IL RICORSO IN CASSAZIONE IN MERITO ALLE CELLE TELEFONICHE.

IL RICORSO IN CASSAZIONE IN MERITO ALLE CELLE TELEFONICHE.

Anche con riferimento all’indizio costituito dall’analisi tecnica delle celle telefoniche agganciate nei contatti attivati dal Buoninconti, la motivazione offerta appare mancante nonché manifestamente illogica.

Proprio in considerazione del fatto che ci troviamo dinanzi ad un processo tipicamente indiziario, ancor più rigore si sarebbe imposto al giudicante nella valutazione probatoria dell’indizio de quo: uno degli elementi posti a fondamento dell’impugnata sentenza, al fine di attribuire la responsabilità della morte di Elena Cesta all’odierno imputato, è proprio la compatibilità spazio-temporale dei movimenti del Buoninconti con la presunta azione omicidiaria.

Nell’atto di appello, si rilevava nello specifico come il fatto che Buoninconti si trovasse precisamente nellarea dove è stato rinvenuto il corpo di Elena Ceste è impossibile da provare, anche alla luce di quella che è stata la ricostruzione cronologica degli eventi, operata dal consulente della Procura (…). Lo stesso consulente del P.M. non esclude, pertanto, che possa essere avvenuta una sovrapposizione ovvero una posizione di limite per cui le due celle si alternano per coprire la stessa zona. È lo stesso consulente della Procura che conferma altresì che laggancio di una cella non consente la localizzazione precisa dell’utente (…) Da quanto emerge da entrambe le consulenze, infatti, in primo luogo la cella non può mai indicare con precisione il punto in cui si trova il soggetto chiamante, bensì solo in termini probabilistici, ove non si verifichino episodi di sovrapposizione tra celle limitrofe, come accade proprio nel caso di specie (…) Al contrario di quanto arbitrariamente sostenuto, la ricostruzione effettuata dalla difesa, nonché dal consulente della difesa anche alla luce delle dichiarazioni rese dallo stesso imputato, appare pienamente coerente e compatibile con i movimenti dallo stesso effettuati (Cfr., atto di appello).

Nel secondo motivo di appello si contestava altresì la ricostruzione accusatoria, rilevando come, anche a voler aderire alla ricostruzione dellaccusa, Buoninconti non avrebbe avuto materialmente il tempo di recarsi al Rio Mersa trasportando il cadavere, compiere il denudamento il successivo occultamento (…) Appare evidente che in tutti i casi la tempistica è assolutamente incompatibile con i tempi del presunto denudamento ed occultamento della vittima ipotizzati dallaccusa, tempi che prevedono un percorso da casa di Buoninconti al luogo dell’occultamento percorribile in 2 minuti e 30 secondi e per il ritorno, passando dalla discoteca, un percorso percorribile in circa 1 minuto e 30 secondi ai quali andrebbero aggiunti i minuti necessari a denudare ed occultare un corpo con le modalità note, di sicuro di gran lunga superiori a quelli a disposizione dellimputato in tutti i casi di sopra analizzati. (…) Si evince quindi, dagli orari delle telefonate, dalle corrispondenti celle telefoniche che localizzarono la posizione del Buoninconti e dalle testimonianze dei vicini, che limputato quella mattina non avrebbe avuto il tempo di occultare un cadavere, tantomeno di denudarlo ed occultarlo e che egli, inoltre, come ha sempre sostenuto, non raggiunse mai il luogo del ritrovamento ma si avvici soltanto a quellarea per una rapida supervisione, per vedere se non ci fossero impronte umane, convinto, purtroppo, che sua moglie non si sarebbe inoltrata nelle strade di campagna (Cfr., atto di appello).

La Corte, con un ragionamento tipicamente illogico, anziché confutare quanto rilevato nei motivi di appello e spiegare le ragioni per le quali non ha ritenuto di condividere le doglianze difensive, nell’impianto motivazionale finisce per condividerle e farle, addirittura, proprie, esprimendo considerazioni di segno opposto rispetto a quelle del primo giudice e in linea con quelle formulate dal consulente della difesa.

Ciononostante, in maniera assolutamente inspiegabile, del tutto illogicamente, aderisce, nella fase conclusiva del proprio ragionamento, alle conclusioni formulate dal GUP.

Difatti, come si evince dalla lettura della sentenza: E’ opportuno procedere da una premessa, evidenziata dal consulente della difesa, ripresa e condivisa dagli appellanti ed assolutamente condivisibile (“laggancio di una cella non consente la localizzazione precisdell’utente”) appello avv. Marazzita, pag. 48 per l’ovvia ragione che questi può trovarsi in un punto qualunque dellarea coperta dal segnale), ma poi non seguita o comunque non tenuta in debita considerazione nelle argomentazioni di tutti i consulenti. Altra inevitabile premessa è che i tempi di percorrenza media dei tratti di interesse, desunti dalle rilevazioni effettuate mediante dispositivo GPS installato sullauto dellallora indagato, non possono essere assunti in maniera assoluta, giacché il fatto che nei mesi successivi alla scomparsa della moglie Buoninconti abbia abitualmente percorso determinati tratti ad una certa andatura non significa che quella stessa velocità sia stata da lui tenuta allorché, secondo lipotesi accusatoria, ha trasportato il cadavere della moglie, se ne è disfatto ed ha fatto rientro nella zona di casa. Anzi, la logica suggerisce che, se effettivamente si trattò di modalità preordinate, nellambito del contestato disegno di premeditazione, la consapevolezza di disporre di tempi ristretti inducesse ad accelerare landatura. In ogni caso, date le premesse, ogni valutazione non può essere operata in termini di certezza, bensì di compatibilità ed è proprio in termini di incompatibilità che si sono estrinsecate le censure dellappello alla sentenza (Cfr ., Sent., pag. 40).

Ebbene, secondo quanto affermato dal giudice di appello 1) l’aggancio di una cella non consente la localizzazione precisa dell’utente e 2) i tempi di percorrenza media dei tratti di interesse desunti dalle rivelazioni effettuate mediante GPS installato sullauto dell’indagato non possono essere assunti in maniera assoluta.

Nonostante il ragionamento della Corte parta da queste due premesse, che escludono sostanzialmente qualsivoglia valore probatorio a questo tipo di indagine di carattere tecnico, in via del tutto singolare oltre che logicamente ed ontologicamente incompatibile con quanto premesso, il giudicante di secondo grado ritiene che la prospettazione difensiva non porti in alcun modo alle conclusioni che se ne sono tratte da parte appellante”.

Al contrario, è proprio partendo dalle premesse in oggetto che se avesse effettuato un ragionamento conforme al buon senso e ai canoni più elementari della logica avrebbe dovuto optare per una conclusione di segno opposto, avvalorando la prospettazione difensiva con riferimento alle considerazioni tratte nei motivi di appello.

E lo stesso giudicante di secondo grado, infatti, che, proprio in considerazione delle premesse di carattere logico e giuridico effettuate, che ammette pacificamente che ogni valutazione non può essere operata in termini di certezza, bensì di compatibilità (Cfr., Sent., pag. 40).

Nel prosieguo della motivazione offerta, peraltro, più volte la Corte torna a ribadire questo concetto (“Tanto si è voluto riportare per sottolineare ancora una volta l’oggettiva impossibilità di determinazione delle posizioni in termini di certezza, dovendosi invece operare in termini di compatibilità” Cfr., Sent., pag. 43).

In particolare, come si legge in sentenza, proprio al fine di confutare le obiezioni sollevate dalla difesa, la Corte: Si tratta, come detto, di ricostruzione ipotetica pure se assolutamente realistica, proposta al fine di dimostrare l’erronei dellassunto su cui si basa la censura: lo si è detto, ma è opportuno ribadire, che allorché lapparato telefonico aggancia la cella, lutente può trovarsi in un punto qualsiasi dellarea da questa coperta, sicc ritenere la localizzazione del chiamante nel punto di passaggio tra una cella e laltra ovvero in corrispondenza del punto in cui è installata lantenna significa assumere un dato in maniera del tutto arbitraria, traendone poi affermazioni inevitabilmente prive di certezza. Le conclusioni devono essere dunque assunte in termini di compatibilità o meno con i dati oggettivi (Cfr., Sent., pag. 41).

Non è dato comprendere la ragione per la quale, pur sostenendo che si tratti di affermazioni prive di certezza, desunte da dati assunti in maniera del tutto arbitraria, la Corte possa poi concludere per confutare quanto sostenuto dalla difesa.

La motivazione sul punto, oltre che manifestamente illogica, appare insufficiente: il giudice di secondo grado, infatti, proprio perché, nel ragionamento effettuato, ha condiviso pienamente le premesse del percorso logico seguito dalla difesa, avrebbe dovuto spiegare adeguatamente le ragioni per le quali, poi, ha ritenuto di discostarsi dalle conclusioni.

Il giudice di secondo grado non è riuscito, pertanto, a superare l’obiezione contenuta nei motivi di appello, secondo la quale: Nel caso di specie, non solo non è stata esclusa l’eventuale presenza di sovrapposizioni”, trattandosi di celle limitrofe (la n. 415 e la n. 416), ma anche ove si ritenga provato che il cellulare dellimputato abbia agganciato la cella 415, non potrebbe ragionevolmente desumersi che lo stesso si trovasse in un luogo preciso, ovvero nei pressi del Rio Mersa(Cfr., atto di appello).

La Corte, infatti, oltre ai già rilevati vizi motivazionali, ha compiuto un grave errore metodologico nel percorso di valutazione della prova indiziaria, fondando il proprio ragionamento sul concetto di “compatibilità”, quindi “probabilità”, anziché su quello di “certezza”.

Già nei motivi di appello si rilevava come questo dato non possa essere posto a fondamento dell’odierna sentenza di condanna perché, preso singolarmente, non raggiunge il valore di prova in quanto difetta, oltre che il presupposto della “gravità dellindizio, quello della “precisione” intesa come correlazione al fatto non conosciuto che varia in relazione inversa alla equivocità (Cfr. Atto di appello).

Difatti, come è noto, dalla giurisprudenza di legittimità risultano chiaramente enunciati i criteri ai quali deve essere conformato il procedimento gnoseologico vertente sulla prova indiziaria, ed è stato precisato, anzitutto, che il fatto indiziante deve essere certo, di talché è da escludere che il metodo logico-deduttivo possa prendere le mosse da dati fondati su mere ipotesi o congetture o su valutazioni di verosimiglianza o di mera probabilità per la ragione che, in tale evenienza, viene a cadere la premessa maggiore del sillogismo non esistendo un fatto noto da cui poter desumere quello ignoto.

In particolare, una volta accertata la certezza dei fatti indizianti, il giudice è tenuto a verificare la sussistenza di tutti e tre i requisiti richiesti dall’art. 192, comma c.p.p. perché gli indizi possano assumere valore di prova (CFR. CASS. PEN., SEZ. III, N. 46218/2008; CASS. PEN., SEZ. I, M. 118/1995; CASS. PEN., N. 13671/1998).

Ebbene, il carattere della gravità attiene alla misura della capacità dimostrativa o al grado di inferenza degli indizi, indicando lelevata probabilità che i fatti indizianti siano collegati a quello ignoto compreso nel tema della prova.

La precisione degli indizi designa, invece, la loro correlazione al fatto non conosciuto e varia in relazione inversa alla loro equivocità, nel senso che indizi precisi sono quelli che consentono un ristretto numero di interpretazioni tra le quali è inclusa quella pertinente al fatto da provare: come già accennato, quello che ammette un’unica soluzione, presentandosi il fatto ignoto come conseguenza obbligata di quello noto, è l’indizio necessario, che, essendo univoco, è dotato di precisione e di gravità assolute e non postula il connotato della concordanza, dato che da solo basta ad integrare la prova.

Appare superfluo rivelare come la validità della cd. prova scientifica così quella cd. “tecnologica” in un processo tipicamente indiziario sia imprescindibile, perché costituisce un presupposto fondamentale dell’intero ragionamento giuridico, in grado di viziarne irrimediabilmente l’esito.

Come è noto, infatti, essa deve essere fondata sull’adozione del metodo tecnico o scientifico, ossia di un criterio che si basi su dati validi e verificabili (“sensate esperienze” e “dimostrazioni necessarie”), che segua perciò un percorso logico-induttivo tale che ne sia garantita l’affidabilità, per non consentire l’ingresso nel processo di un dato che posto a fondamento della teoria accusatoria o difensiva faccia pervenire ad un risultato sbagliato.

È dunque anzitutto necessario che il metodo seguito nella ricerca sia riconosciuto come valido; sarà questo metodo, applicato alla concreta esperienza, che consentirà di valutare se la prova è effettivamente avulsa da inesattezze.

Secondariamente, la prova stessa, oggettivamente parlando, dev’essere pura da contaminazioni o imprecisioni, affinché queste non invalidino il risultato ottenuto. Diverso ma connesso problema è se il giudicante sia in grado di capire ( non essendo “esperto del settore”) che la prova scaturita è alterata o se sia in grado di percepirne le eventuali modifiche.

In sintesi, occorre che il controllo del giudice si eserciti criticamente sia all’inizio, nel momento dell’ammissibilità della prova, sia alla fine, nella valutazione del risultato, valutazione che non potrà non tener conto, nei limiti consentiti dall’umana esperienza comune, qual è quella del giudice, della concreta modalità con cui lo studio è stato compiuto. Il giudice valuta, si convince e decide sulla scorta del parametro normativo.

Nel caso di specie, per ammissione stessa del giudice di appello, il fatto indiziante non è certo: appare, pertanto, evidente come, in total spregio di quanto enunciato dalla Suprema Corte, il metodo logicodeduttivo prenda le mosse da dati fondati su mere ipotesi o congetture o su valutazioni di verosimiglianza o di mera probabilità.

L’illogicità del ragionamento effettuato dalla Corte si rivela, pertanto, in tutta la sua evidenza: viene, infatti, a cadere la premessa maggiore del sillogismo non esistendo un fatto noto da cui poter desumere quello ignoto.

Entrando maggiormente nel dettaglio, dal punto di vista strettamente tecnico, si osserva quanto segue, premettendo che ricorre un’ipotesi di travisamento della prova.

Nell’affrontare quindi il tema relativo alle celle telefoniche, e all’analisi dei tabulati, in assenza di un contraddittorio tecnico in merito, la sentenza incorre in una serie di errori oggettivi di valutazione dei dati a disposizione, interpretandoli liberamente, con ciò introducendo nuovi fronti di errore, come andremo ad esaminare più a fondo qui di seguito; omissioni nel motivare diversi punti, che non possono certamente essere omessi in quanto cruciali nella ricostruzione del percorso accusatorio, nel senso che arrivano necessariamente a far concludere per la totale impossibilità dello stesso.