FAUSTO FILIPPONE: MARINA E LUDOVICA, ALLA RICERCA DEI PERCHÉ DELLA LORO MORTE

Ecco una riflessione della Criminologa Margherita Carlini dopo la morte di Marina e Ludovica, la moglie e la figlia di Fausto Filippone, alla ricerca dei perché di una strage familiare che potrebbe nascondere ancora una volta la violenza di un femminicidio.

 

 

 

 

 

 

 

MARINA E LUDOVICA

 

Ludovica aveva 10 anni ed è stata uccisa da suo padre che l’ha gettata da un ponte sull’A14, dal quale, dopo alcune ore si è lanciato anche lui.

Era andato a prenderla a casa dei nonni dopo aver lasciato sua moglie Marina (mamma di Ludovica, “caduta” dal balcone di casa) in fin di vita al pronto soccorso, dichiarando false generalità.

Chi lo conosceva sostiene che Filippone fosse un uomo normale: aveva buone relazioni sul piano sociale, era molto stimato sul lavoro, nessun problema psichiatrico.

Quindi appare inspiegabile come un uomo del genere possa essere arrivato a tanto.

Una difficoltà a comprendere che in fondo cela la nostra paura di affrontare la realtà, di realizzare cioè che tragedie come queste possano succedere a tutti, anche all’interno di quei nuclei familiari considerati “normali”.

 

Allora abbiamo bisogno di catalogare, di etichettare, di definire diverso, di allontanarlo da noi.

I  dati empirici ci dicono invece che l’uomo che maltratta o uccide non ha le sembianze di un mostro, non è un pazzo (le patologie psichiatriche si riscontrano solo nel 10%dei casi), non vive ai margini della società e non è un criminale.

 

Filippone evidentemente viveva uno stato depressivo che andava avanti da tempo, ma il suo gesto è stato lucido e premeditato, ha razionalmente scelto di uccidere sua moglie e sua figlia prima di farla finita.

Questa tragedia deve quindi farci riflettere anche sulla stretta correlazione che esiste tra l’ideazione o l’intenzione suicida ed il rischio di fare del male agli altri, soprattutto in contesti di intimità o familiari.

Anche all’interno di quelle dinamiche di relazione che fino al momento dell’atto estremo non avevano evidenziato vissuti di violenza fisica.

Molto, troppo spesso i segnali che questi soggetti lanciano o più o meno palesemente comunicano vengono ignorati, non colti o sottovalutati.

Il Dottor Di Giannantonio, lo psichiatra che ha provato a negoziare con l’uomo mentre era aggrappato alla rete del ponte ci dice che Filippone non ha accettato nessun tipo di contatto, “[…] nella sua mente tutto era definitivamente finito“, un malessere il suo che andava avanti da molto tempo “[…] la sua vita era iniziata a cambiare in termini per lui inaccettabili, quindici mesi prima

Quando si parla di violenza maschile nei confronti delle donne si tende quasi sempre ad ignorare il dato, come se la minaccia del suicidio sia sempre e solo strumentale o riguardi esclusivamente il maltrattante.

I numerosissimi casi di femminicidi seguiti da suicidio ci stanno ad indicare che in realtà non è così.

La volontà suicidiaria dell’uomo rappresenta sempre un significativo fattore di rischio per la sua partner o ex partner ed anche per i figli o le figlie.

 

Sembra che il suicidio che segue un omicidio sia prerogativa quasi esclusiva degli omicidi (prevalentemente femmminicidi) commessi a danno di qualcuno con cui si ha avuto un legame affettivo.

Gli scenari possibili possono essere essenzialmente due, si distinguono i cosiddetti “omicidi estesi” dai “suicidi estesi”.

Nel primo caso il suicidio sarebbe una parte secondaria al femminicidio, quindi non programmato. Dopo aver ucciso, l’autore si rende conto di quello che ha fatto e non regge al peso delle conseguenze della sua condotta, quindi decide di togliersi la vita.

Nel secondo caso il femminicidio e purtroppo molto spesso anche l’uccisione dei figli/e, sarebbe parte integrante delle tendenze suicide del reo, che organizza con premeditazione entrambe o tutte, le azioni di morte.

 

Si pensi al tragico caso (solo il più recente a livello temporale) di Cisterna di Latina, dove, come in una sorta di drammatico doppione, l’uomo ha tentato di uccidere la ex moglie per poi uccidere entrambe le figlie ed infine, dopo ore di trattativa, di farla finita.

Sono questi casi in cui, quasi sempre, l’omicidio/suicidio è agito da un uomo nei confronti di una donna con la quale ha o ha avuto una relazione.

Differenti sono quei casi di infanticidio/suicidio, nei quali si possono rivedere le motivazioni e le caratteristiche del suicidio esteso ma che maturano invece esclusivamente nella relazione madre-figlio/a.

In questi casi la vittima o le vittime vengono uccise per una sorta di pietatis causa , per non lasciarli soli, per non farli soffrire. In una sorta di “piano” che sempre comprende anche il suicidio.

È frequente in questi casi, trovare bigliettini o messaggi nei quali spesso la responsabilità del gesto viene attribuita alla vittima.

 

 

 

 

 

Margherita Carlini

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