VERONICA PANARELLO: L’IMPOSSIBILE VIAGGIO NEL SUO ULTIMO URLO

Ieri Veronica Panarello è stata condannata in appello a 30 anni di carcere, una pena che fin da ora appare definitiva, nonostante manchi un grado di giudizio, perché considero difficile ( se non impossibile ) che il sia pur appassionato difensore della donna, Francesco Villardita, possa riuscire ad ottenere granché davanti alla Suprema Corte.

La vicenda della morte del piccolo Lorys, con ogni probabilità, si è chiusa – giuridicamente – ieri.

E si è chiusa tra le urla di Veronica Panarello. Insulti rivolti prima al collega Simone Toscano (colpevole di essere sempre stato convinto delle responsabilità della donna, di aver prima difeso a spada tratta Andrea Stival e alla fine di aver scritto un libro insieme al padre di Lorys, Davide Stival ) ma soprattutto minacce rabbiose nei confronti del suocero. Vere e proprie minacce di morte.

“PREGA DIO CHE TI TROVO MORTO, PERCHÉ TI AMMAZZO CON LE MIE MANI QUANDO ESCO “

Le sue parole, più o meno sono state queste. Uno sfogo rabbioso nei confronti del suocero, dell’uomo da lei indicato come il suo amante e come il vero assassino del figlio. Un uomo, è bene precisarlo subito, uscito innocente da questo processo e dalle indagini aperte su di lui.

Ho sempre considerato Veronica Panarello colpevole in ogni caso, comunque fossero andate le cose quella tragica mattina. Sia che fosse stata lei a uccidere il figlio, sia che avesse assistito alla sua morte, al suo omicidio. Ho sempre pensato che non ci fosse innocenza nella posizione di Veronica.

Oggi la Giustizia ci dice, per la seconda volta, che l’assassina è lei.

Eppure in questa vicenda ci sono tanti aspetti mai definitivamente chiariti, alcuni emersi durante le indagini, alcuni emersi durante il processo, altri forse noti a pochi. Questo mi sento di dirlo con certezza, essendo stato personalmente protagonista e testimone di alcuni passaggi di quanto accaduto dopo la morte di Lorys.

E non tutto mi è chiaro, non necessariamente nei fatti che portarono alla morte del bambino, ma certamente in alcuni snodi della vicenda avvenuti dopo quell’omicidio.

Per questo, davvero, forse mai come in questo caso, mi piacerebbe essere capace di compiere un viaggio.

UN VIAGGIO STRAORDINARIO NELLA MENTE DI VERONICA PANARELLO.

Partendo magari proprio da quell’urlo, quello di ieri, quello contro Andrea Stival. Per comprendere fino in fondo le ragioni profonde di quella rabbia che forse altro non è che la frustrazione di una donna di fronte alla prospettiva di pagare per le proprie colpe, forse.  Forse, sosterranno i complottisti, l’ennesima dimostrazione che c’e’ del vero in quelle accuse. Eppure Veronica fino a pochi istanti prima sembra distante, quasi disinteressata alla lettura della sentenza,  fino allo sfogo furioso improvviso. Uno sfogo teatrale, come altri che abbiamo già visti in passato, come altri raccontati dalla sua famiglia relativi alla sua gioventù.

Per questo mi piacerebbe poter conoscere i pensieri di Veronica, quelli di ieri e quelli di altri episodi, a partire ovviamente dal momento della morte di Lorys. Mi ha sempre turbato e colpito molto la dinamica di quell’omicidio, l’uso di uno strumento come le fascette stringicavo, che mi sono sempre apparse lontane da uno strumento di morte legato alla rabbia. Uno strumento complesso da utilizzare, e lento nell’ottenere la morte. Uno strumento che non consente alcuno sfogo fisico della propria rabbia, e che al contrario mette l’assassino in una posizione di attesa e osservazione.

E’ stato un lungo e proficuo colloquio con la collega Bruna Bianchi , esperta di  patologie psichiatriche e in particolare di madre assassine, ad offrirmi invece una chiave di lettura in grado di fare artificialmente quel viaggio nella mente di Veronica altrimenti impossibile. Partendo proprio dall’esplosione rabbiosa di ieri, da quell’improvviso gesto teatrale, che altro non è che un gesto di autoconservazione: la necessità di accusare qualcuno per assolversi, per cancellare la propria consapevole colpa.  Perché a questo punto della vicenda non è più possibile pensare, non solo all’innocenza di Veronica, ma nemmeno a una sua inconsapevolezza di quanto accaduto, è ovvio.

E’ chiaro ormai che il suo è stato un confuso continuo tentativo di depistare le indagini, di evitare l’inevitabile, ovvero la scoperta delle proprie responsabilità. E la conseguente punizione. E  questo è un punto fondamentale: se io cerco di sviare , di incolpare altri, significa che sono consapevole appunto della colpa, di quanto accaduto. Di quanto commesso.

E allora il percorso dello scarico di responsabilità diventa forse interessante per comprendere meglio. Non solo la bugia prima, quella dell’assoluzione totale, ovvero l’aver accompagnato il  figlio a scuola, ma anche quelle successive e in particolare la prima istintiva, nei confronti della madre da cui lei stessa porta i Carabinieri alla ricerca del figlio, ma soprattutto l’ultima: quella contro il suocero Andrea Stival.  Due bersagli offerti agli inquisitori. Due soggetti nei confronti dei quali Veronica evidentemente sentiva la necessità di vendicarsi.

“E’ distruttiva come è sempre stata” , ha commentato ieri Andrea Stival, esprimendo cosi’ una profonda conoscenza della donna.

Della madre sappiamo molto per quanto emerso nelle indagini. La rabbia nei suoi confronti di Veronica è manifesta e palese fin dall’adolescenza. La rabbia nei confronti di Andrea invece è più recente, attuale, forte.  Perché e come lui l’abbia suscitata è ovviamente difficile da dimostrare, nemmeno una lunga indagine della magistratura ha permesso di stabilire con certezza l’esistenza di una relazione sessuale e adulterina di Veronica con l’uomo ( come da lei sostenuto e da lui sempre negata con forza ). E forse a questo punto è assolutamente irrilevante scoprire con certezza se sia esistita o meno, una volta stabilito che l’uomo non è coinvolto nel delitto come sancito da due sentenze, al massimo l’esistenza di quella relazione può aiutare a comprendere l’origine della rabbia di Veronica sfogata contro il piccolo Lorys, o l’origine della sua volontà di vendicarsi coinvolgendolo nel delitto, e infine le sue minacce di ieri.

Certo, agli occhi di Veronica Andrea Stival è colpevole di qualche cosa, deve pagare per qualche cosa. E’ più colpevole lui di quanto non sia  – agli occhi della donna – Davide, il marito assente e lontano, che pure l’ha ‘tradita’ in varie forme dopo il delitto, dalla collaborazione ( ormai evidente ) con gli investigatori  alla nuova relazione con un’altra donna, dall’essersi costituito parte civile fino alla realizzazione di un libro insieme a Simone Toscano. Tante ragioni avrebbero potuto attirare il desiderio di vendetta di Veronica nei suoi confronti ( non parlo di ragioni fondate ) , e invece nonostante alcune tensioni o sfoghi rabbiosi di lei, Davide non ha mai avuto un ruolo – in questo senso – ai suoi occhi.

E se l’omicidio del piccolo Lorys nasce da uno sfogo rabbioso di una donna istrionica, immatura e border line, è anche  possibile pensare che sia stato proprio l’uomo contro il quale ha ordito la sua vendetta accusandolo di correità – Andrea – , a originare  la rabbia che si è poi riversata sul bambino. Come e perché – ripeto – da un punto di vista giudiziario, sembra ormai irrilevante. Ma Lorys potrebbe essere morto per mano di quella bambina, una sorella maggiore più che una madre ( come emerge nella prima sentenza ) , che come fanno i bimbi a un certo punto ha sfogato la propria rabbia in modo cieco, colpendo non tanto chi l’aveva suscitata ma chi con un capriccio l’ha catalizzata. Non contro l’adulto contro il quale nulla può una bambina, ma quel soggetto fragile e indifeso che era suo figlio.

Veronica non può accettare di aver ucciso Lorys, ne va di se stessa e della propria sopravvivenza. Come accade spesso in casi come questo.  La necessità di trovare un colpevole alternativo è fonte di sopravvivenza. Forse il solo il tempo potrà aiutarla ad accettare quanto commesso. Il tempo e un lungo percorso di aiuto.

Forse avremmo potuto sapere e capire di più di questo delitto se alcuni passaggi nelle indagini si fossero svolti meglio e con più attenzione, soprattutto nelle prime ore dopo la scoperta del corpicino del bimbo.

Di certo avrebbe creato meno confusione una maggiore sincerità di alcuni protagonisti . Non mi riferisco solo alla ‘umana dimenticanza’ relativa al Vanity, alla presenza 3 ore dopo il delitto di Andrea Stival e della sua compagna in quel negozio quel giorno. Mi riferisco anche a diversi episodi accaduti sotto traccia e ancora oggi difficilmente spiegabili, episodi che hanno in qualche modo intorbidito le acque , senza che però le indagini ufficiali abbiano poi portato alla luce concrete piste alternative, o disegni diversi, o depistaggi concreti.

Queste azioni restano però come uno strano e inspiegabile rumore di fondo, un disturbo che non trova alcuna spiegazione apparente. Forse anche in questo caso il tempo consentirà, a chi le conosce, di comprendere. Forse. Diversamente resteranno per sempre delle immagini fuori fuoco.