DESIREE, LE INDAGINI: IL RACCONTO DEI SUOI ULTIMI GIORNI E COSA DEVE ANCORA ESSERE CHIARITO

DESIREE E IL RACCONTO DEI SUOI ULTIMI GIORNI.

E’ attorno alle testimonianze di quanti sono entrati e usciti dallo stabile di via dei Lucani tra il 18 e il 19 ottobre scorsi che ruotano le indagini sulla morte della giovane. Uno scenario, quello raccontato, da molti punti di vista agghiacciante. Non solo per la violenza e l’omicidio  che si sono consumati in quelle ore, ma per lo spaccato che emerge complessivamente.

Per quella vita spezzata, ma anche per le vicende di tutti gli altri protagonisti di quella notte, per ciò che hanno fatto e ciò che non hanno fatto, restituendo a chi indaga o chi legge le loro testimonianze la visione di una realtà legata al mondo dello spaccio e del consumo di eroina, crack, cocaina, psicofarmaci, che sembra uscire direttamente dalle pagine drammatiche di Christiane F., i ragazzi dello Zoo di Berlino, una delle più crude cronache della miseria umana che ha circondato e trascinato via i giovanissimi consumatori di eroina a cavallo degli anni ’70 e ’80.

Chi come me ha vissuto quegli anni, chi ha avuto amici, familiari risucchiati in quell’inferno sa bene di cosa sto parlando. Quando anche in Italia stabili, giardini, appartamenti, diventavano  rifugi, centri di spaccio e consumo, dove si bruciavano vite.  Quando si camminava per le strade incrociando giovani e meno giovani in condizioni disperate, stravolti da crisi d’astinenza o abbattuti da dosi appena consumate.

Uomini e donne ridotti a una dipendenza autodistruttiva, talmente forte, da spingerli a gesti feroci e disperati, autolesionistici moralmente e fisicamente. Fino a considerare la propria vita e quella altrui, anche delle persone più care, prive di qualsiasi valore. In una totale anaffettività prodotta dal consumo e dalla necessità di consumare.

Anni e situazioni terribili, che con una certa superficialità abbiamo pensato di esserci lasciati alle spalle, e che invece rischiano seriamente di tornare a far parte della nostra vita quotidiana.

Complice prima di tutto il crollo del costo dell’eroina nello spaccio da strada. Nella sua forma pura o nei suoi derivati. E la maggiore facilità sociale di consumo quando può essere fumata anziché iniettata.

Lo dicono i dati della Direzione centrale antidroga della Polizia nella sua Relazione annuale, che fa riferimento al 2017.

Il gran ritorno dell’eroina (+ 30 per cento) e purtroppo anche delle morti per overdose cresciute del 9,7 per cento invertendo un trend decennale che sembrava ormai consolidato. Eroina mescolata con altre sostanze di derivazione sintetica, mimetiche degli effetti dell’oppio, come il fentanil e i suoi analoghi di struttura.

Questi i dati numerici: su 294 decessi per overdose, 148 sono dovuti all’eroina. I sequestri di sostanza sono aumentati del 27,9%. Dati, quelli della lotta al narcotraffico, che pur testimoniando il trend, sono lo specchio minore del consumo generale, in quanto riferiti solo alle quantità intercettate dall’attività di contrasto.

Recenti studi del CNR e del Parlamento indicano in 700.000 le persone che in Italia hanno fatto uso almeno una volta nella loro vita di eroina, e che almeno 220.00 persone lo hanno fatto nel 2017.

Per avere un’idea più precisa del fenomeno vi invito e leggere questo interessante articolo pubblicato da Valigia Blu :

–> IL RITORNO DELL’EROINA E LA DIFFUSIONE TRA I PIÙ’ GIOVANI

Se c’e’ quindi un allarme sociale che deve essere sollecitato dalla tragedia di Desiree, è proprio questo – a prescindere dai fatti di quella notte che sono comunque intersecati a questo quadro di fondo –  e cioè il ritorno nelle nostre strade della diffusione di eroina tra i giovanissimi. Il ritorno di vite bruciate nella rete dell’eroina. In questo senso si, Desiree come Pamela.

Mentre vorrei, in questa analisi dei fatti, così come ricostruiti ad oggi dalle indagini, allontanare l’ormai ossessionata speculazione che si sovrappone ogni volta a questi casi di cronaca, inquinando la possibilità di leggere gli avvenimenti per quello che sono: e cioè la lettura etnica dei fatti. Dicitura più elegante di quella diffusa invece sui social: è tutta colpa degli africani ( a smentire la tesi,  pochi giorni dopo la morte di Desiree, è giunta la notizia di uno spacciatore italiano di 46 anni arrestato nel milanese per aver abusato di una sua cliente minorenne ).

Giusto per inquadrare anche questo fenomeno in termini reali, mi rifaccio ai dati della Polizia di Stato, che ancora oggi conferma nella sua relazione come a gestire il mercato del narcotraffico siano ancora saldamente le nostre organizzazioni criminali, una su tutte la ‘Ndrangheta, anche se a Roma resta forte una gestione diretta della Camorra.

Gli stranieri coinvolti in traffico e spaccio sono il 40%  ( 14 mila, di cui 10 mila in stato di arresto, meno di 500 per reati associativi ).

Per chi avesse difficoltà a interpretare il dato, si tratta prevalentemente di un impiego come bassa manovalanza nello spaccio o nel trasporto di droga. Solo 500 stranieri ( si badi bene, non africani e basta, ma stranieri ) sono risultati in qualche modo implicati i forme associative ( organizzazioni strutturate ) legate allo spaccio e al narcotraffico.

La presenza degli stranieri resta quindi marginale, ancora di più quella degli africani ( sia pur in crescita ).  Le leggende metropolitane che vogliono la mafia nigeriana capace di scalzare le nostre organizzazioni, lasciamole appunto nell’ambito delle ipotesi fantastiche.

Questo non vuol dire ovviamente che non sia presente sul nostro territorio ( in primis nello sfruttamento della  prostituzione ), o che non abbia tentato di strutturarsi come alternativa alle organizzazioni nostrane, così come hanno fatto anche Marocchini e Albanesi. Ma sono soprattutto questi ultimi a mettere in atto le attività più aggressive secondo la Polizia di Stato.

 

Torniamo quindi alla povera Desiree, e alla realtà.

Alle realtà di quel luogo al di fuori dalla legge, lo stabile di via Lucani, dove è stata uccisa e violentata. Da pusher, questa volta si, di origine africana. Spacciatori e a loro volta consumatori.

Partiamo necessariamente dalla fine, ovvero dalle principali accuse che sono state mosse ai presunti responsabili della morte di una ragazzina, ricordiamocelo, di 16 anni.

La prima accusa è quella di stupro e la seconda è quella di omicidio. Cerchiamo però di allontanare l’immagine che è derivata dalle tante informazioni, interpretazioni e manipolazioni circolate in questi giorni, perché la dinamica dei fatti è a ancora tutta da chiarire fino in fondo,  da comprendere, e da provare compiutamente.

Così come accade in ogni indagine, cosi’ come era accaduto per Pamela ( al netto delle fantasiose ricostruzioni di rituali vudù e cuori mangiati ) , esistono delle ipotesi, delle prove e degli indizi, ma la versione finale dei fatti e’ ancora tutta da scrivere. Potranno risultare più gravi, come semplicemente diversi da quelli che oggi di ipotizzano.

Anche in questo caso l’immagine di un gruppo di pusher che concordemente tra loro drogano con un mix di sostanze Desiree, per avventarsi poi tutti assieme su di lei, non corrisponde a quanto raccontato dai testimoni. E anche l’ipotesi di un accordo per drogarla, è un’ipotesi investigativa, apparentemente non suffragata, nella prima fase delle indagini, da prove certe. Anche se resta un’ipotesi concreta.

Una situazione che potrebbe ovviamente mutare, soprattutto se uno dei 4 uomini accusati deciderà di collaborare con le autorità, raccontando come si sia giunti alla violenza e confermando un ‘piano’ programmato tra i partecipanti.

Specifico tutto questo, ma non vorrei essere male interpretato. Io sono fermamente convinto della colpevolezza di quanti hanno partecipato alle violenze contro Desiree. E condivido, ad oggi, le accuse mosse dalla Procura in termini generali. E mi auguro ovviamente che tutti siano puniti per le loro colpe, e severamente.

Torniamo quindi ad analizzare le accuse.

L’accusa di stupro ( e di gruppo ) si riferisce al fatto che più adulti hanno consumato rapporti sessuali, uno dopo l’altro,  con una minorenne, e che questa fosse ridotta in una condizione di minorata difesa e inferiorità psichica,  per una crisi di astinenza prima, e per aver assunto stupefacenti poi ( vedremo meglio dopo questo passaggio ).  Come scrive la Procura:

In tema di violenza sessuale di gruppo, rientrano tra le condizioni di inferiorità fisica e psichica,  anche quelle conseguenti alla volontaria assunzione di alcolici o di stupefacenti, in quanto anche in tali casi la situazione è di menomazione della vittima a prescindere da chi l’abbia provocata, può essere strumentalizzata per il soddisfacimento degli impulsi sessuali dell’agente.

L’accusa di omicidio volontario ( con dolo ) è invece la diretta conseguenza della scelta di dare una ragazzina di 16 anni un serie di stupefacenti ( con la finalità di abusare di lei secondo gli inquirenti ) essendo perfettamente consapevoli del fatto che fossero potenzialmente letali, e infine di aver lasciato la loro vittima in precarie condizioni senza attivarsi per soccorrerla e impedendo ad altri di fare altrettanto. Come ricorda sempre la Procura:

Si configura il delitto di omicidio volontario – e non preterintenzionale – qualora la condotta dell’agente , alla stregua delle regole della comune esperienza, dimostri la consapevole accettazione da parte del medesimo anche solo dell’eventualità che dal suo comportamento potesse derivare la morte…  Risponde del reato di omicidio a titolo di dolo eventuale – una volta accertato che l’evento mortale, riconducibile alla condotta volontariamente posta in essere, fosse prevedibile – l’agente che abbia accettato il rischio del suo avverarsi pur di portare a termine l’azione criminosa.

 

Dunque, quello che e’ accaduto secondo la Procura rientra in questi due reati ( più  altri correlati ), sviluppati secondo questo schema, come ricavato dalle diverse testimonianze raccolte. Prima di raccontarvi quanto deducibile da quelle voci, è necessaria un’ultima premessa: a raccontare i fatti sono soggetti, uomini e donne, che  frequentavano via dei Lucani per compravi e talvolta consumarvi droga. Dico questo perché le loro narrazioni sono discontinue a causa proprio di queste attività. Persone che entrano a una talora, comprano, escono e tornano ore dopo. Altre che entrano, comprano, consumano, si addormentano e poi si riprendono ore dopo.

NON ESISTEREBBE QUINDI UNA TESTIMONIANZA UNICA E ININTERROTTA IN GRADO DI RIPORTARE GLI AVVENIMENTI DALL’INIZIO ALLA FINE.

La caratteristica delle fonti poi, il loro status di relazione con gli stupefacenti e gli spacciatori, rende alcuni passaggi potenzialmente condizionati dai rapporti soggettivi. Per ragioni di amicizia talvolta, di compravendita talaltra, i ruoli che vengono attribuiti ai vari soggetti presumibilmente coinvolti, posso risentire di una visione ‘ parziale’ e funzionale.

Partiamo quindi da ciò che raccontano questi testimoni, a partire da ciò che dicono di lei, Desiree. Una serie di elementi utili per comprendere il contesto in cui è poi maturata la tragedia e che ve lo anticipo, è in parte smentito dalla famiglia.

Il primo elemento che viene evidenziato è che Desiree frequentava lo stabile di via dei Lucani da tempo. Qualcuno racconta di averla vista la prima volta già un mese prima di quel tragico 18 ottobre, più voci raccontano invece di averla vista con certezza nei giorni/settimane precedenti e che lei aveva dormito in quello stabile. Il secondo punto che si ritrova in tutti i racconti è che la ragazza facesse uso di stupefacenti.  Si parla di consumo di eroina, fumata o come dice qualcuno assunta con iniezione.  Avrebbe fatto uso anche di altre droghe, come psicofarmaci e forse metadone. E sarebbe stata una consumatrice assidua, che utilizzava sostanze diverse più volte al giorno. Più voci raccontano anche di aver saputo, direttamente da lei o per conoscenza indiretta, che la ragazzina aveva iniziato ad essere in intimità con alcuni spacciatori,  in cambio di droga. Tutti i testimoni dei fatti però, in un modo o nell’altro, sostengono di essere rimasti colpiti dalla giovanissima eta’ di quella ragazzina vista e conosciuta in via dei Lucani. Tutti riferiscono di averla messa in guardia dal non frequentare quel posto. Di averla avvertita che si trattava di una situazione pericolosa, in particolar modo per il fatto che gli spacciatori presenti, essendo anche utilizzatori di sostanze, si erano dimostrati in più occasioni instabili , violenti e cattivi. Una ragazza nello specifico di averla avvertita che quel luogo non era sicuro per una donna non africana.

E’ IMPORTANTE DIRE FIN DA SUBITO CHE TUTTI E QUATTRO QUESTI PRIMI PUNTI SONO STATI SMENTITI DALLA FAMIGLIA DI DESIREE.

So bene per esperienza ( basti il caso di Pamela Mastropietro come fulgido esempio ) che sovente le famiglie negano anche fatti poi confermati dalle indagini. A volte lo fanno per salvaguardare  l’immagine della vittima, altre per interessi specifici ( veder condannati i presunti colpevoli aggravando la loro posizione ) , altre per interessi personali ( economici, politici ) , altri ancora per semplice ignoranza, intensa proprio come non approfondita conoscenza dei fatti, della situazione in cui è maturato un reato.

Cosi’ non sembra essere – almeno in parte –  per Desiree.

Di certo, le difficoltà della ragazza non sono sfuggite né alla madre, né al padre, che con percorsi diversi hanno cercato di intervenire.  Desiree non era una persona, questo emerge appunto dalla famiglia, finita in via dei Lucani perché nessuno si occupava di lei o perché  abbandonata a se stessa. Questo nonostante i due genitori avessero una storia relazionale difficile alle spalle.

Intanto non sarebbe vero che la giovane era stata affidata ai nonni e tolta a entrambi i genitori ( così sostiene il legale della madre ). Desiree era affidata alla madre e con lei viveva a Cisterna di latina. Così come non è vero che la donna avrebbe avuto la figlia in tenerissima età ( cosa peraltro comunque poco rilevante ) , ma si è trattato di una maternità arrivata attorno ai 20 anni. Il legale della signora ha anche smentito che siano vere le notizie che hanno raccontato di precedenti della madre legati al mondo della droga, ricordando che la donna e’ una funzionaria della Regione Lazio da molti anni. Anche la famiglia di provenienza, dove si contano sindacalisti, medici, restauratori e funzionari del Tribunale testimonia una solidità complessiva, che purtroppo però non può essere da sola la garanzia di una lontananza di Desiree dal mondo degli stupefacenti.

Di certo, questo è quanto emerge, Desiree – sia pur controllata – non aveva difficoltà a reperire somme di denaro nel contesto familiare. Non era quindi costretta a gesti estremi per procurarsi eventualmente della droga.  Anche perché in famiglia era certamente scattato un allarme, un maggior controllo, ma non ancora un ‘blocco’ delle erogazioni di denaro.

L’allarme, era scattato attorno alla metà di Agosto, in particolare quando la madre aveva intercettato dei messaggi da parte di un’amica di Desiree che la invitava a raggiungerla a Roma, un’amica che alla donna era sembrata essere legata al mondo dei consumatori. Anche se le preoccupazioni erano più legate al mondo delle droghe leggere. Preoccupazioni poi aggravatesi alla scoperta in casa di una stagnola, forse utilizzata per inalare o sciogliere della sostanza.

Da quel momento comunque la madre si era attivata per cercare di capire cosa stesse accadendo. Aprendo un dialogo con esperti, ma anche monitorando con maggiore attenzione la ragazza.  E anche per questo viene ritenuta improbabile l’ipotesi di una assidua frequentazione di Desiree dello stabile di via dei Lucani. Insomma, sfuggire al controllo una o due volte è una cosa, essere un’assidua frequentatrice è cosa ben diversa.

ANCHE SE, E’ ESPERIENZA COMUNE CREDO A MOLTI DI NOI, CHE INGANNARE LA FAMIGLIA E’ UNA CAPACITA’ DIFFUSA TRA GLI ADOLESCENTI.

E del resto Desiree era riuscita sfuggire al controllo con una doppia bugia ( ‘sono dalla nonna’ alla mamma, ‘sono da un’amica’ alla nonna ) nei giorni tra il 17 e il 18 ottobre.

Di certo nello stesso periodo ( questa estate ) ad allarmarsi – coinvolto anche dalla madre –  era stato anche il padre della giovane. Lui si – raccontano le cronache romane – con un passato turbolento legato proprio al mondo della droga. Un uomo lontano dalla madre per alcune denunce precedenti ai fatti.

E’ lui stesso a raccontare agli inquirenti di essersi reso conto di una sbandamento della figlia, e del fatto che Desiree avesse iniziato a frequentare ambienti legati allo spaccio a Cisterna di Latina. Ed è lui stesso, più volte, a intervenire direttamente per cercare di allontanarla, anche con la forza da quegli ambienti. Ed è stato proprio a seguito di una di questi episodi che la ragazza lo avrebbe denunciato, ottenendo il divieto a un suo avvicinamento.

Finito poi a domiciliari, raccontano sempre alcuni colleghi romani, l’uomo si sarebbe comunque attivato affinché la ragazza  trovasse sempre meno disponibilità tra gli spacciatori di Cisterna per potersi rifornire. E da qui forse anche la necessità della giovane di recarsi a Roma per poter comprare stupefacenti.

LA FAMIGLIA DUNQUE SI ERA MESSA IN ALLARME NON APPENA ‘INTERCETTATI’ I PRIMI SEGNALI DI DIFFICOLTÀ DI DESIREE.

Una condizione di allarme che aveva portato anche a un intensificarsi dei controlli su di lei, che portano oggi i suoi cari ad escludere ad esempio che la giovane si iniettasse eroina, o che comunque fosse arrivata a uno stadio di consumo così elevato da provarla nello spirito e soprattutto nel corpo. Anche  perché Desiree, per una serie di ragioni personali ( e assolutamente marginali rispetto alla vicenda ) anche nell’ultimo periodo era stata soggetta a una serie di esami e test clinici che avrebbero dovuto rivelare eventuali anomalie importanti.

Per le stesse ragioni, sarebbe  esclusa la possibilità che la ragazza fosse arrivata ad avere relazioni sessuali con gli spacciatori.  Un particolare quest’ultimo che potrebbe essere confermato anche dai risultati dell’autopsia. La stessa autopsia che avrebbe anche confermato l’assenza di fori da iniezione sul corpo della giovane.

E’ CHIARO QUINDI CHE CI SI TROVA DI FRONTE A DUE IMMAGINI TOTALMENTE DIFFERENTI DELLA GIOVANE DESIREE.

DA UNA PARTE LA FAMIGLIA, CHE PUR AMMETTENDO ALCUNE DIFFICOLTÀ, TENDE E RIDURRE DECISAMENTE LA PORTATA DEL PROBLEMA, O COMUNQUE A RELEGARLO A UNA FASE INIZIALE,  CHE AVREBBE PRESO IL VIA A META’ DELL’ESTATE.

DALL’ALTRO LE TESTIMONIANZE DEI FREQUENTATORI DELLO STABILE, CHE RACCONTANO INVECE DI UNA GIOVANE ‘BRUCIATA’ DALLA DROGA, GIÀ ALLA DERIVA E CHE NECESSITAVA  DI STUPEFACENTI PIÙ VOLTE AL GIORNO.

La verità, come accade spesso, sta probabilmente nel mezzo.  Ed è una verità che comunque non assolve nessuno.

Non importa, nei termini dei crimini commessi, quanto Desiree fosse precipitata nell’inferno dell’eroina. Se non per ricostruire la dinamica di quei crimini, la portata delle azioni di un numero di adulti non ancora definito con certezza, che hanno abusato di una ragazzina di 16 anni stordita dalla droga ( che loro stessi le avevano fornito ) , che non l’hanno soccorsa quando è stata male e hanno lasciato che morisse.

 

L’inferno di Desiree si consuma in poche ore.

Lei è nella struttura di via dei Lucani da almeno due giorni. Consuma droga, così almeno raccontano i testimoni. Giovedì 18 Ottobre qualcuno la vede già muoversi tra la piazza e lo stabile alle 7.30 della mattina. Secondo alcuni testimoni avrebbe già assunto dello stupefacente prima di mezzogiorno.

Si tratta di un particolare importante in realtà, perché secondo alcune indiscrezioni ( Repubblica, 3 Novembre ) i risultati dell’esame tossicologico avrebbero indicato la presenza nel corpo della ragazza di cannabinoidi, eroina, cocaina, alcol e psicofarmaci.  Se la notizia venisse confermata sarebbe in parte clamorosa, perché si tratterebbe di sostanze in parte differenti da quelle indicate dalla Procura , quel mix di sostanze che avrebbe provocato lo stordimento della giovane per precisa volontà dei suoi aguzzini.

Gli inquirenti avevano indicato un cocktail diverso partendo proprio dall’incrocio di varie testimonianze e di diversi elementi indiziari. Senza però riuscire a determinare con certezza la veridicità del racconto di un consumo di stupefacenti anche nella mattinata. Un consumo giustificatamente ritenuto improbabile,  perché su una cosa invece convergono più testimonianze tra chi ha visto Desiree in quel primo pomeriggio: la giovane era in evidente  ( o apparente, vedremo poi perché  ) crisi di astinenza. Questa appariva la sua condizione attorno alle 12.30.

Sono le 13.30 invece quando la ragazza, che nel frattempo avrebbe chiesto droga ad alcuni dei testimoni e a diversi pusher, pur non avendo denaro in tasca, si allontana con Yousseff, uno degli spacciatori che frequentava. Su questo punto le testimonianze sono concordi: la giovane si reca con lui dentro un container senza alcuna costrizione.  E con lui consuma un primo rapporto sessuale. Un testimone in particolare racconta di averla guardata per verificare se tutto stava andando per il verso giusto, e di aver ricevuto in cambio uno sguardo tranquillizzante.

Per la Procura in realtà questo è l’inizio di tutto. Impossibile pensare a un rapporto consensuale quando si tratta di una minore e di un adulto, quando quella minore è in crisi di astinenza e tu sei colui che ha la droga, ma soprattutto quando – prima del rapporto è l’ipotesi accusatoria – viene somministrata alla ragazza una dose massiccia di droga, probabilmente una bottiglietta di metadone che verrà poi ritrovata vuota e che più testimoni avevano visto nella disponibilità di Yousseff.

Sono le 14.30 quando lo spacciatore esce dal container, al suo interno resta Desiree e vicino a lei un secondo uomo, sempre un pusher, Paco.  Quando uno dei conoscenti della ragazza che aveva assistito alla scena entra per chiederle di venire via con lui, la ragazza è già sotto l’effetto delle sostanze prese ( forse il solo metadone, forse un mix ), e gli risponde che è stanca e vuole restare lì a dormire. Anche Paco  allontana l’intruso, per poter restare con lei. Anche lui avrà con Desiree un rapporto sessuale, come racconta il giorno successivo a un conoscente confermando di averle dato delle pasticche.

Qui si apre la fase più difficile da ricostruire, perché da quel container Desiree uscirà solo parecchie ore dopo, attorno alle 20.00. Quando a una delle ragazze che frequentano lo stabile viene chiesto di rivestire la ragazza.

A questo punto però è già accaduto tutto, senza testimonianze dirette di chi abbia partecipato e di come siano andate le cose.  Il coinvolgimento di Ibrahim e Sisko, gli altri due spacciatori avviene per deduzione o per racconti posteriori ai fatti,  testimonianze insomma indirette e riportate. Anche se uno di loro al momento dell’arresto ha fatto delle parziali ammissioni poi ritrattate. Cosi’ come resta in piedi l’ipotesi del coinvolgimento di altre persone, tra le quali uno spacciatore  italiano di nome Marco, che viene dedotta dai farmaci ritrovati vicino a Desiree e che erano in possesso dell’uomo nei giorni precedenti.

Quello che si può dedurre insomma e che della povera Desiree abbiano approfittato, quando era già in uno stato di ‘sballo’ e di incoscienza parziale o totale più uomini, e che durante questa fase alla ragazza siano state somministrate altre sostanze.

Per la Procura esiste la concreta possibilità che il mix sia stato preparato prima che lei si allontanasse con Youseff, a seguito di un accordo dei pusher. La conferma di queste versione potrà arrivare solo dalla confessione di uno degli indagati, o di una delle persone ancora ricercate. Ma le testimonianze non escludono, anzi potrebbero invece confermare, che alcuni di loro abbiano dato  questi farmaci alla ragazza in momenti diversi, creando comunque alla fine un sovraccarico di sostanze nel corpo della giovane.

Tenendo sempre presente le indiscrezioni sulle sostanze ritrovate dall’esame tossicologico, diverse dagli psicofarmaci e dal metadone cui fa riferimento la Procura. Che potrebbero confermare l’assunzione da parte di Desiree di stupefacenti diversi prima degli abusi.

Di certo quando alle 20.00 la ragazza entra nel container per rivestire Desiree la trova in uno stato di prostrazione e circondata da confezione di farmaci diversi tra loro. Principalmente psicofarmaci.

E’ a quel punto che Desiree viene portata fuori da quello spazio e adagiata nella sala piè grande. La giovane appare in uno stato di ‘ubriacatura’ come riportano i testimoni. E alcuni preoccupati avrebbero chiesto subito di chiamare un’ambulanza. E’ questo il momento in cui Yousseff, che si era allontanato e aveva fatto ritorno in via dei Lucani, dopo aver appoggiato Desiree a una parete e constatato che ancora respirava e bofonchiava qualcosa provando parlare, blocca la chiamata dei soccorsi.

La frase riportata in questi giorni ‘ meglio che muore lei che noi in galera ‘, in questa forma viene riportata solo per via indiretta. Mentre è confermato da più testimoni diretti che lui avrebbe detto di voler problemi dentro allo stabile, come polizia e ambulanza.

Stabiliranno le indagini come siano andate le cose, ma certo è più facile pensare che ci sia stata una sottovalutazione criminale e irresponsabile delle condizioni di Desiree, che da lì a  poche ore morirà per arresto cardiaco, piuttosto che la fredda volontà di lasciarla morire. Non lo dico per un discorso di umanità dei soggetti coinvolti, ma perché tutti erano certamente consapevoli che la morte della ragazza li avrebbe privati della loro piazza di spaccio privilegiata, e li avrebbe messi nei guai  seriamente con la legge , come dimostra il tentativo di fuga di tutti loro nelle ore successive al decesso di Desiree.

Le testimonianze che raccontano poi di alcuni di loro in lacrime per la morte della giovane nelle ore e nei giorni successivi, lasciano il tempo che trovano e non li sgravano di alcuna responsabilità, ma potrebbero anche rivelare l’esistenza di un errore di valutazione.

C’e’ una totale sottovalutazione delle condizioni critiche della ragazza, apparentemente nella convinzione che finito lo sballo si sarebbe ripresa , convinzione condivisa anche da almeno una dei testimoni, e occorre registrare che anche tra i coloro che raccontano di essersi maggiormente preoccupati, nessuno chiama attivamente soccorsi… La dura realtà è che in quegli istanti, per quanto oggi i testimoni si attribuiscano un ruolo attivo nel tentativo di soccorrere la ragazza, nessuno ha agito, nemmeno chi ha lasciato lo stabile allontanandosi dal controllo degli spacciatori. E’ quello spaccato del mondo legato all’eroina cui accennavo all’inizio dell’articolo. Un mondo anaffettivo e insensibile. 

Non lo dico in senso assolutorio, perché condivido le accuse della Procura, e cioè il fatto che non averla soccorsa equivale all’averla uccisa. E che gli spacciatori sono primi responsabili di quella morte.

C’è un ultimo particolare di cui occorre riportare, quando ormai all’alba del 19 ottobre i frequentatori dello stabile si rendono conto che Desiree è morta, negli ultimi tentativi di salvarla raccontati, tra massaggi cardiaci e altro, compare sulla scena, una siringa per insulina, che qualcuno collega alla stessa Desiree, come se lei soffrisse di diabete.

Fermo restando che quel tipo di siringhe, per l’ago fine che impiegano, sono uno strumento molto usato dai tossicodipendenti, ho chiesto notizie  in merito all’avvocato della famiglia che ha smentito in modo assoluto che la giovane soffrisse di questa patologia ( peraltro ormai curata/compensata con delle piccole pompe fisse , e non più con delle iniezioni tramite siringhe) . Cito l’episodio perché diversamente, se Desiree avesse sofferto di diabete le conseguenze dell’assunzione ad esempio di metadone  ma anche di altre droghe, avrebbero avuto effetti diversi e potenzialmente devastanti, e sarebbe comunque stato più difficile per chi ha valutato in quegli istanti le sue condizioni, determinarne con certezza la gravità.

Resta una notizia smentita, e che di certo non potrebbe sfuggire alle verifiche della Procura sulle condizioni fisiche generali della vittima di questa atroce storia.

Per concludere in qualche modo questo lungo resoconto di una vicenda davvero terribile, in questa prima fase delle indagini, appare certo che un gruppo di uomini adulti, spacciatori di professione, ha abusato di una ragazzina minorenne, somministrandole droghe e farmaci ( in un mix preparato per agevolare lo stupro secondo la Procura, o forse senza alcun coordinamento, in una sequenza di somministrazioni che si sono sommate l’una all’altra ), lasciandola poi in uno stato fisico provato senza prestarle soccorso e impedendo ad altri di farlo, provocando quindi la morte di Desiree.

Uno scenario, quello che emerge da questa indagine, che ci riporta – come ho detto più volte nell’articolo – indietro di anni, in un ambiente, quello dello spaccio e del consumo di eroina, dove il valore della vita viene azzerato.  E dove purtroppo, a 16 anni, si è persa Desiree.