti uomo/donna ) era un modello scelto, voluto e sottoscritto da Elena, anche nella sua estrema parsimonia.

Può non piacerci, ma lei lo aveva  scelto volontariamente.

E a ulteriore prova che in famiglia tutto andasse bene, ci sono le testimonianze dei parenti di Elena Ceste, genitori, sorella, cognato. Che fino a quando la Procura non dice loro di avere le prove (???) dell’omicidio compiuto da Buoninconti, non hanno mai sollevato un solo dubbio sull’uomo che aveva sposato la loro figlia. Non dico in Tv. Parlo di interrogatori da parte di inquirenti.

Mai una parola contro Buoninconti. Mai un dubbio. Al contrario, lo hanno difeso e sostenuto per mesi. Ricordiamo persino la telefonata del cognato che gli consiglia di incaricare dei consulenti di parte per tutelarsi durante l’autopsia, dopo il ritrovamento del corpo di Elena.

Dunque in anni e anni di matrimonio la famiglia non si è mai accorta e preoccupata per la convivenza della figlia con questo orco di padre padrone e controllore assoluto. Non si è mai accorta di nulla. Non ha mai colto alcun segnale d’allarme.

La verità è che il dottor Pirfo descrive delle caratteristiche psicologiche che certamente appartengono a Buoninconti, ma un conto è avere alcune caratteristiche, un conto e averle declinate in ossessioni. E anche su questo il confronto con la Difesa e’ stato aspro.

Io stesso per caratteristiche personali posso essere tranquillamente definito un controllore, come molti altri tra noi, uomini e donne.  Ma da questo ad essere realmente un padre padrone aguzzino, il passo è decisamente lungo.

Questo è quanto avvenuto nel caso Buoninconti, la definizione della caratteristiche psicologiche ( finanche dei disturbi)  dell’uomo, e’ stata proiettata sugli eventi per piegarli e interpretarli in chiave accusatoria. Ma su quali riscontri reali?

Per dimostrare questo suo lato oscuro sono stati estrapolati passaggi di intercettazioni telefoniche spesso totalmente fuori contesto, per trasformarle ancora una volta in elementi di valore assoluto che dovevano dimostrare la personalità di Buoninconti agli occhi della Corte e soprattutto dell’opinione pubblica.

Ci sarebbe da chiedersi, a parte queste vere e proprie decontestualizzazioni delle frasi , perché non sia stato fatto altrettanto ad esempio con altre intercettazioni che dimostrano l’attenzione di Buoninconti verso i figli e verso la memoria della madre scomparsa.

 

Ancora una volta mi vedo costretto a ripetere che Buoninconti può non piacere a molti di noi per infinite ragioni ( ed io per primo mi sento mille miglia lontano da lui per certi aspetti della sua personalità), ma questo giudizio negativo su pochi o molti lati della sua persona, non può essere il metro di misura di un Giudice. E tanto meno un elemento di prova per un’accusa di omicidio.

 

Ma torniamo al lavoro della dottoressa Fusaro. Lei aveva ben individuato la profonda crisi di Elena, quella che però secondo il giudice è semplicemente la paura di una donna traditrice.

E qui mi sorprende il Giudice, perchè nelle premesse del suo ragionamento è lui il primo a riconoscere che dentro Elena convivevano due differenti personalità.

Quella da lui stesso definita più libertina, già emersa fortemente in gioventù, e quelle invece sottomessa ed emotivamente più fragile che nella stabilità del rapporto con Buoninconti aveva cercato serenità e soddisfazione emotiva.

Anzi, che forse proprio in quella rigidità di relazione, con le sue regole,  il suo eccesso di frugalità, le aveva offerto l’illusione di trovare un’ apparente tranquillità , proprio perché quella rigida struttura metteva un freno alle pulsioni della sua altra ‘se stessa’.

Ed è sempre il giudice a riconoscere che i social network diventano il catalizzatore che fa riemergere il contrasto tra le due anime di Elena. Riemerge e prende vita quella, dallo spiccato lato erotico,  sommersa, e non salvata, in quegli anni .

Quindi il Giudice, che pure si attribuisce un ruolo di esperto superiore a quello dei tre consulenti criticati, vede l’esistenza di questo fenomeno, ma poi nega il conflitto e il possibile dramma che ne può esserne stato la sua tragica conseguenza..

Secondo lui questo processo di riemersione della Elena ‘primordiale e istintiva’ che scardina la vita della Elena ‘ sottomessa e controllata’, non le provoca alcuno sconvolgimento emotivo e psicologico. La Fusaro sbaglia totalmente, la sua analisi e’ inverosimile.

Ma e’ davvero credibile?

 

Senza dimenticare un elemento, che in modo per me incomprensibile continua ad essere tenuto ai margini di tutta questa vicenda e delle ricostruzioni o letture che ne vengono date: il ruolo di S. l’uomo della Golf. Il terzo amante .

Perché Elena – come sottolinea bene anche la Fusaro – sceglie i suoi primi amanti sul web. Sono vecchie e nuove conoscenze lontane, che lei può controllare nei contatti, negli spostamenti. E’ lei a scegliere con chi, come e quando. E’ lei che gestisce la situazione. E probabilmente, sia pur nelle evidenti sofferenze emotive dettate dal loro disinteresse profondo e dal conflitto con il resto della sua vita, gestisce anche i suoi scompensi interiori legati a quei contatti.

E infatti, nonostante arrivino a loro le accuse nei momenti di delirio, non sono loro a crearle problemi, a scatenare i suoi fantasmi. Se non quando perde contatto con la realtà.

E qui riprendo il ragionamento del Giudice, che sembra dirci che non si trattava di paranoie ma di pericoli reali ( quelli delle chiacchiere, delle telefonate, della fuga di notizie ).

Ma che si sia trattato di deliri o pericoli reali, chi può averli scatenati?

E la domanda che io ho già posto almeno un anno fa è questa: che ruolo ha svolto in tutta questa storia ( parlo della crisi di Elena e non di un eventuale delitto ) l’uomo della Golf?

Perché in realtà è lui la vera eccezione nella vita di Elena.

QUANDO ENTRA IN BALLO LA RELAZIONE CON S.? E PERCHÉ?

Perché Elena improvvisamente decide di legarsi a un uomo del paese dove abita? A un uomo che conosce la sua famiglia, i suoi figli e che frequenta casa sua?

Un profilo che nulla ha a che vedere con i suoi amanti precedenti, e soprattutto una figura che lei non è più in grado di controllare e gestire?

Chi è quel ‘vecchio amico’ che , come ricorda il giudice avrebbe parlato con suo marito? E’ un evento reale o una minaccia scattata a un certo punto?

Sappiamo che Elena incontrava i suoi amanti in casa propria ma anche in altri paesi vicini . E’ possibile che qualcuno si sia accorto di quelle sue attività?

Proviamo a immaginare che Buoninconti non abbia mentito quando racconta che Elena gli confessa che le avevano fatto un filmino, che volevano portarle via i figli ( o minacciavano che sarebbe avvenuto…).

Una telefonata al marito, un filmino, la minaccia di perdere i figli. Qualcuno ha fatto pressione su Elena? E’ uno scenario ipotizzabile o del tutto privo di fondamento?

SI E’ INDAGATO IN QUESTA DIREZIONE?

Perché in realtà spiegherebbe molte cose, compresa la sua paura di essere spiata, hackerata, controllata.

Che ruolo svolge il signor S. in tutto questo? Quando incontra realmente la disponibilità di Elena? Come si accorge di questo suo lato segreto?

Perché è evidente che nessun altro in paese sospettasse dei suoi tradimenti, che lei cercasse ( ingenuamente visti i pubblici incontri con gli altri ) di mantenere di facciata la sua immagine di moglie modello ( ricordate il Giudice: nemmeno don Zappino scopre l’esistenza di pettegolezzi ).

In realtà l’unica voce raccolta dalle indagini che proverebbe dei rumors, dei pettegolezzi, è raccolta in un bar, e guarda caso riporta proprio al Signor S., l’uomo della golf, che secondo un’avventore se la intende con la Ceste. Una vanteria stessa del l’amante locale ( RICHIAMATA NELLA SENTENZA DI PRIMO GRADO ).

E non a caso sarà proprio lui – così sostiene la Procura – a scatenare la furia omicida di Buoninconti con i suoi insistenti sms, le sue richieste di incontri e di risposte verso Elena, che Buoninconti leggerà per caso ( ma su questo punto poi torneremo ).

Quindi è proprio l’uomo della golf l’elemento destabilizzante nella vita di Elena. L’uomo che contravviene alle regole, che la cerca, che si vanta.

L’uomo che Elena non poteva controllare e che forse scatena proprio il panico e i deliri. E che forse alla fine scatena anche l’ultima crisi se, come ipotizzato dalla difesa, non è stato Buoninconti a leggere i famosi sms ( ci torneremo parlando del movente ). E soprattutto l’unico uomo a mettere sotto pressione Elena dopo la serata del 3 novembre.

Quel 3 novembre in cui Buoninconti ed Elena lasciano i bambini dai nonni per restare soli.  Per chiarirsi sostiene la Procura, perchè è quella la sera in cui Elena confessa i tradimenti al marito e gli giura di rimettere la testa a posto. Un patto che verrà tradito – nella testa di Buoninconti – quando leggerà i messaggi del signor S. pochi giorni prima di uccidere Elena.

Peccato che di quel chiarimento non esista alcuna prova, oltre la serata intima a due. Non vi è cioè alcun riscontro di quella confessione. Anzi la sorella di Elena la smentisce in un’intervista. E’ letteralmente un’ipotesi teorica della Procura, accettata in modo acritico dai giudici.

Una confessione del genere avrebbe pur provocato strascichi, ma nessuno li vede nell’immediato, nemmeno i figli. Tutto resta immutato.

Né lo prova il leggendario ( eppure ancora citato in questa seconda sentenza ) ‘ritirarsi’ di Elena nella sua vita privata lontano da amanti, social network e cellulari, perché i dati tecnici del traffico e degli accessi raccontano che lei continua come sempre.

E’ altrettanto facile invece ipotizzare che proprio in preda alle sue paranoie quella sera Elena abbia voluto verificare di cosa fosse al corrente il marito, e che abbia appurato che il famoso controllore Buoninconti nulla sapesse. A quel punto, rasserenata, lei abbia ripreso la vita di prima, magari con più cautela e calma. Fino a quando il Signor S., non ha ripreso a tempestarla di sms e telefonate.

Non a caso, mi sento di dire, il Signor S. ( che pure regalava a Elena completini intimi ) ha sempre negato l’esistenza di una relazione ‘consumata’. Anche se i primi a non credergli sono investigatori e giudici.

E torniamo quindi a quelle paranoie di Elena Ceste. Vere o reali che fossero. Sulla base di cosa dobbiamo accettare la lettura del Giudice che le riporta a un livello di banali timori di una donna traditrice, e non dobbiamo invece credere alle analisi della dottoressa Fusaro, del dottor Pirfo e del dottor Villari?

Sulla base di quali prove oggettive?

Nessuna, se non – ancora una volta – sulle deduzioni analitiche del Giudice, che interpreta secondo il suo pensiero ( potere conferitogli dalla legge ) una serie di elementi indiziari.

Peccato che altri specialisti, li avessero interpretati in modo diverso.

Vediamo quindi anche le critiche al dottor Pirfo e dal Dottor Villari, nel prossimo : IL CASO BUONINCONTI IN APPELLO, QUANDO TUTTI COMMETTONO ERRORI

 

 

Per leggere l’articolo precedente clicca qui –> IL CASO BUONINCONTI IN APPELLO: QUEL PESSIMO LAVORO DEI CONSULENTI DELLA PROCURA 

 

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