LA CONDANNA E IL RICORSO IN CASSAZIONE: L’ULTIMA SPERANZA PER BUONINCONTI.

Michele Buoninconti è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di Elena Ceste e condannato a 30 anni di carcere anche al termine del processo di secondo grado.

Quindi perché insistere? Perché continuare a sottolineare quanto possa essere o meno fondato l’impianto accusatorio? Se ben due corti si sono espresse in merito, avranno avuto le loro ragioni, gli elementi devono esserci.

Non si vorrà forse sostenere l’innocenza di quest’uomo.

E in effetti, l’ho sempre dichiarato, io non sostengo che Buoninconti  sia innocente. Sostengo però che la sua colpevolezza non è stata dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio, e l’analisi delle sue sentenze – dal mio punto di vista – lo dimostra.

 

Esistono elementi compatibili con la sua colpevolezza. Ma molti di questi sono elementi indiziari, non prove certe. Elementi compatibili con quell’ipotesi ma talvolta interpretabili anche in modo diverso ( persino opposto ), e talaltra semplicemente inconsistenti, stimolanti se inseriti nel teorema accusatorio, ma totalmente privi di un valore assoluto.

BUONINCONTI PUÒ AVER UCCISO SUA MOGLIE ELENA CESTE? CERTO CHE SI.  AVEVA UN POSSIBILE MOVENTE – LA GELOSIA – E UN’OPPORTUNITÀ.

MA QUESTA IPOTESI E’ STATA DIMOSTRATA AL DI LA’ DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO?

ESISTE UNA PROVA CERTA CHE CERTIFICHI CHE CI TROVIAMO DI FRONTE A UN OMICIDIO?

 

Ricordiamo bene che questa sentenza di secondo grado , ha condannato Buoninconti ( per la seconda volta ) sulla base di un impianto indiziario e mai verificato a fondo tramite perizie terze della Corte :

Non ci sono tracce di fango sui vestiti di Elena Ceste che colleghino Buoninconti al delitto.

Non c’e’ una posizione del corpo di Elena , né altre prove inequivocabili ,  che dimostri che lei è sempre rimasta lì dove è stata ritrovata.

Non ci sono prove scientifiche che dimostrino  che sia morta a seguito di un atto violento.

Non esiste la fitta vegetazione che avrebbe impedito al corpo di essere trascinato in quel punto dall’acqua durante i periodi di pioggia successivi alla morte di Elena.

Non ci sono prove che Buoninconti esercitasse un controllo ossessivo sulla moglie ( al contrario, lei era libera di fare ciò che voleva, compreso intrattenere relazioni adulterine con estrema facilità ).

Non ci sono prove di azioni pregresse violente nei confronti della moglie.

Non ci sono tracce di un avvenuto omicidio in casa. Non ci sono tracce del trasporto del corpo sull’auto.

Non ci sono prove certe ( ma come dice il giudice compatibilità ) che Buoninconti si sia recato al Rio Mersa per liberarsi del cadavere. Non possono dirlo le celle telefoniche ( che anzi, forse dicono il contrario ) , e non esistono testimoni.

Non ci sono testimonianze che dicano con certezza quando lui si sia allontanato da casa quella mattina perché una sarebbe favorevole alla tesi difensiva di Buoninconti, due  hanno indicato orari diversi e mutati nel tempo, e la quarta dice soltanto che a una determinata ora Buoninconti non era a casa Rava, senza poter indicare se non ci fosse ancora arrivato o se ne fosse già andato.

Non ci sono prove di depistaggi da parte di Buoninconti perché quelli supposti sono smentiti dai documenti o legati a interpretazioni soggettive ( vedi il collega vigile del fuoco sulla prima ricerca effettuata insieme ).

Non esiste prova alcuna che Elena Ceste a Novembre abbia confessato i propri tradimenti stringendo con il marito un patto per ‘rientrare nei ranghi’, che sarebbe la base fondante di tutta la costruzione del movente. E qui ci tengo a sottolinearlo: NON ESISTE ALCUNA PROVA DI QUEL PATTO, è un evento totalmente ipotizzato dall’accusa ( e smentito peraltro nei contenuti dalla sorella di Elena ).

Non esiste certezza che Buoninconti abbia mai letto gli sms che avrebbero dovuto scatenare il suo piano omicida. E se anche li avesse letti, il contenuto di quei messaggi non è compatibile con le motivazioni indicate per il delitto, perché in realtà quei messaggi confermerebbero che Elena si nega al suo amante.

Secondo il Giudice di secondo grado hanno sbagliato nelle loro consulenze tecniche tutti gli esperti incaricati dalla Difesa, e dalla Procura, ad eccezione degli anatomopatologi che hanno decretato la morte per omicidio per deduzione in assenza di certezza scientifica, e il consulente tecnico informatico che ha fornito la sua lettura degli spostamenti di Buoninconti  sulla base delle celle telefoniche.

E questo è poi il punto più controverso che potrebbe riaprire in sede di ricorso in Cassazione il processo: la difesa di Buoninconti infatti si appresta a chiedere che venga accolta  – con un rinvio nuovamente a processo – la richiesta che era stata respinta dalla Corte in Secondo Grado di incaricare un Perito  affinché riesamini i dati delle celle telefoniche. Richiesta che era stata respinta sulla base dell’autorevolezza della consulenza Dezzani ( consulente tecnico della Procura ) , autorevolezza che ora sarebbe rimessa in discussione dopo che un’inchiesta della Guardia di Finanza ( su incarico della Procura del l’Aquila ) avrebbe accertato che Giuseppe Dezzani,  diplomato e regolrmente iscritto al CTU, non sarebbe però in possesso di alcuni titoli accademici ( Laurea e corsi di specializzazione ) che sarebbero stati invece  presentati durante il processo Buoninconti contribuendo a dare appunto ‘autorevolezza’ al lavoro del consulente stesso.  Dubbi che ora la Suprema Corte dovrà esaminare.

 

Ma nonostante tutto questo, tutte queste incertezze,  come detto più volte, in due gradi di processo nessuna indagine di approfondimento è stata predisposta, nonostante le richieste della Difesa,  e Buoninconti è stato dichiarato colpevole.

 

Il problema è che esistono anche elementi indiziari che ci raccontano una possibile realtà alternativa, quella cioè di una disgrazia seguita a forte stato di psicosi di Elena Ceste. Elementi altrettanto suggestivi e reali, semplicemente non presi in considerazione, accantonati, sminuiti pur di non sollevare dubbi.

 

Esiste una relazione del consulente della Procura, non contestata da un secondo consulente della Procura e sottoscritta ovviamente da un consulente della Difesa, e considerata fondata dal giudice di primo grado,  che racconta di una profonda crisi delirante e di carattere psicotico vissuta da Elena  Ceste almeno fino a Novembre/Dicembre.

Nemmeno i consulenti della Procura hanno mai escluso la possibilità che in preda a una crisi di tal genere una donna possa denundarsi e allontanarsi priva di vestiti per le campagne. Si tratta cioè di un fenomeno possibile.

Esiste una condizione di malessere fisico e tristezza di Elena testimoniata da più persone nei giorni precedenti alla sua morte.

Esiste, nella vita di Elena,  un amante il cui ruolo ( non mi riferisco all’omicidio ma alle pressioni su di lei ) non è mai stato definito con precisione.  Su come e perché sia iniziata la loro relazione ( anomala rispetto alle altre ), su quali pressioni abbia portato nella vita di Elena, soprattutto negli ultimi mesi e giorni di vita, non si è mai indagato a fondo.

Esiste una parte del Rio Mersa, ‘cementata’ che Elena avrebbe potuto raggiungere a piedi in pochi minuti da casa e dove potrebbe essere caduta accidentalmente, per morirvi poi per ipotermia in pochi minuti.

Esistono in quel tratto anfratti dove ferita potrebbe essersi rifugiata prima di morire.

Esistono sul corpo di Elena una frattura certa e una da verificare, entrambe compatibili con l’ipotesi di una caduta. Ma non si è voluti tornare ad esaminarla per accertarne la natura.

Esistono comportamenti anomali condotti da Elena nel periodo precedente la sua morte.

NON ESISTE UNA SOLA PAROLA DI ELENA CONTRO IL MARITO MICHELE BUONINCONTI. NON UNA LAMENTELA. NON UN BEN CHE MINIMO ALLARME.  NON UNA TRACCIA DEL CONTROLLO OSSESSIVO CHE VIENE IPOTIZZATO SU DI LEI . NON UNA TRACCIA DI SUA PALESATA VOLONTÀ DI CHIUDERE LA SUA RELAZIONE CON LUI. NON UNA PAROLA DI INFELICITÀ DOVUTA A QUELLA RELAZIONE.

NON CON I SUOI FAMILIARI, NON CON I SUOI POCHI AMICI, NON CON I SUOI AMANTI.

 

E il punto è proprio questo: Il caso della morte di Elena Ceste è interpretabile con due differenti scenari.

I giudici hanno scelto di sposare quello della colpevolezza di Buoninconti, ma lo hanno fatto – è il mio pensiero preoccupato – sulla base di un impianto probatorio debole. Mi permetto di dire, senza il coraggio di compiere le verifiche che la ricerca della verità ( a prescindere dal rito, visto che loro potevano scegliere di farlo ) avrebbe imposto.

Troppe incertezze. Troppe approssimazioni e sperimentazioni. Troppi dubbi e troppe interpretazioni.

Le strade percorribili erano  due: ammettere l’impossibilità di avere certezze sullo svolgimento dei fatti, e quindi con una decisione pro reo, assolvere Buoninconti; oppure procedere con degli approfondimenti, delle perizie terze, alla ricerca di qualcosa di più solido che determinasse la verità.

Ma non è stato fatto, e un uomo è stato condannato a 30 anni. Se è colpevole una pena fin troppo mite ( sono contrario all’abbreviato per i reati che prevedono l’ergastolo ), ma se innocente una condanna che ha rovinato la sua vita e quella dei figli, già orfani della madre.

Ora gli avvocati Scolari e Marazzita hanno presentato ricorso in Cassazione, sollevando in modo più tecnico e articolato, molti dei dubbi che vi ho sottoposto in questi articoli. L’udienza non è ancora stata fissata pura essendo trascorsi molti mesi.

Ci sono poche speranze che ottengano l’annullamento della sentenza. Perché molte delle questioni che vi ho illustrato entrano nel merito della sentenza e come è noto la Cassazione non entra in quel genere di valutazioni.  Ma qualche appiglio perché un giudice  della suprema corte possa trovare il coraggio di esprimersi affinché si torni a fare chiarezza sugli avvenimenti di quel 24 gennaio c’è. Sopratutto se venissero confermati i dubbi sulla consulenza Dezzani.

Trovo – indipendentemente dal contesto e dal merito  – decisamente forzato che un Giudice di Secondo Grado possa assumersi il compito di reinterpretare e valutare quasi tutte le perizie tecniche, trasformandosi di fatto in super perito in grado di meglio comprendere e meglio valutare ogni materia. Un conto è la valutazione di diverse tesi e la scelta di quale ritenere più credibile, un conto è lo stravolgimento e la riformulazione totale dissonante da tutte le consulenze presentate.

Le speranze di Buoninconti sono minime. Non quelle di vedersi ritenuto innocente, ma quelle di aver diritto a un giusto processo che accerti le sue eventuali responsabilità.

E da questo punto di vista, sono minime le nostre speranze di cittadini, non perché dobbiamo credere all’innocenza di quest’uomo, ma perché dobbiamo chiedere, come atto di civiltà,  che un uomo venga condannato sulla base di prove certe e non di teoremi.

Perché ciascuno di noi deve poter sperare che se un domani dovesse mai capitarci di essere coinvolti in un reato, come sospetti, ci sia un sistema giuridico che ci assicuri che la ricerca della verità sia preminente.

Che la nostra innocenza o colpevolezza non dipenda da indizi e teoremi, ma da prove certe.

 

 

 

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