YARA GAMBIRASIO: ORA CHIEDIAMO L’OBLIO. SE NON ORA, QUANDO?

ORA CHIEDIAMO L’OBLIO. LA PAROLA FINE.

E’ stata questa la richiesta della famiglia Gambirasio, della famiglia di Yara.

Una richiesta fatta solo dopo la sentenza della Cassazione, la conferma definitiva dell’ergastolo per Massimo Giuseppe Bossetti, l’uomo giudicato responsabile della morte della loro bimba di 13 anni. L’uomo che l’ha approcciata, fatta salire su un furgone, aggredita sessualmente, colpita, seviziata e poi abbandonata in stato di semi-incoscienza in un campo. L’uomo che ha provocato la sua morte.

Una richiesta resa pubblica tramite l’avvocato Enrico Pelillo, senza volerla rendere ancora più pesante facendola inoltrare direttamente da una famiglia travolta da una tragedia, sofferente da 8 anni.

Una richiesta espressa con estrema dignità, con uno stile, quello del rispetto sempre e comunque per il corso della giustizia, che ha caratterizzato la famiglia Gambirasio per tutte le indagini e tutto il processo. I loro interventi si contano sulla punta delle dita, all’inizio di questa storia. Poi il silenzio e la fiducia nel lavoro della magistratura, degli investigatori.

Un silenzio che ha resistito a una campagna per la difesa di Bossetti che ha alzato sempre di più i toni.

Un silenzio che non ha voluto influire, negare, osteggiare il diritto alla difesa di quell’uomo che per i Gambirasio era uno sconosciuto, non un nemico da punire. Un uomo emerso al termine di una lunga ricerca, tramite la prova del DNA. Ma pur sempre l’assassino di Yara.

Un DNA contestato, frutto di un errore – secondo la difesa – o di una mai provata possibile contaminazione. Ma un DNA frutto anche di una rigorosa ricerca scientifica, almeno questo e’ stata la valutazione dei giudici, in tre gradi di giudizio. Senza dimenticare che la possibilità statistica che un errore abbia condotto gli inquirenti a un uomo – tra i miliardi possibili – che guarda caso abitava in zona, che guarda caso era a Brembate quella sera, che guarda caso ricercava on line immagini hot di ragazzine tredicenni, è praticamente pari a zero.

Ma il punto principale non è – dallo scorso venerdì – quanto si condivida o meno il giudizio dei tribunali. Il punto principale è che dopo la valutazione della Corte di Cassazione quella sentenza è divenuta definitiva. Cosi’ prevede il nostro ordinamento. Fermo restando la possibilità di ricorsi alla Corte Europea per i diritti dell’uomo o eventuali future richieste di revisione della sentenza.

La Cassazione è per tutti noi l’ultimo grado di giudizio, espresso il quale occorrerebbe fermarsi, quantomeno con le campagne stampa.

Non sono contrario alle battaglie garantiste, ne ho fatte anche io su Nera e Dintorni, una su tutte quella per un processo equo per  Michele Buoninconti. Non sono contrario al fatto che si vaglino ipotesi alternative a quelle delle Procure durante le indagini e i processi, l’ho fatto anche io per  Veronica Panarello. Non sono contrario alla critica al lavoro di una Procura, quando si ritiene che sbagli, come ho scritto per il caso di Pamela Mastropietro.

Ma deve esserci per tutti, un momento in cui si abbassano i toni.

La Cassazione lo è per sua stessa funzione.

Non voglio dire che chi crede nell’errore, nella battaglia civile o più semplicemente è difensore per professione, debba smettere di cercare una strada diversa, una verità alternativa.

MA IL SILENZIO E IL RISPETTO NON IMPEDISCONO QUESTA BATTAGLIA.

Le vittime secondarie delle tragedie, dei crimini di cui ci occupiamo, le famiglie, sono sempre coinvolte, costrette ad affrontare per loro disgrazia, un lungo periodo di esposizione e di ‘rivisitazione’ del loro doloroso vissuto. A volte un periodo molto lungo. Talvolta ricevono sofferenze aggiuntive che non si riesce a risparmiare a chi era legato alla vittima.  Genitori, sorelle, nonni, mariti, mogli…

Senza dimenticare chi si ritrova sotto l’ombra di un sospetto da innocente, penso ad Andrea Stival od Orazio Fidone  per il caso Panarello, per fare un esempio, ma anche nel caso Yara, nomi di persone risultate poi estranee ai fatti ne sono usciti. Qualcuno è anche finito in carcere.

Gli avvocati fanno il loro lavoro, così come i giornalisti. E ognuno di noi può commettere errori, anche in buona fede. Ognuno di noi può, nella ricerca della verità o nella cronaca, compiere passi che feriscano chi è coinvolto, ma alla fine deve esserci un punto arrivati al quale ci si ferma. Anche solo momentaneamente in attesa che accada altro.

Senza tirare in ballo storiche battaglie per avere giustizia, dal recente caso Cucchi a più remoti casi di cronaca nera. Parliamo di casi eccezionali e con specificità non riscontrabili in molte altre indagini.  Non sempre una sentenza, o tre sentenze, nascondono errori, depistaggi, complicità, complotti.

Trovo poi personalmente inspiegabile che Bossetti susciti questo sentimento di persecuzione e giustizia negata. Perché il caso Bossetti , le polemiche per un test negato, suscitino questa violenta – si, violenta – reazione quando in questo Paese,  accettiamo l’esito di processi indiziari che di garantista hanno ben poco, indipendentemente dal giudizio di merito di ciascuno di noi sui singoli casi… penso a Parolisi condannato senza che si sia dimostrata scientificamente la sua presenza sulla scena del crimine ( dove sarebbe peraltro tornato anche dopo il delitto ), a Logli condannato per ora in due gradi di giudizio sulla base di un ragionamento prevalentemente deduttivo, o a Buoninconti, che come sa chi segue il blog, secondo me e’ stato condannato in via definitiva negandogli due semplici perizie per verificare se davvero  fosse un assassino.

In tutti questi casi ( non casualmente tutti casi di uomini visti a torto o a ragione come traditori, oppressori e assassini ) l’opinione pubblica è stata disposta ad accettare alcune ,  chiamiamole forzature. Non su Bossetti,  che pure è un uomo giudicato responsabile dell’aggressione sessuale a una tredicenne.

Un giorno qualcuno studierà quali fenomeni si nascondono dietro la partigianeria, i gruppi settari e oltranzisti che si creano in questo periodo – dove il web e’ la nostra piazza di vita – attorno ai casi di cronaca.  Bossetti e’ stato catalizzatore di schieramenti che hanno  superato spesso limiti che non andavano valicati, e non da parte di professionisti in teoria attrezzati per la valutazione degli elementi in oggetto, ma da parte di persone prive di strumenti che hanno scritto e pubblicato documenti riservati, dati sensibili, nomi di eventuali sospetti alternativi, senza un minimo di freno e senso della responsabilità.  E lo dice una persona, lo ripeto, che ha fatto anche dure battaglie garantiste o a protezione di vittime accertate. E che certamente può aver provocato sofferenze nei protagonisti delle vicende trattate.

Ma come dicevo a inizio articolo, ci deve essere un punto in cui ci si ferma, in cui si permette alla vita e alle persone coinvolte di poter andare avanti, cercando di alleviare il più possibile il peso di una dolore subito senza che qualcuno continui a infierire.

LA CASSAZIONE E’ IL PUNTO DI NON RITORNO CHE NON BISOGNEREBBE SUPERARE.

Gli unici autorizzati a farlo, per tutela del proprio assistito, sono i legali, che hanno strade specifiche da percorrere. Strade che si possono e si devono intraprendere in silenzio.

Non sara’ un’intervista, una lettera, un post a pesare sul giudizio di organi internazionali. Lì valgono atti e prove.