IL CASO BUONINCONTI IN APPELLO: GLI ALTRI CAPISALDI DELL’INCHIESTA TRA FANGO E CELLE TELEFONICHE IMPRECISE

Dopo aver affrontato il tema del corpo di Elena Ceste e della sua morte, e quello del suo stato mentale, e poi la volta degli altri due capisaldi dell’inchiesta: le tracce di fango sugli abiti della donna e le chiamate/celle telefoniche della mattina del delitto.

Diciamo subito: della famosa prova delle tracce di fango in questa sentenza non resta di fatto nulla.

Ricordiamo che la Procura aveva sostenuto che i pantaloni di Elena in particolare,  mostrassero delle tracce di fango analizzate dai Ris prima e da un Consulente poi, che erano risultate compatibili con il fango del Rio Mersa ma non con il terreno di casa Buoninconti.

Già durante il confronto peritale in primo grado tra il consulente della Procura e quello della difesa, il primo ne era -diciamo –  uscito malamente. Sia per la metodologia usata nel confronto ( un metodo di fatto sperimentale e assai lontano dai parametri scientifici riconosciuti  come protocolli internazionali ) sia per il fatto che il confronto fosse stato effettuato con del terreno prelevato in un solo punto di casa Buoninconti, e non in molti altri tra cortile e orto dove tanto Buoninconti quanto Elena avrebbero potuto sporcare i vestiti.

La Difesa in secondo grado aveva anche dimostrato la possibilità di una contaminazione dei reperti stessi che con erano stati conservati seguendo i rigidi protocolli del caso, finendo con l’essere maneggiati senza cautela. Sospetto che trovava riscontro anche nella relazione dei Ris.

Elementi che avevo spiegato in questi articoli:

BUONINCONTI:  LE MACCHIE SUI VESTITI FUORI DAL PROCESSO

L’ ANALISI DEL FANGO SUI VESTITI: UNA PROVA SPERIMENTALE 

LE MACCHI NON ANALIZZATE E IL PRELIEVO DI TERRENO

Nonostante queste criticità evidenti, il giudice di primo grado per puntellare il teorema accusatorio si era limitato a declassificare queste tracce da prove a indizi, mentre il giudice di secondo grado ha riconosciuto l’inconsistenza del dato, limitandosi a richiamare ( non si capisce bene perché fosse necessario salvare qualcosa di quel lavoro ) alcune peculiarità della composizione del terreno.

Bocciando di fatto l’operato dell’ennesimo consulente, questa volta ( anche questa volta ) della Procura.

 

Ed eccoci all’ultimo dei pilastri portanti del teorema accusatorio: l’analisi del traffico telefonico di Michele Buoninconti la mattina del delitto effettuata dal Consulente del Pm Dezzani e i conseguenti ipotetici spostamenti del vigile del fuoco.

In pratica l’analisi delle telefonate di Buoninconti e il loro ‘aggancio’ alle celle telefoniche del territorio  che avrebbe dovuto dimostrare gli spostamenti dell’uomo verso il Rio Mersa ( dove avrebbe occultato il corpo ) e poi il suo rientro a casa prima di dare il via alla finta ricerca della moglie.

Vi preannuncio da subito che la consulenza Dezzani è formalmente tenuta in un apparente secondo piano in questa sentenza, se non per una citazione in  premessa nell’analisi del capitolo:

Ad avviso della Difesa, uno dei pilastri su cui si poggia la tesi accusatoria, e cioè i  riscontri provenienti dalla localizzazione conseguente alle celle telefoniche, non regge ad una disamina attenta quale quella effettuata dal consulente ing. Reale.
In particolare la critica si e incentrata sull’operato del consulente del P.M., dott. Dezzani, che avrebbe tratto le proprie conclusioni pressoché ignorando le risultanze degli accertamenti, questi si obiettivi ed inattaccabili, effettuati dal R.0.S. dei Carabinieri di Milano che peraltro, va ricordato, hanno effettuato tutte le possibili misurazioni di tempo, spazio ed emissione de! segnale, con impiego della più recente e sofisticata tecnologia, pervenendo essi per primi ad individuare nel percorso in senso orario l’unico compatibile con i tempi, gli agganci di cella e gli handover risultanti dai tabulati.
Ritiene la Corte che, basandosi proprio su tali ultimi dati, la prospettazione difensiva non porti in alcun modo alle conclusioni che se ne sono tratte da parte appellante.

Questo è in pratica l’unico passaggio in cui il Giudice richiama direttamente la Consulenza della Procura di Dezzani nella sua sentenza. Un lavoro che era stato profondamente criticato e ‘smantellato’ dal Consulente della Difesa Reale, da svariati punti di vista, metodologici, di sostanza e – diciamo – conclusivi.

Per riassumere velocemente la questione secondo la Procura le telefonate compiute da Buoninconti quella mattina dimostrerebbero un suo viaggio circolare casa/Rio Mersa / casa, basandosi sul fatto che in due telefonate il cellulare passa prima da una cella A a una cella B e poi, nella seconda dalla cella B alla cella A, dimostrando quindi essere in movimento.

Il lavoro di Reale aveva però messo in dubbio, non tanto il fatto che Buoninconti fosse in movimento ( lo dice anche lui in sede di interrogatorio ) quanto il fatto che sia impossibile dall’analisi delle celle telefoniche stabilire la direzione in cui si muoveva l’uomo ( in senso orario come sostiene la Procura o in senso antiorario come sostiene la Difesa ? ) così come sia impossibile stabilire con precisione la collocazione di un telefono in una determinata cella telefonica ( la stessa cella copre ad esempio tanto casa Buoninconti quanto il Rio Mersa ) , e quindi in assenza di altri riscontri come geo-localizzazioni o testimonianze,  la collocazione compiuta da Dezzani fosse solamente un teorema non provato.

Anche questo tema era stato affrontato nell’inchiesta di Nera e Dintorni che ha preceduto il processo d’appello, ed ecco gli articoli che meglio spiegano le due posizioni con tanto di grafici e cartine:

LE CELLE TELEFONICHE DICONO CHE BUONINCONTI E’ COLPEVOLE?

UNA TELEFONATA SMONTA L’ACCUSA

LE CELLE TELEFONICHE : QUALI CERTEZZE? 

I TESTIMONI CONFERMANO IL TEOREMA?

COSA SUCCEDE INVERTENDO IL SENSO DI MARCIA

LE CELLE TELEFONICHE: BUONINCONTI E’ UNO STUPIDO? 

 

 

Si tratta di una questione apparentemente complessa ma molto importante nella ricostruzione della dinamica del supposto omicidio di Elena Ceste.

E si tratta di fatto dell’ultimo elemento di prova ‘solido’ dell’accusa. Scomparse la trecce di fango, essendo indeterminata la causa della morte, e’ chiaro che i movimenti veri o presunti di Buoninconti la mattina della morte di Elena sono lo snodo fondamentale per poterlo indicare come assassino.

Ed è per questo che le novità degli ultimi giorni che ho raccontato in questo articolo ( MICHELE BUONINCONTI: ARRIVA DA L’AQUILA LA PROVA CHE POTREBBE RIAPRIRE IL PROCESSO?  ) oggi potrebbero rivestire un ruolo fondamentale soprattutto in vista della Cassazione. La difesa Buoninconti infatti sembrerebbe intenzionata a contestare nuovamente il lavoro di Dezzani nel merito, ma soprattutto nella sua più generale credibilità.

Ricordiamo che Difesa aveva chiesto in secondo grado che la Corte nominasse un Perito terzo, perché fornisse un’opinione tecnica risolutiva rispetto alle due letture ( Accusa e Difesa ) dei dati raccolti dai Ros dei Carabinieri ( che hanno fornito dati tecnici di rilevazione, senza ricavarne una lettura, compito lasciato a Dezzani ) e che la Corte aveva respinto la richiesta, basandosi proprio sull’affidabilità del lavoro di consulenza fatto. Se quella affidabilità venisse oggi minata dai dubbi sollevati dai legali di Buoninconti e legati ai titoli accademici del consulente della Procura, verrebbero meno le motivazioni che avevano portato a quel rifiuto, aprendo in sede di valutazione della Cassazione alla possibilità che si torni in aula per una Perizia specifica sulle celle telefoniche.

 

Per tornare però alla sentenza: anche sul tema delle celle telefoniche il Giudice si mostra un profondo  conoscitore della materia, tanto da utilizzare apparentemente le stesse obbiezioni sollevate da Reale contro  di lui, ovviamente per sostenere il teorema accusatorio:

E’ opportuno procedere da una premessa, evidenziata dal consulente della Difesa, ripresa e condivisa dagli appellanti ed assolutamente condivisibile (“l ‘aggancio di una cella non consente la localizzazione precisa dell ‘utente” , per l’ovvia ragione che questi può trovarsi in un punto qualunque dell’area coperta dal segnale), ma poi non seguita o comunque non tenuta in debita considerazione nelle argomentazioni di tutti i consulenti. Altra inevitabile premessa e che i tempi di percorrenza media di percorrenza dei tratti di interesse, desunti dalle rilevazioni effettuate mediante dispositivo GPS installato sull’auto dell’allora indagato, non possono essere assunti in maniera assoluta, giacché il fatto che nei mesi successivi alla scomparsa della moglie Buoninconti abbia abitualmente percorso determinati tratti ad una certa andatura non significa che quella stessa velocità sia stata da lui tenuta allorché, secondo l’ipotesi accusatoria, ha  trasportato ii cadavere della moglie, se ne é disfatto ed ha fatto rientro nella zona di casa. Anzi, la logica suggerisce che, se effettivamente si tratto di modalità preordinate, nell’ambito del contestato disegno di premeditazione, la consapevolezza di disporre di tempi ristretti inducesse ad accelerare l’andatura. In ogni caso, date le premesse, ogni valutazione non può essere operata in termini di
certezza, bensì di compatibilità ed e proprio in termini di incompatibilità che si sono estrinsecate le censure dell’appello alla sentenza.

Quindi ancora una volta apprendiamo che tutti i consulenti chiamati ad espriemersi non hanno tenuto conto della variabili evidenziate da Reale ( nemmeno lui stesso ), e che ancor meno hanno tenuto conto del fatto che sia impossibile determinare la velocità dell’auto.

Ma a farlo, amodo suo e’ invece il Giudice, come vedremo, che partendo da questo stato di indeterminazione assoluta ( impossibile localizzare con certezza, impossibile determinare la velocità ) può così fornire la sua ricostruzione degli eventi “per compatibilità”, ovvero ancora una volta per deduzione logica soggettiva.

Vi invito quindi a iniziare a riflettere su quanto sia realmente rimasto in piedi delle granitiche certezze della Procura dopo che il giudice ha cassato il lavoro sul profilo psicologico, sulle tracce di fango e ora sulle celle.

Eppure la cosa incredibile è come il Giudice sia riuscito a far quadrare comunque tutti i conti dell’accusa, e a condannare Michele Buoninconti a 30 anni di carcere, dopo avergli negato le richieste perizie di approfondimento proprio su questi  temi che lui stesso ha di fatto bocciato in sentenza per quanto riguarda il lavoro dei consulenti.

 

Ma torniamo a lui, al  Giudice per raccontare come abbia fatto questa volta in una materia così specifica e tecnica a ‘rimettere ordine’ a tutto.

Il tema purtroppo è tecnico e si intreccia con quello delle testimonianze, come era già accaduto durante il processo e avevo riportato nei link sopra elencati. Quindi ho deciso di riportare integralmente ( sia per quanto riguarda la sentenza, sia per quanto riguarda il ricorso in Cassazione ) , le osservazioni contenute nella sentenza ( e poi nel ricorso ).  Mi rendo conto che si tratti in entrambi casi di una lunga lettura, ma per quanto io proceda in seguito con una spiegazione semplificata, mi è sembrato giusto che voi lettori poteste accedere direttamente alla fonte.

Ecco quindi le parole del giudice:

L’ ANALISI DELLE CELLE TELEFONICHE NELLA SENTENZA DI SECONDO GRADO.

 

Il ragionamento del giudice, come avrete potuto vedere se avete letto il passaggio della sentenza, di fatto – dopo aver apparentemente obliato la consulenza Dezzani e preso a punto di riferimento i rilievi dei Ros  dei Carabinieri – mira a stabilire un principio base: se io non posso determinare con precisione il punto di aggancio di una cella,  e la velocità di chi si muove all’interno di essa, tutto è possibile.

Prendiamo intanto atto che le granitiche certezza della sentenza di primo grado e di tutta l’inchiesta della Procura, non esistono più. O meglio, restano sullo sfondo, perché lo scenario proposto non muta ( di fatto confermando quindi le conclusioni e i rilievi di Dezzani ).  Solo che oggi, dopo aver passato anni asentirci dire che esisteva la certezza scientifica che Buoninconti il quel preciso momento era passato in quel preciso luogo, scopriamo invece che si trattava solo di supposizioni. Bene.

Peccato che il Giudice, ancora una volta, anziché aver deciso di approfondire meglio la questione con una perizia della Corte, ha deciso anche in questa materia di poter interpretare i dati meglio tanto di Dezzani, quanto di Reale, ovvero i due consuelenti tecnici.

Quindi la sentenza inizia a delineare uno scenario dove si viaggia principalmente per ipotesi, cercando di trarre delle conclusioni che raggiungano quella maggiore compatibilità cui ha fatto riferimento nelle premesse, sempre in sentenza.

Ma cosa dovrebbe fornire questa compatibilità?

Le testimonianze, ovvero l’unico altro elemento in teoria sovrapponibile o confrontabile con le ipotesi di movimento e aggancio delle celle.

Peccato che queste testimonianze siano tutt’altro che certe.

  1. Marilena Ceste indica un orario in realtà compatibile con la versione di Buoninconti.
  2. Terzuolo, sempre con il beneficio d’invetario di un teste tardivo comparso a mesi di distanza dai fatti e dopo che la versione della Procura/Dezzani era nota, ci dice solamente che alle 9.00 lui non vede Buoninconti davanti a casa Rava ( passandoci in auto anche una velocità media, in un via interna che vede per una manciata di secondi…). Ma non ci può dire, perché non lo sa, se Buoninconti non è ancora arrivato, o si sia già allontanato. Ci dice solo – ma il giudice sembra dimenticare tutto questo – che il quel momento non è lì. quindi di fatto è una testimonianza compatibile con una versione accusatoria, ma volendo anche con quella di Buoninconti.
  3. Le testimonianze dei coniugi Rava, sono testimonianze che variano da un interrogatorio all’altro come ho fatto notare negli articoli di ottobre riportati come link nella prima parte di questo articolo, e che vanno pian piano avvicinandosi alla versione della Procura, dopo che questa e’ divenuta pubblica. Non parlo di mala fede, ma di un processo davvero comune in materia di testimonianze. Per questo si tende a considerare in media più attendibili le prima, perché non condizionate da altre informazioni. E le testimonianze dei Rava, non possono che essere comunque approssimative in un contesto dove tutto si gioca nell’arco di qualche minuto.

Il giudice quindi si applica in un’interpretazione di dati tecnici caratterizzata , per suo stesso enunciato, dall’incertezza, cercando poi di trasformarla in elemento più solido basandosi su testimonianze che invece non forniscono dati incontrovertibili.

Siamo ancora una volta, costante in tutta l’inchiesta e in tutti i gradi di processo, alla presenza di interpretazioni e deduzioni.

Interpretazioni e deduzioni che giungono tutte sempre alla dichiarazione di colpevolezza di Buoninconti, compiendo però percorsi diversi di volta in volta e – come abbiamo visto contraddittori tra loro.

Ma se queste sono le mie semplici osservazioni sull’interpretazione del giudice, ben più dure e categoriche sono le critiche mosse in sede di ricorso in Cassazione da parte della Difesa, dove viene sottolineato come una materia tecnica quale è quella dell’analisi del traffico telefonico, dei tracciati e delle celle, non può essere maneggiata con disinvoltura senza le dovute conoscenze.

Qui di seguito pubblico integralmente la parte del ricorso dedicato all’argomento, che vi consiglio di leggere, per quanto si tratti di una lettura molto lunga,  perché ritengo sia  molto interessante:

L’ ANALISI DELLE CELLE TELEFONICHE NEL RICORSO IN CASSAZIONE – LE PREMESSE

LE CELLE TELEFONICHE, IL RICORSO IN CASSAZIONE PUNTO PER PUNTO

 

Le critiche mosse alla sentenza di secondo grado e all’interpretazione del giudice di un elemento di prova tecnico come quello del traffico telefonico e degli agganci alle celle telefoniche della zona la mattina della morte di Elena Ceste nel ricorso in Cassazione, sono molto dure e particolareggiate.

Di fatto il giudice viene accusato di aver commesso svariati errori tecnici, e di aver utilizzato la supposta indefinibilità di luoghi e velocità di percorrenza, in modo funzionale per poter far quadrare spostamenti diversamente non dimostrati, se non addirittura impossibili, senza poi dirimere il punto fondamentale della telefonata delle 9.09 che da sola sarebbe sufficiente a smontare l’intero impianto accusatorio.

Su quella telefonata – come alle due successive –  poi, non viene data alcuna giustificazione logica. In realtà sembra abbandonata anche l’ipotesi indicata dalla Procura che giustificava quelle telefonate come il tentativo di Buoninconti di cercare il cellulare della moglie in auto nel timore di averlo perso in essa o al rio.

Un’ipotesi forse non ripresa perché ha sempre cozzato con il fatto che Buoninconti chiama il cellulare della moglier per ben tre volte dopo essere ripassato da casa  e aver quindi avuto la possibilità di verificare se il telefono in questione era rimasto lì.

Perché quindi continuare a chiamare la moglie? Che senso hanno quelle chiamate?

A queste domande non è stata fornita alcuna risposta.

Come è noto a chi conosce il caso, Buoninconti ha sempre negato di averle fatte ( perché aveva visto il cellulare della moglie in casa ), riconducendole eventualmente a delle ‘chiamate partite per errore’ avendo lui il proprio cellulare in tasca.

Una versione giudicata menzognera da sempre perché l’esistenza di una telefonata a una diversa utenza tra le prime due e le ultime tre, avrebbe impedito un richiamo involontario all’ultimo numero. Mentre l’errore di Buoninconti sarebbe stato di non citarle perché non aveva ancora visto il resoconto delle sue telefonate.

Quindi Buoninconti da perfetto – mi si consenta – cretino si sarebbe dimenticato di aver chiamato la moglie quella mattina per 5 volte. Oppure,  cretino fino in fondo, potendo benissimo dire che l’aveva cercata perché preoccupato ignorando che il cellulare della moglie fosse a casa,  ha deciso di negare l’esistenza di quelle telefonate per il gusto di raccontare una versione che evidentemente lo avrebbe fatto passare per sospetto.

Insomma, al di là dei convincimenti di parte Procura e Giudice per la colpevolezza, Difesa per l’innocenza, ci troviamo ancora una volta di fronte a domande ( e questa volta di elevato livello tecnico ) che hanno ricevuto risposte e interpretazioni opposte tra loro.  E anche su questa materia lo stesso Giudice che ha negato di approfondire durante il processo la questione ricorrendo a una perizia terza e super partes, ha scelto di interpretare autonomamente la questione.

Ancora una volta siamo di fronte a una lettura soggettiva e personale che stabilisce il carattere di prova ad elementi indiziari tutt’altro che carichi di evidenze.

 

E qui abbiamo finito la parte facile, le prove ‘scientifiche’, figuriamoci poi cosa può essere accaduto là dove la lettura soggettiva degli eventi e degli elementi ancor più fortemente esposta a una ‘lettura soggettiva’ , ovvero gli elementi ancora più fortemente indiziari.

Che affronteremo nel prossimo articolo : INDIZI CONTRO MICHELE BUONINCONTI O PRIVI DI UN VALORE OGGETTIVO?

 

Per leggere l’articolo precedente clicca qui–> IL CASO BUONINCONTI: QUANDO TUTTI COMMETTONO ERRORI

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