DA DOVE VENGONO GLI UOMINI CHE UCCIDONO LE DONNE?

E’ un 8 Marzo difficile, quello di questo 2018…

E’ troppo vicina la tragedia di Cisterna di Latina. E’ ancora troppo forte l’eco di quegli spari.

L’ennesimo uomo, le ennesime vittime. Questa volta due piccole donne. Più l’ennesima madre, sopravvissuta certo, ma distrutta. Per sempre.

L’ennesimo scenario di denunce inascoltate. La lunga immancabile sequenza di eventi che avrebbero dovuto spingere qualcuno a fermare quell’uomo.

E invece, come accade spesso, nessuno l’ha fatto. Nessuno ha saputo e voluto fermarlo. Perché?

In tutte queste storie a mancare non è solo lo Stato, un sistema di leggi e controllori incapace di fermare questi assassini, aggressori, mutilatori. Perché questi mostri non vengono dal nulla. Non si svegliano una mattina ‘accecati da un raptus’ come spesso si scrive. Il malessere interiore, le patologie, la cultura familiare, l’idea di possesso e controllo della donna, lo smisurato ego… tutto quello che compone questi uomini, tutto quello che fa di loro dei mostri, viene da lontano, dalla loro storia personale, dalla loro famiglia e solo in rarissimi casi esplode improvviso senza aver dato segnali prima.

C’E’ SEMPRE UN PERCORSO DIETRO QUESTI DRAMMI.CI SONO SEMPRE SEGNALI EVIDENTI DI CIO’ CHE SONO QUESTI UOMINI.

Segnali che troppe volte non sono colti. Non sono colti da chi sta attorno a questi uomini, da chi li ha cresciuti, da chi e’ cresciuto con loro, da chi li frequenta e ne è amico. E non è solo l’ignoranza a non permettere di leggerli. Quello che accade è che loro siano lo specchio del contesto da cui  provengono, culturale e familiare.

 

SPESSO CHI DOVREBBE ACCORGERSI CHE QUALCOSA NON VA. E’ IN REALTÀ COMPLICE GIUSTIFICATORE DI QUEL LATO OSCURO, QUANDO NON VERO E PROPRIO FORMATORE DI QUEL BUIO NERO.

L’amore e l’affetto impediscono spesso di vedere. Non si vuole vedere prima, e non si vuole vedere nemmeno dopo le tragedie.

 

Ho citato spesso negli ultimi anni la madre di Alexander Boetcher, pronta ad andare in tv a sostenere che suo figlio era altro da quello che appariva nelle inchieste. Che non era il mostro che marchiava con le sue iniziali le fidanzate e gettava acido sul volto dei suoi veri o presunti antagonisti.

Oggi ho ancora nelle orecchie le parole del fratello di Capasso, del Carabiniere ossessionato dalla gelosia, incapace di accettare l’autodeterminazione della consorte, che ha sparato alle sue bambine e alla moglie. Certo, il fratello piange la perdita delle nipoti, condanna quel gesto folle come un ‘momento di black out’, ma quando parla della gelosia del fratello la giustifica, la considera normale, come dice che a chiunque può capitare di tirare una sberla, come dice che è normale mettere sotto controllo il telefono della moglie, perché – appunto – è la moglie. E quindi sulla moglie esistono diritti di controllo, di violenza giustificata.

ECCO DA DOVE ESCONO I MOSTRI CHE UCCIDONO LE DONNE.

Escono da famiglie, gruppi amicali, gruppi di colleghi di lavoro che non vogliono vedere. Che giustificano. Che negano l’evidenza.

 

Ne ho incontrate tante di situazioni come questa durante la mia vita professionale. Dietro quasi tutti i femminicidi. Dietro quasi tutte le storie violente di stalker e di vittime.

E la storia che meglio conosco da questo punto di vista, è quella di Manuel Piredda.

La conosco perché l’ho studiata per scrivere la lunga inchiesta che ho pubblicato un anno fa proprio per permettere a tutti di farsi un’idea di chi era quel ragazzo, di chi era allora ed è oggi Valentina Pitzalis. ( Per chi non l’avesse letta, inizia qui: VALENTINA PITZALIS: ADESSO BASTA!  )

Chi ha letto la mia inchiesta sa che io ho sempre espresso un sentimento di Pietas nei confronti di Manuel. Perché come ha sempre scritto con grande umanità la sua vittima, Valentina Pitzalis, lui ‘non era un mostro,  aveva i mostri nel cervello’.

 

Com’è noto a chi conosce il caso, nell’aprile del 2011 Manuel Piredda attirò Valentina Pitzalis in un agguato gettandole addosso della benzina e dandole fuoco, morendo poi anche lui nell’incendio che ne seguì. Queste sono le conclusioni delle indagini svolte all’epoca, contenute nella sentenza/dispositivo di archiviazione per morte del reo. L’unico atto giudiziario che ancora oggi ha valore. Davanti alla giustizia Valentina Pitzalis oggi è la vittima, Manuel Piredda è il suo aggressore.

Certo, a seguito di una denuncia della famiglia Piredda, oggi la Procura di Cagliari ha aperto un’indagine per verificare la consistenza delle accuse mosse contro Valentina Pitzalis, quelle cioè di essere stata lei ad uccidere il marito.

L’indagine è in corso e si sta muovendo con serietà per approfondire tutte le questioni. Alla fine vedremo quali saranno le conclusioni.

Oggi non voglio scrivere di questo però, perché mi sono impegnato a non scrivere dell’inchiesta fino a quando non sarà finita o fino a quando non saranno emersi elementi tali da decretarne le conclusioni.  Sono personalmente convinto che si arriverà a una nuova archiviazione che confermi le conclusioni della precedente indagine, ma è una mia opinione .

Senza toccare quindi i fatti di Bacu Abis, e l’inchiesta in corso, vorrei però tornare sulla figura di Manuel, un ragazzo che come ho detto più volte, nessuno è riuscito a salvare. Un ragazzo che aveva seri problemi. Psicologici, come ha decretato una perizia psichiatrica. E di dipendenza e abuso di psicofarmaci, come testimoniano sentenze e testimonianze agli atti.

Una ragazzo che andava aiutato, a prescindere dalle verità contrapposte sui fatti di Bacu Abis, quella di un Tribunale da una parte e quella della Famiglia dall’altra.  A prescindere insomma dal fatto che nello specifico caso della notte in cui morì, lui sia stato aggressore o vittima.

 

Manuel Piredda era un ragazzo che andava aiutato a superare i suoi problemi interiori, i suoi mostri nel cervello, quelli che lo hanno portato a scappare nella droga, negli psicofarmaci e a costruire almeno due  relazioni persecutorie certificate dalla legge. Quella con Valentina Pitzalis e una precedente, di molti anni prima, con una sua ex fidanzata minorenne, che chiameremo la signorina X.

Di questo caso, la prima manifestazione dei disagi di Manuel, ho già parlato anche nella mia inchiesta del marzo scorso, in questo articolo: I PRECEDENTI DI MANUEL PIREDDA: IL RAGAZZO CHE NESSUNO E’ RIUSCITO A SALVARE.

 

In quell’articolo ho spiegato chiaramente cosa è stato imputato a Manuel Piredda e perché sia stato condannato in primo grado a pena superiore a quella che aveva chiesto la stessa Procura, e come questa pena sia poi stata sospesa.

Non ero sceso nei particolari, all’epoca, perché quello che mi interessava era semplicemente dimostrare che fin da giovanissimo – aveva 20 anni – Manuel aveva dimostrato la tendenza di volersi vendicare di una fidanzata colpevole di averlo lasciato, e che per farlo non si era fatto scrupoli di rovinarle pesantemente la reputazione , di minacciare e coinvolgere anche l’intera famiglia della giovane minorenne. Tre mesi di calvario terminati solo quando i carabinieri intervennero con un blitz e bloccarono le azioni di Manuel e di un suo complice.

Dopo la pubblicazione del mio articolo però, sono giunti gli strali da parte della madre e di un gran numero dei seguaci del gruppo Verità e Giustizia, pronti a difendere Manuel e a sminuire l’entità dell’accaduto.

QUEL PROCESSO DI NEGAZIONE CUI HO FATTO RIFERIMENTO ALL’INIZIO DI QUESTO ARTICOLO.

Non solo la negazione da parte della madre, che come sempre, come in tutte le sentenze che hanno accompagnato Manuel negli anni, ha dipinto suo figlio come vittima dell’ennesimo errore giudiziario. Definendolo del tutto estraneo ai fatti che andavano invece ricondotti al suo complice.

Ma sulla linea si sono mosse tutte le persone che la circondano, finanche, lo vedremo, i professionisti di cui si è avvalsa nella sua battaglia legale.

 

Ecco, vorrei rispondere ora alla domanda che titola questo articolo: da dove vengono gli uomini che uccidono le donne?

Vengono da luoghi dove non si vuole vedere che sono persone con dei problemi, vengono da luoghi dove non li si aiuta. Anzi, al contrario, li si protegge, negando ogni evidenza.

Per questo ho deciso di raccontare in modo più articolato questa storia, di raccontarvela tutta.

Per mostrarvi attraverso atti, parole, testimonianze, come alcune cose fossero già evidenti allora. Come fosse già chiaro che Manuel Piredda aveva bisogno di essere seguito ed aiutato. Di come una ragazza, che pure ha sofferto molto, sia stata fortunata alla fine, per aver sofferto solo – e solo si fa per dire, visto quello che ha subito –  quel tipo di persecuzione. Pure dolorosa e scioccante. Devastante da un punto di vista psicologico.

Vi racconterò cose accadde allora. E vi mostrerò anche come ancora oggi, tutto venga sminuito, negato,  e al massimo ridotto a ‘una ragazzata’, a una semplice diffamazione. Quando di tutto si trattava, ma certo non di una ragazzata, di una semplice diffamazione..

Credo che si tratti della testimonianza evidente di come i segnali, i campanelli di allarme, esistano sempre. E di come dietro ogni morte, ogni omicidio, ogni deturpazione, ci sia sempre qualcuno che ha deciso di non vedere, di non fermare, di non aiutare.

 

E la storia comincerà proprio da questo, dal giudizio , anzi, dall’assoluzione che viene fornita oggi, dopo tutti questi anni, nonostante tutto e nonostante quello che poi è accaduto, in questo articolo:  LA ‘RAGAZZATA’ DI MANUEL PIREDDA, STORIA DI UNA PERSECUZIONE