LA STORIA DI ANTONIETTA: COSA NON HA FUNZIONATO.

UN’ATTENTA ANALISI DI COSA NON ABBIA FUNZIONATO NELLA STORIA DI ANTONIETTA GARGIULO E DELLE SUE DUE BAMBINE. DEL FALLIMENTO DELLE ISTITUZIONI E DELLE PROCEDURE CHE AVREBBERO DOVUTO ESSERE ATTIVATE  A TUTELA DELLA DONNA E DELLE SUE FIGLIE.

 

Una riflessione di Margherita Carlini,
Psicoterapeuta e  Criminologa Forense, da oltre 10 anni impegnata nella sua attività di psicologa in diversi  Centri Antiviolenza.

 

La vicenda di Antonietta e delle sue due figlie Martina ed Alessia è la storia dell’ennesimo femminicidio commesso nel nostro Paese. Un tragedia annunciata come tante  e come altre ancora che spettano di compiersi.

Subito dopo la morte delle bambine, mentre Antonietta sta ancora lottando tra la vita e la morte, ignara di quello che è successo alle sue figlie emergono tutti i dettagli di questa vicenda. Le innumerevoli richieste di aiuto che Antonietta aveva rivolto alla Polizia, agli Assistenti sociali e ai superiori del marito. Richieste che sono rimaste tutte inascoltate, si è proceduto anzi a convocare lei  al Commissariato di Polizia di Cisterna per mettere a verbale le sue dichiarazioni a seguito di un esposto che suo marito aveva presentato venti giorni prima contro di lei.

Antonietta e Luigi si erano sposati nel 2001, un matrimonio destinato a naufragare sotto il peso delle condotte violente dell’uomo e dei suoi continui tradimenti.

La donna decide di interrompere la relazione a seguito di un’aggressione subita fuori dall’azienda dove lei lavora.

Era il 4 Settembre 2017. Ha paura, per lei e per le sue figlie.

Ma non vuole denunciare suo marito, perché Carabiniere e nel passato ha già avuto problemi. Non lo fa per tutelare lui, ma perché è convinta di tutelare così le sue figlie, affinché non abbiano un padre con dei precedenti o che si ritrova senza un lavoro.

Ciò nonostante decide di presentare un esposto presso la Questura di Latina, dove riferisce delle aggressioni subite anche in presenza delle bambine e della sua, della loro paura nei confronti  di questo uomo (Sembra che a seguito di questo esposto Capasso sia stato contattato telefonicamente e nel corso della comunicazione abbia promesso piangendo di non reiterare dette condotte).

Viene mal consigliata ed accetta di affrontare un percorso di mediazione con suo marito, nella speranza di arrivare ad un accordo di separazione. Va ricordato che la mediazione familiare o di coppia è vietata nei casi di violenza  dalla Convenzione di Istambul (art. 48), non solo perché non produce risultati dal momento che è impossibile mettere in comunicazione due persone che sono su due piani differenti : una vittima ed un carnefice (una soccombe e l’altro impone), ma sopratutto perché rappresenta un momento di contatto e quindi di rischio.

La mediazione fallisce. L’uomo non vuole la separazione.

Nomina un’avvocata ed avvia una richiesta di separazione giudiziale (la prima udienza viene fissata per il 29 Marzo del 2018). Se questa tragedia non si fosse compiuta molto probabilmente Antonietta avrebbe percorso il calvario di tante altre donne, madri, vittime di violenza. Sarebbe stata disposta, nel corso della separazione giudiziale, una valutazione delle competenze genitoriali nel corso della quale, con molta probabilità sarebbe stata valutata come una madre non perfettamente idonea perché ostile nei confronti dell’altro genitore, se non addirittura alienante, che strumentalizza cioè le sue figlie per ritorsioni al suo ex marito.

Nel frattempo si rivolge anche agli Assistenti sociali perché lei e le sue figlie hanno paura di Luigi e non vogliono incontrarlo. Sembra che le sia stato consigliato di evitare i contatti e gli incontri.

Nel frattempo i comportamenti persecutori di Luigi acuiscono, lui le controlla, fa appostamenti, le assilla con messaggi, telefonate e minacce.

Ma nessuno fa niente.

Antonietta non aveva denunciato formalmente è vero, ma aveva attivato da sola tutta una rete di servizi e di professionisti che le hanno dato risposte disfunzionali o addirittura non risposte.

Perché se quanto emerso verrà confermato, tutti erano tenuti ad attivarsi almeno a tutela delle due bambine, dal momento che gran parte dei fatti di violenza esposti dalla donna erano stati commessi alla loro presenza.

Nessuno ha pensato di attivare un piano di protezione a tutela di queste tre donne, ma prima ancora nessuno ha potuto o voluto valutare il rischio che Antonietta, Martina ed Alessia stavano correndo.

Ed i fattori erano chiari e precisi.

  • C’era stata violenza fisica. Capasso aveva in più occasioni dimostrato di scegliere questa modalità di reazione con la moglie e questo è un fattore indicativo di un altissimo rischio di reiterazione di condotte violente o letali.
  • La donna aveva chiesto la separazione. Più del 40% dei femminicidi compiuti nel nostro Paese avvengono nei 90 giorni successivi alla separazione di fatto della coppia. Studi internazionali dimostrano che questo è il periodo più a rischio per la donna.
  • L’uomo la minacciava e la perseguitava. A dimostrazione che non si sarebbe dato per vinto fino a quando non avrebbe raggiunto il suo scopo: quello di avere lui il controllo. Questo Luigi lo ha scritto chiaramente in un biglietto lasciato in camera da letto “Non doveva farlo”. Ha così imposto la sua volontà con la forza.
  • La donna aveva paura dei comportamenti e delle minacce. Questo è un fattore di rischio che ci indica che la donna è veramente in pericolo. Il più delle volte le vittime di violenza tendono a sottostimare il rischio che corrono, per una sorta di normalizzazione della violenza, invece Antonietta lo aveva detto a tutti che aveva molta paura.
  • Lui possedeva un’arma. La pistola di ordinanza con cui ha compiuto la strage, quella stessa pistola che gli era stata tolta e poi riconsegnata dopo che era risultato “idoneo al servizio” di fronte alla commissione sanitaria che lo aveva visitato. Idoneo al servizio. Un’idoneità che ignora studi internazionali e dati esperienziali sui profili criminologici dei maltrattanti; uomini per la maggior parte, perfettamente funzionali sia sul piano sociale, che lavorativo, che psichico. Inutili quindi i soliti test psicodiagnostici se non si ha profonda conoscenza del fenomeno e non si valutano i fattori di rischio specifici.

Anche Luigi aveva presentato un esposto contro la moglie, presso il Commissariato di Polizia “Cisterna di Latina” perché  sosteneva che lei non gli permetteva di vedere le sue figlie. Lo aveva fatto circa cinquanta giorni prima di ucciderle.

A quell’esposto c’era stato un seguito formale, Antonietta era stata convocata e le sue dichiarazioni messe a verbale.

Voglio che mio marito stia lontano da me e dalle nostre figlie sino alla data della  prima udienza della separazione e che la smetta di inviare messaggi e telefonarmi in continuazione” […] “Ho ancora paura di mio marito per il suo carattere aggressivo e violento“.

 

Ma anche questa volta nessun aiuto.

Antonietta è stata colpita dal marito con tre colpi di pistola, Martina ed Alessia sono state uccise.

Potevano, dovevano essere salvate.

Perché lo prevede la legge, sopratutto quando questi fatti vengono denunciati e commessi alla presenza di figli minori.

 

In questi casi è fondamentale che i professionisti presenti sul territorio siano specificatamente formati e preparati ad attivare con urgenza un piano di protezione per la donna ed i suoi figli e applicare misure di sicurezza.

Che siano in grado di effettuare un’attenta codifica del caso ed una corretta valutazione del rischio, senza la quale è impossibile strutturare un progetto di reale tutela con la donna.

Che forniscano alla vittima tutte le informazioni ed i contatti del Centro Antiviolenza più vicino, affinché la stessa possa iniziare ad intraprendere un percorso di consapevolezza che le permetta di acquisire strumenti necessari per poter prendere decisioni autotutelanti.

Che gli stessi operatori non siano giudicanti. Quando una donna chiede aiuto non ci chiede di diventare giudici, di condannare qualcuno, ci sta chiedendo di aiutarla a salvare la sua vita e quella dei suoi figli.

 

Margherita Carlini