L’ANALISI DELLE CELLE PER PUNTI

L’ANALISI DELLE CELLE PER PUNTI

Di seguito le osservazioni suddivise per i principali sottoparagrafi.

1) Il ROS NON conferma il percorso ‘accusatorio’.

Già il punto di partenza della Corte, nel relativo paragrafo, evidenzia certamente quanto è facile incorrere in errori quando ci si vuole improvvisare “esperti” nella valutazione dei dati telefonici pur in assenza di specifiche competenza: la materia, per via della sua complessità, non è certamente parte della normale esperienza tecnica, ma richiede approfondimenti specialistici.

Si legge infatti, come primo punto, in relazione all’attività di misura svolta dal ROS (e sempre considerata da questa Difesa come attendibile e puntuale) “che peraltro, va ricordato, hanno effettuato tutte le possibili misurazioni di tempo, spazio ed emissione del segnale, con impiego della piu recente e sofisticata tecnologia, pervenendo essi per primi ad individuare nel percorso in senso orario lunico compatibile con i tempi, gli agganci di cella e gli handover risultanti dai tabulati.” (pag. 39 sent.)

Orbene, fin già dal procedimento di primo grado è stato constatato da questa difesa come la relazione del ROS non offrisse alcun supporto alle conclusioni del CTPM, anzi, si asteneva proprio da qualunque conclusione a suo favore, come era stato ben notato dai CCTT Reale e Peroni nella loro relazione: “In particolare si deve notare come la relazione [del ROS] non fornisce alcuna conclusione in merito alla ricostruzione accusatoria (pag. 37 e pag 55 della relazione tecnica in atti – all. 1).

Del resto in sentenza non viene neppure citata la fonte da cui si dovrebbe trarre la conclusione indicata, per cui si deve ribadire, con ancor più forza visto l’errore commesso, che il ROS non ha individuato nel percorso orario l’unico compatibile con i tempi.

Inoltre, si vuole rimarcare qui come la Corte osservi esplicitamente che siano state effettuate “tutte le possibili misurazioni di tempo, spazio”, salvo poi ignorare tout court ogni dato dinamico (spazio, tempo e velocità) che emerge proprio da quelle rilevazioni.

2) La “confusione” con le aree di copertura delle celle 416 e 077

Come già detto, la complessità della materia fa sì che facilmente si cada in contraddizione se non si conoscono le basi.

Dapprima la Corte scrive che la cella 077 “interessa anch’essa larea dellabitazione Buoninconti, con diversa modalità” (pag. 40 sent.), alludendo per modalità il fatto che si tratta di cella 2G, mentre la 416 è 3G!

Questo consente di poter dire che – senza alcun dubbio – l’area di copertura è “la stessa” in termini di direzione e ampiezza (intesa come angolo di irradiazione), ma con un’eventuale minore distanza raggiunta in senso radiale (in quanto la tecnologia 3G, e quindi la 416, presenta una maggiore attenuazione, e quindi una minore portata del segnale).

Invece, dopo poche righe si legge che alle “8.55.04 […] aggancia sia all’inizio che alla fine la cella 416 (e dunque venne effettuata in area compresa tra la casa e la statale AstiAlba)(pag. 40 sent.), e che “si inserisce a questo punto la chiamata di cui si è detto, verso l’utenza di Oreste Ceste – effettuata alle ore 9.06.59 […] con inizio sotto l’area di copertura della cella 416 e termine sotto la cella 077, che copre unarea compatibile con Costigliole d’Asti in direzione di Govone)”.

Di seguito si inseriscono le due immagini tratte dai dati in atti (all. 2), in cui vengono rappresentate le due coperture.

Sebbene l’eloquente dialettica della Corte riesca a presentare il dato con una sua suggestione, nella realtà si fa fatica a distinguerne le differenza, e certo non contemplano l’area di Costigliole d’Asti.

UN ALTRO ERRORE OGGETTIVO!

3)  L’orario di arrivo di Michele a casa Buoninconti dopo aver – in ipotesi – occultato il corpo.

Purtroppo, la mancanza di contraddittorio tecnico porta a leggere valutazioni della Corte che mostrano come vi sia stata l’incapacità oggettiva anche solo a comprendere le ipotesi proposte dalla difesa.

La Corte, invece di considerare il complessivo percorso di Buoninconti, a partire dal luogo di ritrovamento del corpo di Elena Ceste, si limita a valutare unicamente l’ultimo tratto, come se fosse un tratto di percorso avulso dal tragitto.

E, nel farlo,produce queste considerazioni, con approccio “da sofista” e non tecnico:

osserva la Corte che il calcolo temporale proposto dalla Difesa assume, come punto di partenza, la fine della chiamata delle 9.04 precisamente 9.04.16 quando al termine della telefonata viene agganciata la cella 416, sicche inevitabilmente presuppone che la chiamata sia terminata in corrispondenza esatta del punto di passaggio confine tra le due celle, essendosi svolta per la sua quasi totalità sotto la cella 415; deve tuttavia considerarsi che la chiamata duro 60″, e dunque se laggancio alla cella 416 fosse avvenuto invece all’inizio della chiamata (ipotizziamo un secondo dopo), Buoninconti si sarebbe trovato più avanti in direzione di casa per uno spazio corrispondente ai 59″ residui, e quindi ben potrebbe essere arrivato a casa sua (e a casa Rava) alle 9.06.15, in orario cioe sostanzialmente coincidente con l’opzione 2 del P.M. riportata a pag. 44 dellatto dappello che colloca tale evento intorno alleore 9.06.” Si rileva comunque l’errore nel riportare il dato che la valutazione del punto di “fine chiamata” alle 9:04:16 non proviene dalla difesa, ma è in realtà proposto dal CT del PM, come è possibile ritrovare nelle slide (non essendo state numerate, si indica la 15-esima contando anche la copertina – all. 3).

Ma il dato più importante è un altro: la complessiva sequenza di agganci delle celle 416-415 e poi 415-416, avvenuta nel breve tratto di strada di Isola d’Asti in cui viene agganciato il segnale della 415 impone una valutazione di compatibilità di TUTTO il percorso, e non già di un unico tratto.

Infatti, se si posiziona, come fa la Corte, il momento dell’inizio della chiamata “un secondo prima” del possibile aggancio della cella finale, la 416, il relativo tempo di 1 minuto avrebbe “avvantaggiato” la posizione di Buoninconti in avvicinamento verso l’abitazione. Tuttavia questa ipotesi, al di là di essere la situazione peggiore per l’imputato (del tutto contrario al ragionamento favor rei) non viene investigata per verificare se la stessa compatibilità esiste per la precedente chiamata delle 9:01:48 e terminata alle 9:02:50.

Poiché, all’interno del percorso ‘accusatorio’, il tratto favorevole all’aggancio della cella 415 va dalla ‘discoteca mediterraneo’ fino all’inizio di via valle Tanaro, per complessivi 1,6-1,7 Km circa, ovvero circa due minuti nei tempi misurati (se non più), se l’ipotesi prodotta dalla Corte fosse stata quella avvenuta nella realtà, allora anche la cella iniziale della prima chiamata (avvenuta esattamente 1 min e 26 secondi prima, e quindi in un tratto di strada GIA’ coperto dalla 415) sarebbe stata sotto la copertura della cella 415!

E’ il solito concetto della “coperta corta”, che se la si ‘tira’ da una parte o dall’altra qualche porzione della ricostruzione rimane senza spiegazione.

Certo, con le parole è possibile pensare di poter spiegare qualunque cosa, nella realtà invece le prove fatte sul campo da questa Difesa hanno tenuto conto di tutti questi fattori reali, e hanno dimostrato all’atto pratico la possibilità effettiva del percorso difensivo, mentre a tutt’oggi nessuna prova reale è stata prodotta per dimostrare il contrario: la Corte ha completamente omesso di rilevare come non esista alcun test del percorso accusatorio che parte del luogo del ritrovamento del corpo, ma da un punto situato già sulla strada sterrata.

Ad ogni buon conto, qui come anche nel seguito delle motivazioni, vengono fatte delle valutazioni su elementi di dettaglio estrapolati dal loro contesto complessivo, fuorviandone inevitabilmente il significato, introducendo errori di valutazione, ma soprattutto perdendo di vista la complessiva valutazione dell’ipotesi accusatoria, che se presa nella sua interezza, e non solo in alcuni punti presi a campione, mostra la sua fragilità intrinseca.

Del resto, la mancanza di rilevazioni tecniche del percorso ‘accusatorio’ mina alla base ogni valutazione, che non si fonda su alcun elemento oggettivo, ma solamente percettivo.

Incidentalmente si deve anche notare che l’affermazione secondo la quale “Va tuttavia ancora osservato che il calcolo offerto dalla Difesa presenta unaltra evidente debolezza, perc assume per certa unandatura media di 40 Km/h” (pag. 41 sent.) non presenta neanche in questo caso il riferimento a dove si troverebbe questa affermazione, che in tutti i casi deve essere circostanziata: è di palmare evidenza che la velocità media dipende dal tratto considerato, e che se questo presenta incroci, svolte, semafori o altro ancora dovrà essere opportunamente considerato. Anche qui, quindi, si richiama alla necessità di prove reali, e non congetture fondate su valutazioni “sulla carta”, peraltro neppure presenti, in quanto in nessun punto delle memorie depositate è citata la velocità di 40 Km/h come riferimento “certo” della ricostruzione prodotta dalla difesa.

4)  Le testimonianze “elastiche” sui tempi.

Sebbene sia un dato noto come le testimonianze umane non possano mai essere precise in merito ai tempi, tant’è che queste informazioni vengono valutate di solito nei termini dei loro contenuti, non già come precisi cronometri di un’azione, in questa vicenda le testimonianze dei Rava assumono sempre un significato “contra personam” di valenza apodittica.

La riflessione di partenza è questa: “Si è particolarmente insistito, in ordine a questo specifico punto, sulle prove dichiarative assunte, che ad avviso dei Difensori appellanti porterebbero a collocare la presenza di Buoninconti nella zona di casa intorno alle ore 9.00 ed anzi addiritturqualche minuto prima, dato temporale che sarebbe assolutamente incompatibile con le successive risultanze.

Non è dato sapere quali siano le successive risultanze che escluderebbero questa ipotesi, tuttavia anche qui è pacifico che l’”insistenza” non è stata solo di questa difesa.

Sono stati prodotti, nel silenzio della sentenza relativo a questi documenti, tutti gli atti prodotti nei mesi dai Carabinieri, e dal PM, in cui veniva indicata l’ora delle 9:00 quale momento in cui Buoninconti avrebbe lasciato casa Rava, dato che mostra di per sé la sua fragilità interpretativa: se si possono leggere le testimonianze sia a giustificazione di fatti avvenuti “alle 9” che “dopo le 9”, l’unica conclusione che si deve trarre è che non può essere escluso lo scenario proposto dalla difesa, peraltro richiamandosi a valutazioni ben più attente e continuative effettuate dagli investigatori.

L’unico dato su cui la Corte ammette “l’errore contenuto in sentenza” di primo grado è quello in cui “si indica in dieci minuti il tempo riferito dalla Marilena Ceste, quanto da lei riferito non è dirimente perché, essendo terminata la telefonata con Buoninconti (della durata di 29″) all8.55.33, non è quantificabile con certezza il dato “poco più di cinque minuti e tanto meno può avere valore assoluto il riferimento alla tazza del caffè”.

Il punto qui è che proprio la stessa Corte che si esprime in termini di compatibilità quando tratta il percorso stradale (sebbene commettendo errori di valutazione) è quella che qui volontariamente censura l’interpretazione dei Carabinieri, e di questa difesa, che ha invece precise caratteristiche di compatibilità, compresa la tempistica del caffè.

La Corte, infine, omette completamente di valutare l’ipotesi prodotta da questa difesa in merito all’interpretazione della testimonianza di Terzuolo, il quale, anche ammettendo una sua precisa ricostruzione sul fatto che alle 9:00 si trovasse a transitare nella strada dell’abitazione di Buoninconti, non esclude che questi avesse da pochi secondi abbandonato detta posizione, che è poi nella realtà l’ipotesi ‘difensiva’ sempre sostenuta a partire dalla relazione depositata in primo grado (“Questa ipotesi considera come punto di partenza labitazione dei Rava, poco prima delle 9:00”, pag. 58 della relazione tecnica della difesa – all. 1 cit.).

5) Sulla compatibilità dei tempi di percorrenza

Il primo punto trattato dalla Corte in merito ai tempi di percorrenza comincia con una citazione che consente di comprendere come questa sia lontanissima dalla realtà dei fatti esposti, travisandoli senza comprenderne il motivo, se non – ad avviso di questa difesa – per la totale mancanza di un serio approfondimento tecnico.

Sostiene infatti la Corte che “Nel corso del procedimento di primo grado, all‘obiezione, contenuta nella consulenza delling. Reale, che aveva ritenuto invece sostenibile soltanto una opposta modalità di percorso, in senso ciantiorario, rispetto alla prospettazione accusatoria, il dott. Dezzani aveva eccepito che, se alle 9.00 Buoninconti fosse stato ancora a casa di Aldo Rava, non avrebbe avuto il tempo materiale di effettuare la successiva telefonata delle 9.01 (precisamente 9.01.48) che alla fine aveva agganciato la cella 415, perché avrebbe dovuto percorrere in un minuto un tratto di due chilometri su strada sterrata e quindi con necessità di lenta andatura

Purtroppo la Corte non ha compreso né quanto sostenuto dal CT del PM Dezzani, né dalla difesa, in un oggettivo errore di valutazione, che dimostra pacificamente la mancanza di reale conoscenza dei luoghi da parte della Corte stessa, per cui non ha mai chiari quali possono essere realmente i percorsi, le tempistiche, e quant’altro utile a produrre delle valutazioni attendibili.

Non esiste alcun percorso su strada sterrata nell’ipotesi difensiva, né il CTPM si è espresso in tal senso. La contestazione mossa dalla difesa, che non è stata neppure compresa, è che il CTPM aveva indicato l’impossibilità di aggancio della cella 415 alle 9:01:48.

Ora, la stessa Corte che riporta in sentenza il dato che alle 9:01:48 è stata agganciata la cella 416 (pag. 40 sent.), non mostra molta attenzione in questa parte di ragionamento sul fatto che a quell’ora non è stata agganciata la cella 415 (dato purtroppo errato dal CTPM nella sua esposizione in udienza).

Tutto il ragionamento che ne segue è quindi affetto da un problema “a monte”: l’errore contestato è che la valutazione della compatibilità dell’aggancio doveva essere fatta con l’ora delle 9:02:50, quando certamente era agganciata la cella 415, e quindi valutare se i tempi da casa Rava alla zona di copertura di quella cella erano compatibili. Detti tempi sono quindi perfettamente compatibili, senza considerare che – comunque – l’ipotesi difensiva è quella di una partenza di MB appena prima delle 9:00, cosa che rende compatibile anche lo scenario “peggiore” descritto dalla Corte.

Dispiace anche leggere di come la Corte abbia voluto strumentalizzare il lavoro dei nostri consulenti, in quanto riportano “Un dato da cui non può prescindersi è tuttavia costituito dal fatto che ling. Reale, […], aveva impostato la propria tesi del giro in senso antiorario sul presupposto che Buoninconti, nella fase di ritorno da Isola d’Asti, si era poi recato direttamente a Govone (relazione Reale del 29.6.2015, pag40): “un testimone [Oreste Ceste, n.d.r.] riporta una telefonata verso di lui, avvenuta poco prima dellarrivo a Govone di Buoninconti, larrivo in auto di Buoninconti, e i due eventi telefonici analizzati evidenziano piena compatibilità di tempi e celle agganciate su questa direttrice di percorso“), perché soltanto così risultava compatibile la sua scansione dei tempi.”

La Corte tuttavia omette di indicare come questa ipotesi sia stata considerata dai nostri CCTT come una possibile valutazione, come ben precisano a pag. 45 della relazione depositata (relazione Reale- all. 1 cit.): “Va detto che l’itinerario proposto potrebbe non essere neppure l’unico che consente questi agganci di cella (p.es. ci sono delle possibili compatibilità che meriterebbero di essere approfondite lungo la SP41), ma è sicuramente un riferimento utile per individuare, quantmeno, le zone con maggiore probabilità di passaggio, ed escludere quelle con minore probabilità (in particolare labitazione stessa di Buoninconti).

E ancora “Questi CCTT ritengono che, allo stato delle informazioni loro disponibili, non sia possibile fornire ipotesi ricostruttive più dettagliate, e neppure sono certi che si possa arrivare a conclusioni migliori, tuttavia sono dellavviso che nel caso procedendo con un approccio tecnicamente rigoroso e un congruo (statisticamente parlando) numero di test effettuati con impegno della rete al fine di sollecitare l’intera catena di produzione del record di traffico si possa eventualmente arrivare ad un migliore affinamento dello scenario proposto.”

Del resto, nelle conclusioni rilevavano, e auspicavano (pag. 59 sent.) “che l’organo giudicante voglia tenere in considerazione il corposinsieme delle osservazioni, delle analisi e delle conclusioni qui esposte, afine di consentire il proseguimento delle attività tecniche,tramite lacquisizione dei dati mancanti dagli operatori di telefonia, il perfezionamento delle ipotesi proposte, eventuali ulteriori sessioni di misura e un approccio metodologico condiviso quale riferimento per poter proporre una valutazione dei fenomeni radioelettrici che tenga conto dei relativi limiti, ma anche delle opportunità, che questa tipologia di attività può consentire, in senso probabilistico e non deterministico”.

Nel considerare la difesa “costretta” ad introdurre una variante (che tale non è in quanto l’ipotesi prodotta dal CCTTPP è stata ben specificata come una valutazione di compatibilità), la Corte non ha tenuto conto invece del fatto oggettivo che sono stati acquisiti solo a settembre 2016, tramite la Sua autorizzazione, i dati che hanno consentito di affinare l’analisi, proprio nei termini indicati dai CCTTPP: le mappe di copertura di TIM e i dati di misura originali prodotti dal ROS! Il perfezionamento auspicato dai CCTTPP è stato quindi operato sulla base di tali dati, fino a quel momento non resi disponibili alla difesa stessa!

E’ infine indice di mancanza di argomentazioni forti la suggestiva ‘accusa’ rivolta alla Difesa, che ha potuto perfezionare le proprie valutazioni solo quando ha finalmente potuto disporre di dati mai entrati nella sua disponibilità (all. 4) 23, rispetto ad un’accusa che ha prodotto sempre ipotesi tra loro differenti nella ricostruzione accusatoria, in ‘risposta’ alle mirate e puntuali contestazioni operate dalla difesa, fino ad arrivare addirittura ad una ricostruzione operata dalla Corte di Appello differente nei tempi e nelle percorrenze rispetto a quella operata dal Giudice di prime cure.

6) La telefonata delle 9:09:53.

La Corte, sempre con la dialettica discorsiva, e giammai con un dato tecnico, indica come “possibile” il fatto che, partendo alle 9:06 da casa Rava (già forzando le interpretazioni al fine di dimostrare un dato indimostrabile), si arrivi presso la zona di copertura della cella 674 agganciata all’inizio della chiamata delle 9:09:53.

Anche in questo caso l’analisi non comprende la valutazione del percorso complessivo, che nella realtà è una concatenazione di azioni diverse, mentre nella rappresentazione della sentenza è una visione atomica di ogni singola azione al di fuori del suo contesto, per cui si arriva a “sovrapporre” l’arrivo di MB alle 9:06 presso casa Rava con la sua stessa ri-partenza, confinando il tempo dedicato al contatto avvenuto realmente con Rava a pochissimi secondi giustificati apoditticamente dalla “brevità della sosta”.

Per quanto breve, avrebbe dovuto contemplare l’azione di arrivo nella via, la discesa dall’auto, lo squillo del campanello, la risposta di Rava, il rientro in auto, la manovra in retromarcia per tornare sulla strada e la successiva partenza. Niente di tutto ciò è ovviamente giustificato da alcuna verifica.

A parole invece è tutto giustificabile, sebbene il CTPM né l’accusa abbiano mai prodotto valutazioni su quanto avvenuto DOPO l9:08!

Ma a prescindere da ciò, il problema rimane, in quanto il tempo necessario per giungere nel punto più vicino (quindi ancora in una ipotesi contraria al principio del favor rei) in cui è possibile agganciare la cella 674, sono necessari almeno 5 minuti, oltre al semaforo di Motta, sulla base di tutte le misurazioni prodotte in atti.

Anche volendone considerare arbitrariamente “solo 4”, i tempi non sono ugualmente sufficienti, tant’è che la Corte non motiva sul punto adducendo una generica giustificazione “senza considerare l’ignota variabile della velocita” (pag. 44 sent.), in quanto ben si avvede della criticità.

Ma, sebbene questa difesa sia assolutamente convinta della totale incompatibilità di questa ricostruzione, si vuole comunque dare un seguito logico – con valore di ipotesi – per far notare come anche assumendo questo dato come ‘compatibile’, si arriva ugualmente ad una condizione impossibile, come nelle dimostrazioni matematiche “per assurdo” basate sulla logica del modus ponens.

Infatti, al termine della chiamata, esattamente 39 secondi dopo, viene agganciata la cella 417.

L’immagine di seguito mostra la mappa di copertura prodotta da TIM, nella quale si nota come la copertura di quella cella non c’è nell’area rossa (dato peraltro anche rilevabile nelle misure del ROS), e non si può raggiungere in pochi secondi, dovendosi raggiungere Govone per entrare in quell’area. L’immagine seguente consente di apprezzare meglio quanto peraltro già presente a pag. 34 dei “motivi nuovi della difesa”.

Consapevoli che – grazie a qualche sofisma già riportato in sentenza – la Corte (che comunque non si è avveduta di questo problema), ben potrebbe inventare delle suggestionia giustificazion, continuiamo l’esercizio, e arriviamo alle 9:13:03, in cui viene agganciata la cella 520 di Guarene, che presenta una micro-copertura nei pressi di Motta, sulla strada che dal centro dell’abitato procede verso sud-ovest, come da dati prodotti dal ROS, e verificati anche dal nostro CTP.

Seguendo il ragionamento della Corte, dalle 9:09:53 alle  9:13:03, in 3 minuti e 10 secondi MB si sarebbe letteralmente “precipitato” dal ponte sul Tanaro (faticosamente guadagnato con qualche spinta dialettica alle 9:09:53) e poi sarebbe giunto a Govone per poi rientrare a Motta in poco più di 3 minuti. Un percorso di 11 km!

Facendo i conti Buoninconti viaggiava a circa 220 km/h!

Forse per questo motivo il punto non è stato neppure affrontato dalla Corte? Non è dato sapere, in quanto pacificamente omesso.