IL CASO BUONINCONTI IL 17 MAGGIO ARRIVA IN CASSAZIONE

IL CASO BUONINCONTI, TRA I TANTI TRATTATI QUI SU NERA E DINTORNI E’ SENZA DUBBIO IL PIÙ IMPOPOLARE.

Eppure su questo blog, che definisco senza difficoltà molto attento a temi come il femminicidio e la violenza di genere più in generale, combatto una battaglia ‘civile’ affinché a quest’uomo, accusato di aver brutalmente assassinato la moglie Elena Ceste, venga garantito il diritto a un giusto processo.

Lo ribadisco ancora una volta e in testa a questo ennesimo post sull’argomento: io non considero Michele Buoninconti un uomo certamente innocente, ma lo considero un uomo che ha subito ben due condanne, entrambe al massimo della pena, considerato colpevole di un omicidio senza che questo omicidio si stato provato e la sua colpevolezza sia stata dimostrata  al di là di ogni ragionevole dubbio.

Al contrario ritengo che la Giustizia si sia comportata nei suoi confronti in modo errato, per non usare termini peggiori.

L’andamento dell’iter processuale contro Michele Buoninconti dovrebbe preoccupare ciascuno di noi, al pari di altre sentenza che indignano l’opinione pubblica. Perché Buoninconti a mio modo di vedere è stato condannato in assenza di prove certe, sulla base di un incerto teorema indiziario, e con una serie di forzature e interpretazioni arbitrarie tali da rendere il suo processo un precedente pericoloso per qualsiasi cittadino dovesse domani trovarsi nelle sue condizioni.

Questo, lo ripeto, non vuol dire sostenerne a priori la sua innocenza. Se si è trattato di omicidio, nel caso della morte di Elena Ceste, il principale indiziato e’ il marito.  Ma la verità è che l’esistenza dell’omicidio come atto e causa di morte non e’ stata provata. E altrettanto vale per la responsabilità diretta dell’uomo.

Il teorema accusatorio è talmente fragile da essere stato in buona parte già smantellato nella sentenza d’appello, dove comunque si e’ ostinatamente voluto confermare il giudizio di colpevolezza continuando a negare il diritto di ottenere un giudizio terzo, attraverso dei periti delle Corte, per valutare tutte le criticità portate alla luce. Un diritto negato inspiegabilmente, non certo per questioni di rito abbreviato (dato che la Cassazione si è già espressa in passato sulla necessità che la ricerca della verità sia preminente sulle rigidità dei riti, onde evitare annullamenti ), ma io credo per la consapevolezza che un’eventuale perizia che confermasse anche un parte del teorema difensivo, rischierebbe di far crollare l’intera struttura accusatoria che si basa appunto, su teoremi, deduzioni ed elementi tecnici contestati.

Qui non si tratta di trucchetti e scappatoie legali: si tratta di comprendere come un processo già di per se stesso indiziario, e quindi privo di prove concrete e dirette che dimostrino la colpevolezza di un imputato, debba quantomeno basarsi sulla certezza degli elementi indiziari stessi.

PERCHÉ IN CASO CONTRARIO VALE TUTTO. IN CASO CONTRARIO E’ SUFFICIENTE CHE UNA PROCURA IPOTIZZI UN TEOREMA, SENZA NEMMENO DOVERLO DIMOSTRARE IN MODO SOLIDO.

Ed è per questo che e’ inspiegabile, non tanto la scelta di condannare Buoninconti, ma quella di negargli la possibilità di ottenere una verifica da parte di periti nominati da un giudice, super partes, a fronte di una scenario indiziario e fragile.

Un rifiuto di voler approfondire che ha raggiunto il suo apice nella sentenza d’appello, dove tutti i dubbi sollevati dalla difesa sono stati messi a tacere da un Presidente della Corte che ha portato il concetto di Peritus Peritorum alla sue più estreme conseguenze, arrivando di fatto a criticare il lavoro di quasi tutti i consulenti intervenuti nel caso  ( non solo quelli della difesa, ma anche quelli della Procura le cui conclusioni entravano in conflitto con il teorema accusatorio ). Arrivando lui stesso ad ergersi come corretto interprete di profili psicologici o scienze tecniche come la lettura dei dati relativi alle celle telefoniche…

Ed e’ infatti su questo, soprattutto che si basa il ricorso in Cassazione presentato dai legali di Buoninconti, Scolari e  Marazitta. Scolari in particolare attraverso un’integrazione che e’ stata depositata lo scorso venerdì ha cercato di dimostrare alla Suprema Corte come il giudizio nei confronti di Buoninconti sia stato minato proprio da queste gravi mancanze.

 

Per meglio comprendere la portata delle osservazioni dei legali di Buoninconti, permettemi di fare una breve riassunto del contesto in cui sono avvenuti i fatti, quali che siano stati:

Quella tra Michele Buoninconti ed Elena Ceste, sia ben chiaro a tutti, è stata una storia d’amore. Intensa e condivisa. Nonostante l’operato di quanti – e ci sarebbe molto da dire in proposito – hanno cercato di costruire un’immagine di questo nucleo familiare come una prigione in cui Elena viveva in una condizione di sofferenza e privazioni, non vi è alcun elemento di prova reale che certifichi questo tipo di relazione.

I primi e smentire questa visione dei rapporti tra Elena e Michele, sono stati per mesi, i familiari stessa di Elena Ceste, che hanno difeso il marito della figlia anche dopo il ritrovamento della donna ( e’ il cognato a chiamare Michele consigliandogli di nominare dei consulenti per tutelarsi ), fino a quando investigatori e Procura non si sono presentati da loro affermando di avere le prove che era stato Michele a ucciderla.

Non vi è una sola testimonianza di infelicità di Elena legata alla sua relazione con Michele ( con il quale peraltro costruisce una famiglia numerosa che aveva intenzione di ampliare ulteriormente ) . Elena lo difende persino quando parla di lui con i suoi amanti.

Anche il modello di vita parsimonioso (e suggestivo) che condividevano, non era un modello imposto alla donna, ma appunto condiviso. E’ lo stesso padre di Elena a confermarlo in interrogatorio, definendo la figlia molto attenta alle spese e allo spreco di denaro. Parliamo del resto di una famiglia monoreddito ( lavorava solo Michele e l’unica altra entrata era legata alla vendita di uova e animali ) , dove quindi si risparmiava per l’acqua con cui si annaffiava il giardino, non si andava dal parrucchiere e si tagliavano i capelli in casa, si disdiceva l’assicurazione di una delle due auto l’estate quando – tanto Michele quanto Elena – per gli spostamenti usavano la bicicletta, etc etc.

Un modello parco, e attento alle spese accettato da entrambi.

Quando queste ristrettezze sono state diffuse spacciandole per l’avarizia di Buoninconti imposta alla  moglie, e’ stato fatto un falso. Uno dei tanti di questo genere. Perché, è bene ripeterlo all’infinito, mai con nessuno, in nessuna sede, nemmeno nelle più segrete, è mai emerso che Elena si sia dimostrata ‘costretta’ a questa vita. Mai una lamentela. Mai una parola in merito.

Così come mere leggende manipolate sono le privazioni, in termini di libertà individuale, di cui Elena Ceste sarebbe stata vittima. Basterebbero le sue numerose relazioni extraconiugali, e la facilità con cui poteva gestirle, per dimostrare che Elena era libera di fare ciò che voleva senza essere sottoposta ad alcun controllo ossessivo da parte del marito.  Andava e veniva da casa in piena libertà, quando lui era presente, quando lui era al lavoro e per lunghi periodi anche quando lui era dai parenti in meridione in visita. E infatti era in grado di organizzare incontri clandestini, fuori e  dentro casa senza essere mai scoperta dal marito ( un controllore in questo caso davvero incapace ), così come era di fatto libera di intrattenere conversazioni di ogni genere con amici e amanti con il computer di casa, e con il suo cellulare ( al punto che la famoso scoperta degli sms galeotti che sarebbero alla base del movente del delitto da parte di Buoninconti, sarebbe del tutto casuale, anche per la Procura, e certo non dovuta a un suo ossessivo controllo ).

E questo è certamente il punto centrale e focale di tutta questa drammatica vicenda: perché Elena e Michele sono stati felici, nel loro modello di vita, per anni.  La persona che in realtà è entrata in crisi è stata proprio Elena, e non per ‘colpa’ di Michele ( o quantomeno non solo, e non per suoi comportamenti restrittivi nei suoi confronti ), ma – come ha stabilito efficacemente la psicologa consulente della Procura fin nel primo grado di giudizio- perché due differenti anime, due Elena, che convivevano dentro di lei sono entrate in conflitto, provocando un corto circuito esistenziale nella donna.

E’ stato stabilito infatti che Elena fin dalla gioventù viveva una sorta di doppia personalità ( non e’ un giudizio clinico ): da una parte la ragazza/donna seria, composta, studiosa, buona madre di famiglia… dall’altra la ragazza/donna disinibita, libertina, che cercava nella propria sessualità la soddisfazione esistenziale ed emotiva che non trovava altrove. Questo non e’ stato ricostruito attraverso le parole di Michele Buoninconti, ma attraverso le testimonianze di ex fidanzati, conoscenti e amanti. e’ cioè un fatto innegabile. E ovviamente un fatto su cui io non esprimo il ben che minimo giudizio morale.

A un certo punto della sua vita Elena sceglie di costruire una famiglia con Michele, trovando proprio in quel modello rigido, religioso, tranquillo e ‘di vecchio stampo’ che rispecchiava anche una parte di lei stessa, il modo di controllare e in parte ‘sotterrare’ l’anima più ‘libera’ che faceva parte di lei.

Non si tratta di un’imposizione che lei subisce. Ma di una sua scelta. E anche di una scelta di Michele, che in buona parte conosce questo aspetto ‘segreto’ di Elena.

La crisi esplode quando l’approccio con i social network fa riemergere improvvisamente in Elena quella parte di se stessa che aveva tenuto sopita per anni. Sono i contatti clandestini on line, il corteggiamento dei suoi ex amici e compagni di scuola, a riaccendere quella fiamma. A innescare quel corto circuito e diventerà poi dirompente portando alla sua morte, accidentale o violenta che sia stata.

Ma il ritorno di quella fiamma porta diversi scompensi nella sfera emotiva di Elena – che pure non sembra voler mai mettere in discussione Buoninconti e la famiglia, e semplicemente coltivare un giardino segreto – perché se da una lato le procura eccitazione, soddisfazione, piacere ( non parlo di mera sessualità ) dall’altro le provoca anche dolore, sofferenza e le scatena paranoie che riversa sui suoi stessi amanti.

Il conflitto tra il suo modello di vita familiare e il suo mondo segreto diventa sempre più forte, soprattutto quando il secondo inizia a mettere a rischio il primo: quando cioè inizia a temere di essere stata scoperta, di essere sulla bocca di tutti. Per ragioni reali o per paranoia.

Guarda caso questa fase coincide anche con l’entrata in scena del suo amante locale, ovvero di quello che passa alla storia del caso come ‘l’uomo della golf’. E’ lui, per una serie di differenti e complessi motivi, a scatenare l’ultima forte crisi di Elena, e forse tra Elena e Michele. Suoi sono i messaggi che secondo la Procura scatenano il progetto omicida del marito.

Questo e’ il percorso che porta alla tragedia. Che secondo due sentenze spinge Michele Buoninconti una fredda mattina di gennaio a uccidere Elena dopo averne scoperto i tradimenti per occultarne poi il corpo nel Rio Mersa. Questo è il percorso che conduce Elena a una progressiva crisi che eplode poi in una vera e propria crisi psicotica, al termine della quale la donna si denuda esce di casa e cade poi nel Rio Mersa ma in un punto differente a dove è stata ritrovata, provocandosi anche delle fratture,  morendo poi per ipotermia, e venendo trasportata dalle acque del rio in piena solo in un secoindo momento nel punto del ritrovamento, secondo la teoria della difesa.

Questo è un punto centrale e fondamentale nell’analisi della morte di Elena Ceste. Noi possiamo anche trovarci di fronte a un omicidio volontario dettato dalla gelosia dopo la scoperta di relazioni adulterine ( il più classico dei moventi nei delitti tra coniugi ), ma di certo non ci sono tracce di un delitto maturato invece in un contesto di sottomissione di Elena, di vessazioni nei suoi confronti e controlli ossessivi. Ne’ di gelosie conclamate e patologiche del marito.

Ma come può essere che il marito abbia fatto questa scoperta e abbia ucciso la moglie perché alcuni indizi potrebbero andare in questo senso, altrettanto possibile è invece che Elena sia entrata in una crisi profonda che l’abbia disconnessa dalla realtà fino a condurla a una crisi psicotica, perché anche in questo senso ci sono solidi indizi.

La verità è che questo e’ una caso con due secche e differenti possibilità alternative, entrambe possibili per il contesto in cui sono maturati gli eventi. 

 

Come è noto due differenti corti, in primo e secondo grado, hanno ritenuto che sia stato Michele Buoninconti a uccidere Elena Ceste.

Sulla base di cosa è stata scelta questa ipotesi, anziché quella della morte accidentale?

Su un’ipotesi accusatoria che si è basata esclusivamente su un insieme di elementi indiziari – mancando in mando assoluto una prova certa degli eventi – giudicati solidi, coerenti e concordanti.

Ma le cose stanno davvero cosi’? Secondo i legali di Buoninconti no, e io – l’ho sempre dichiarato apertamente – mi trovo perfettamente concorde con loro.

Buoninconti è stato condannato sulla base di una serie di elementi e indizi che nei vari gradi di processo si sono dimostrati in realtà sempre più deboli ( in alcuni casi addirittura inconsistenti ) e che hanno potuto resistere solo per l’ostinata scelta dei giudici di non volerli mai sottoporre a una ulteriore verifiche che superasse il contraddittorio ( quando e’ stato concesso ) tra le parti. Questo nonostante la difesa abbia chiesto più volte l’avvio di una perizia terza sui tre punti principali della vicenda: la determinazione delle cause di morte, la determinazione dello stato emotivo e psicologico della vittima ( Elena Ceste ), e la verifica della lettura dei movimenti di Michele Buoninconti la mattina della scomparsa e morte di Elena Ceste attraverso le sue telefonate e i relativi agganci alle celle telefoniche.

Tutte le perizie sono sempre state negate.

Cosi’ come di fatto sono stati negati buona parte dei contraddittori in aula: negato quello tra i tecnici sulle celle telefoniche ( con la sola audizione del consulente della Procura Dezzani ) , negato quello tra i medici anatomopatologi delle parti ( il confronto e’ avvenuto tra tre medici specialisti e la criminologa della difesa con esclusione della anatomopatologa incaricata ) .

L’unico confronto in aula concesso tra pari, e’ stato quello tra i tecnici che avevano esaminato le tracce di fango sui vestiti di Elena Ceste che dovevano dimostrare l’imbrattamento con sangue del Rio, e guarda caso, da quel confronto e’ uscita vincente la difesa, al punto che la supposta prova e’ uscita completamente dal processo in secondo grado in quanto frutto di una esame sperimentale e inaffidabile da un punto di vista scientifico .

Quello che ho sempre faticato a capire è perché si sia sempre negato l’approfondimento dei punti centrali di questa inchiesta anche quando le indagini difensive hanno minato profondamente le presunte ‘certezze’ dell’accusa.  Sarebbe stato sufficiente fare tre perizie per arrivare al una definizione più chiara dei fatti, e invece non si è voluto farlo.

Nella sentenza del processo di Appello addirittura il Giudice è arrivato a smentire duramente qualsiasi conclusione minasse il teorema accusatoria anche quando proveniva dal lavoro di consulenti della Procura ( con la psicologa accusata di aver scambiato normali momenti di instabilità emotiva e preoccupazioni di una moglie fedifraga con crisi psicotiche ), per non parlare delle dure critiche  al lavoro del consulente della difesa Varetto sulle cause di morte, o sulle critiche tecniche mosse all’ingegner Reale, colpevole di aver apparentemente smantellato la ricostruzione di Dezzani.

Raramente in questi anni mi è capitato di leggere una sentenza così , dove un Giudice si eleva a interprete assoluto di materie tecniche tanto lontane tra loro criticando tanto aspramente il lavoro di specialisti di ogni parte in causa.

E su molto di questo si basa il ricorso in Cassazione della difesa. Sulle verifiche negate, sui confronti negati, sulle prove per deduzione non verificate.

Come vi racconto nell’ articolo: BUONINCONTI IN CASSAZIONE: LE CELLE TELEFONICHE E LA CREDIBILITÀ DELLE CONCLUSIONI DELLA PROCURA