PADRI CHE UCCIDONO I FIGLI

C’e’ una lista, una drammatica lista che si sta allungando sempre di più.

L’elenco di infanti, bambini, ragazzi vittime innocenti della furia dei padri.

Non più solo testimoni abusati psicologicamente dalle violenze domestiche tra padre e madre, non più solo testimoni della violenza subita da un genitore, non più solo costretti a subirla  loro stessi e comunque a vivere nel terrore di improvvise esplosioni di rabbia … ma sempre più spesso scelti come bersaglio, vittime dirette di quella violenza. Sempre più spesso uccisi.

Il sanguinoso fenomeno del femminicidio sempre di più si allarga alla violenza sui figli, come se la violenza di questi uomini incapaci di accettare la fine di una relazione debba rivolgersi ora anche alla prole, per colpire ancora di più la donna che si vuole punire, per annullare ancora di più quella dimensione familiare che si e’ sgretolata ed è inconcepibile che continui ad esistere. Non è solo l’annullamento della donna, è un azzeramento che diventa totale.

E i figli diventano sempre più vittime di tutto questo. Vittime ancora più indifese delle donne, già troppo spesso lasciate sole.

L’episodio di Taranto di ieri , con un ragazzo di 14 anni ferito in un primo momento e la sorellina di 6 anni gettata poi dal terzo piano, nei modi e nei tempi è l’ennesimo esempio di tutto ciò.

 

Su questo e sul fenomeno generale, ha scritto una riflessione per Nera e dintorni la psicologa, psicoterapeuta  e criminologa Margherita Carlini

 

 

 

 

 

 

 

 

PADRI CHE UCCIDONO

 

Taranto, 7 Ottobre 2018, una bambina di 6 anni viene gettata dal terzo piano di un palazzo da suo padre. Suo fratello di 13 anni viene colpito con una coltellata al collo.

Ludovica a 10 anni è stata gettata da un cavalcavia dell’autostrada dal suo papà.

Alessia e Martina, 13 e 7 anni, sono state colpite a morte dal loro padre, con la pistola che questo usava per lavoro. L’uomo ha poi minacciato di uccidersi.

Isabella e Mariano, 19 e 27 anni sono stati uccisi a colpi di fucile dal loro papà, che poi si ucciso.

Michele, 1 anno, è stato ucciso con “numerose coltellate alla schiena” mentre era in braccio alla sua mamma. Ad ucciderlo, suo padre.

Davide e Andrea, 11 e 7 anni sono stati bruciati dal loro padre, per procurare sofferenze alla loro mamma.

Arianna è stata sgozzata da suo padre a 7 anni. L’uomo non accettava che sua moglie lo avesse lasciato.

Claudio, 16 mesi, è stato gettato nel Tevere da suo padre.

Giulia è stata uccisa a coltellate  insieme a sua madre quando aveva 9 anni. L’uomo che l’ha uccisa era suo padre.

Federico è stato ucciso a 8 anni da suo padre con 20 coltellate, durante un incontro protetto.

Ilaria e Danny, 17 e 14 anni sono stati sgozzati dal loro papà, per vendetta nei confronti della loro mamma.

Elena e Thomas, 9 e 2 anni, sono stati sgozzati dal loro padre.

Giulia, 5 anni e Gabriele, 20 mesi, sono stati sgozzati insieme alla loro mamma perché il loro papà si sentiva “oppresso dal matrimonio”.

Ludovica, Alessia, Martina, Michele, Isabella, Mariano, Davide, Andrea, Arianna, Claudio, Giulia, Federico, Ilaria, Danny, Elena, Thomas, Giulia e Gabriele sono soltanto alcune delle più o meno piccole vittime che vengono uccise dalla mano di chi, forse più di ogni altro, avrebbe dovuto proteggerle.

Figli e figlie ammazzati perché considerati “di proprietà”.

Nella maggior parte dei casi in prossimità di una separazione, anche solo velatamente palesata, tra i genitori.

E’ impossibile quindi, non correlare questi omicidi con le stesse motivazioni e dinamiche che portano gli uomini ad uccidere le proprie partner o ex partner: il possesso.

Poco c’entra infatti, la follia, il raptus, il consumo di sostanze (che possono essere considerate come mere aggravanti) o la lite.

Nella maggior parte dei casi, quando un padre arriva ad uccidere i propri figli e le proprie figlie, lo fa per rivendicare il potere rispetto ad una situazione che è sfuggita al suo controllo (la separazione, la sospensione della potestà genitoriale, gli incontri protetti), per un sentimento di vendetta nei confronti della partner, che si sta sganciando dalla sua morsa.

La paura che questo si verifichi è uno tra i primi concreti ostacoli che le donne vittime di violenza incontrano quando pensano di lasciare o di denunciare i loro maltrattanti. Sono terrorizzate che quell’uomo possa vendicarsi nel modo più atroce ed insostenibile: uccidendo ciò che di più caro hanno al mondo.

Questi uomini sono mariti e padri, incapaci di qualsiasi empatia, incapaci di pensare all’altro come una persona, con i propri diritti e quindi la possibilità di fare scelte autonome.

Un figlio altro non è che un oggetto, rispetto al quale solo loro hanno potere decisionale.

Ecco allora che il pensiero assoluto “O mia o di nessuno” viene esteso anche ai figli, che non possono avere speranza di vita lontano da quel padre o dalle sue regole.

Omicidi, nella maggior parte dei casi, tutt’altro che d’impeto, ma anzi, attentamente organizzati e premeditati, ai quali a volte segue il suicidio o il tentato suicidio dell’omicida. O la sua fuga.

Quello che è successo a Taranto, altro non è che l’ennesimo caso in cui non siamo stati in grado di tutelare in maniera adeguata una madre ed i suoi figli.

Perché ancora troppo frequentemente succede che le donne paghino con la vita il loro tentativo di riscatto dalla violenza.

Questo vale purtroppo anche per i bambini e le bambine.

Quanto accaduto ci porta tragicamente a riflettere ancora su ciò che è previsto dal disegno di legge Pillon che tende a generalizzare le modalità con le quali due genitori debbano separarsi, negando quindi la violenza, perché non nominata.

Pensare ad un obbligo di mediazione in qualsiasi separazione significa non solo violare uno spazio estremamente intimo (quello tra due persone) ma nei casi di violenza significa negarla e quindi  porre la donne ed i loro figli in continue situazioni di estremo rischio.

L’approvazione di questo decreto produrrebbe il moltiplicarsi degli ostacoli che le vittime di violenza incontrano nel loro percorso di uscita dalla relazione maltrattante, significherebbe costringerle (per ragioni economiche, di tutela, di opportunità)  a rimanere con il partner violento perché private di ogni altra alternativa.

Significherebbe tornare ad una visione assolutamente adultocentrica che privilegia i diritti degli adulti, negando quelli dei minori. Garantendo ad esempio, in base al principio del diritto alla bi-genitorialità, anche ad un padre maltrattante, il suo diritto di vedere e gestire un bambino, senza considerare il punto di vista ed il vissuto emotivo del minore.

Significherebbe rafforzare il pensiero per cui un marito maltrattante è sempre e comunque un buon padre.

Significherebbe dimenticarsi di tutti questi figli e figlie uccisi di loro papà e di quelli che per il coraggio delle loro mamme, sono ancora fortunatamente in vita.

 

Margherita Carlini