PAOLA MANCHISI, CHE HA INIZIATO A MORIRE 15 ANNI FA

Paola Manchisi non è morta il 6 gennaio 2018.

Quello è solo il giorno in cui il suo cuore ha smesso di battere. Il giorno in cui i Carabinieri l’hanno  trovata distesa nella cucina di casa sua, a Polignano a Mare. Il giorno in cui il suo corpo, provato, non ha più trovato la forza per andare avanti.

E’ stato solo il giorno finale di una morte lenta, iniziata molto tempo prima. Indicativamente un giorno qualsiasi di 15 anni fa.

Ed è lì che occorre tornare per capire cosa sia accaduto il giorno dell’Epifania di quest’anno. Occorre tornare indietro al momento in cui una ragazzina di 16/17 anni che frequenta un istituto superiore di Monopoli ha smesso di vivere la sua vita.

Le sue conoscenti di allora. Le amiche del paese e le sue ex compagne di classe parlano di Paola come di una bambina intelligente, forse un poco timida e chiusa, ma certo non di una bimba  ‘diversa’ da loro.  Una sua amica di Polignano, la stessa che ha inutilmente agito nel tentativo di salvarla allertando i colleghi della trasmissione Chi l’ha visto, ha raccontato che nella sua fanciullezza frequentava abitualmente Paola,.

Paola si recava a casa sua a giocare. Lei andava nella casa di Paola.

Una casa diversa da quella che abbiamo visto nelle foto di questi giorni. Un’abitazione come altre a Polignano. Magari modesta, ma certo non una casa caratterizzata dal degrado, dalla sporcizia, dall’accumulo compulsivo.

La casa di Paola, la famiglia di Paola, la vita di Paola. Tutto scorreva normale allora.

E le cose sono andate avanti così fino alle scuole superiori.  Chi ha conosciuto Paola in quel periodo la descrive intelligente, capace di battersi per le sue idee. Ma al contempo anche una ragazza progressivamente sempre più riservata, chiusa. Tanto, raccontano, da iniziare ad attirare la preoccupata attenzione dei professori. Tanto da iniziare ad accumulare assenze.

Fino a sparire. Fino a ritirarsi dalla scuola prima di terminarla.

Fino a chiudersi in quella casa dove rimarrà, con sporadiche e rare eccezioni, per i successivi 15 anni.  Quella casa che diventerà il suo rifugio ma anche la sua prigione.

Ma cosa accade davvero in quel momento nella vita di Paola?  E non solo nella sua.

Perché c’è un aspetto di cui occorre tener dovutamente conto: qualcosa accade a Paola, ma qualcosa accade a tutta la famiglia.

La famiglia Manchisi, la loro casa, le loro condizioni, così come le abbiamo conosciute in questi giorni, sembrano lontane dai ricordi e dalle descrizioni delle amiche di Paola. E’ chiaro quindi che qualcosa deve essere accaduto. A tutti loro.

E’ difficile per noi, fuori da quel nucleo, oggi, capire quale processo si sia messo in moto 15 anni fa. E’ stata Paola il motore di quel cambiamento?

I suoi disagi sono divenuti malattia, come sembra trasparire dai racconti degli zii che hanno parlato apertamente di anoressia?  E se è così, cosa ha esasperato le difficoltà di quella ragazzina adolescente?

E’ accaduto qualcosa?

Sono state le problematicità di Paola a travolgere la sua famiglia? Magari l’incapacità incolpevole dei genitori a gestire quella situazione a prevalere?

Oppure è accaduto qualcosa alla famiglia stessa, ed è stato quell’evento a investire Paola con tutte le sue fragilità?

Di certo insieme a Paola è cambiata o collassata l’intera famiglia.

Ho sentito in questi giorni il fratello Lorenzo, gli zii, i genitori parlare di Paola come di una ragazza libera di compiere qualsiasi scelta, di uscire da quella casa come di rientrarvi, di mangiare ma solo fino quanto se la sentisse, di rimanere chiusa tra quelle mura perché lo sceglieva lei.  li ho sentiti raccontare di una sua uscita per un matrimonio 9 anni fa e per un pranzo in campagna 5 anni fa.  Due uscite negli ultimi 10 anni. Li ho sentiti parlare di tutto questo come di una condizione di normalità. Li ho sentiti precisare che Paola pesava 38 kg, non 27 o 28 o 31. 38 kg come fosse una situazione di normalità.

Le loro parole mi hanno riportato a un caso che seguii per il Tg5 , una di quelle notizie che restano un solo giorno sulle pagine dei giornali nazionali. La storia di una madre che si era gettata dal balcone con in braccio la sua creatura. Due vite spezzate in un istante dalla depressione.  In quell’occasione riuscii a intervistare i suoceri della donna, che abitavano poco distanti dalla casa della coppia e che la frequentavano abitualmente. Una famiglia semplice.

“Lei stava bene” mi disse guardandomi stupito per l’accaduto il capofamiglia “Certo, era dimagrita negli ultimi tempi, negli ultimi mesi. Piangeva spesso, senza apparente motivo. Restava chiusa in casa. Usciva sempre meno. Ma davvero, stava bene.”

Ricordo ancora, andandomene per tornare a scrivere la storia, la disarmata amarezza. L’ aver toccato con mano l’incapacità di quelle persone di comprendere. Di  capire quanto fosse accaduto davanti ai loro occhi.

Ecco le parole della famiglia in questi giorni sono state come un eco di quella mia esperienza. Qualcosa di già visto e già vissuto.

Solo così, nell’incapacità, nei limiti e nella non conoscenza è possibile non dico giustificare, ma quanto meno assolvere quanti vivevano in quella casa, quanti la frequentavano al di fuori della ristretta cerchia familiare.

Perché non vi è dubbio che Paola potesse essere salvata.

Non potevano essere essere i giornalisti a sfondare quella porta. Non l’amica d’infanzia. Avrebbero potuto farlo le autorità, e qui di verifiche occorrerà farne molte. Il fratello Lorenzo ha raccontato di assistenti sociali che si sarebbero fermati dopo aver parlato al telefono con Paola. Se fosse vero, se davvero non fossero mai entrati in quella casa vedendo in quali condizioni vi si vive, se davvero non avessero mai visto Paola di persona per rendersi conto delle sue condizioni fisiche e psicologiche , ci troveremmo davanti a un errore gravissimo, ancora più grave dell’alternativa, quella cioè che abbiano visto e non abbiano agito.

Poi c’è il contesto: i vicini, il paese, la gente, le istituzioni locali.

Paola è svanita davanti ai loro occhi senza che realmente abbiano agito.  Qualcuno l’ha rimossa dalla propria memoria. Qualcuno ha sentito ma non é andato oltre. Qualcuno ha visto ma non ha voluto o saputo vedere realmente. Qualcuno poi ha annusato, ma ha preferito non trarre conclusioni.

Tutto nel centro del paese, non in uno sperduto casolare di campagna.

Paola è rimasta sola senza che nessuno l’abbia aiutata. Non ci sono riusciti i pochi che ci hanno provato. Non ci sono riusciti i tanti che hanno evitato di agire.

Le indagini speriamo facciano chiarezza. Mi auguro non ci siano segreti di famiglia. Non credo. O comunque voglio sperarlo.

Ma credo sia fondamentale capire quando e perché tutto è iniziato, cosa sia accaduto a Paola allora, 15 anni fa. Qualcosa di importante che ha investito la sua intera famiglia.

Perché è allora che lei ha iniziato a morire, e se qualcosa l’ha spinta a intraprendere quel percorso, se qualcuno l’ha ferita nella sua adolescenza, allora forse si, un colpevole andrebbe cercato anche oggi.

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