INNOCENT OSEGHALE : DOVE ERAVAMO RIMASTI? LA VERITÀ’ DI PAMELA MASTROPIETRO.

Il prossimo 13 febbraio prenderà il via il processo a Innocent Oseghale per la morte di Pamela Matropietro. Il pusher nigeriano è accusato di omicidio volontario, vilipendio e occultamento di cadavere, e infine violenza sessuale.

Lui si proclama innocente, almeno per quanto concerne l’omicidio volontario e lo stupro.

Sarà in aula dunque che potremo conoscere la verità sui fatti accaduti il 30 gennaio di un anno fa a Macerata, nell’appartamento in via Spalato 124.  Una verità ancora da definire con chiarezza, e che ha faticato ad emergere anche per una certa confusione che ha caratterizzato la prima fase delle indagini, immediatamente dopo il delitto, quando una certa emotività e alcune strumentalizzazioni politiche hanno spinto lungo percorsi ‘travagliati’ tanto la Procura ( che insistentemente ha cercato di provare il coinvolgimento di altre due persone, coinvolgimento ormai – o quantomeno per ora – escluso ) quanto la famiglia di Pamela.

Quest’ultima in particolare nella prima fase dopo il delitto è comprensibilmente apparsa molto attenta a tutelare la ragazza , e molto indirizzata nella valutazione dei fatti  dalle ipotesi accusatorie degli inquirenti che delineavano scenari di più persone coinvolte nell’aggressione  e nello stupro.

La  diffusione a mezzo stampa e social network poi di particolari infondati ( il cuore di Pamela mangiato dagli assassini  ne è un fulgido esempio ) ha pesato sulla percezione pubblica dei fatti. Allontanandosi però dalla verità, qualunque essa sia.

Questa confusione  sembra essere stata superata oggi, e la famiglia di Pamela  sembra sia concentrata su come ottenere giustizia,  seguendo una strategia processuale più attenta ed efficace, forse la più giusta per arrivare a definire quella verità sui fatti che si cercherà di ottenere al processo.

Di certo in questo senso si muove la Consulenza Tecnica effettuata su incarico della Famiglia dalla dottoressa Roberta Bruzzone. Il lavoro della criminologa, che analizza e racconta Pamela Mastropietro attraverso il suo quadro clinico, psicologico, psichiatrico e comportamentale, aggiunge tasselli importanti alla narrazione dei fatti, integrandosi con il lavoro investigativo della Procura, ma offrendo anche elementi totalmente nuovi e autonomi che delineano una chiara strategia processuale, sintetizzata in questo passaggio del suo lavoro che indica come Pamela all’epoca dei fatti fosse in uno stato:

di totale assenza di capacità di autodeterminazione ( con conseguente vizio di consenso e minorata difesa ), (condizione che…. ) non poteva essere ignorata o ritenuta trascurabile dai soggetti che Pamela ha incontrato dopo il suo allontanamento dalla comunità, ivi compreso l’odierno imputato

Quella della Minorata Difesa, è  – a mio modo di vedere –  la strategia processuale più forte e corretta che la famiglia potesse intraprendere tenendo conto di un quadro probatorio forte, ma non certo, soprattutto in alcuni punti sostanziali:

  1. La violenza sessuale, che non trova riscontri scientifici nell’autopsia e che è fortemente negata da Innocent Oseghale, che insiste a parlare di rapporto consenziente tra lui e la ragazza. Un’ipotesi peraltro coerente con i trascorsi di Pamela, con le sue ultime 48 ore, e con la condizione tossicodipendente/pusher  che caratterizza il loro contatto. Senza dimenticare che Pamela si reca di propria volontà nella casa di Oseghale in via Spalato.
  2. L’eventuale intossicazione/overdose di Pamela. Oseghale racconta che la ragazza è stata male e secondo lui l’assunzione di droga sarebbe stata la causa del decesso. Ipotesi esclusa dai consulenti della Procura che ritengono troppo basso il dosaggio assunto per portare a un overdose.
  3. Le cause della morte. La Procura, sulla base dell’autopsia, ipotizza che si sia trattato di un omicidio volontario avvenuto per mezzo di un coltello con il quale Oseghale avrebbe ferito mortalmente Pamela, con almeno due colpi che avrebbero lesionato anche il fegato, secondo gli esami autoptici quando la ragazza era ancora in vita.  Ma la difesa di Oseghale potrebbe anche sollevare un dubbio importante, quello cioè che quelle ferite fossero parte di un inizio del depezzamento della ragazza, che Oseghale cioè possa aver iniziato a tagliare il corpo pensando che Pamela fosse morta, mentre ancora era in vita, anche se magari in condizioni gravi per l’assunzione di eroina.

Si tratta di argomenti importanti, tanto per l’accusa quanto per la difesa, ovviamente. Attorno ai quali in aula è facile poter immaginare un acceso confronto tra Consulenti Tecnici. Un confronto che determinerà il destino del processo e di Oseghale. Fermo restando che lui è certamente responsabile di aver infierito sul corpo della ragazza e di averne occultato il cadavere, e che anche nello scenario a lui più favorevole sarebbe comunque responsabile della sua morte avendole ceduto droga e avendo assistito al suo malore senza chiamare un medico.

La consulenza tecnica della Bruzzone però permette alla famiglia di Pamela di andare oltre ( in termini processuali ) a tutto questo contenzioso, che potrebbe anche riservare sorprese o interpretazioni a favore dell’imputato, cercando invece di mettere un punto fermo: le condizioni psicologiche, psichiatriche e cliniche di Pamela facevano di lei un soggetto incapace e impossibilitato ad autoderminarsi, tutelarsi e prendere decisioni autoconservative.

PAMELA INSOMMA SAREBBE STATA INCAPACE DI OPPORSI, E  MANIPOLABILE A PRESCINDERE DALLA DINAMICA DEI FATTI, MA PER LA SUA CONDIZIONE GENERALE E PER QUELLA SPECIFICA DI QUEI GIORNI.

Un passaggio importante – se riconosciuto – perché ridurrebbe notevolmente i margini di manovra della difesa dell’imputato, gravandolo di una responsabilità a prescindere dalla dinamica dei fatti, quantomeno per lo stupro.

Ma la relazione della Bruzzone è interessante in quanto finalmente ci offre un quadro completo della vita e delle difficoltà della vittima, Pamela Mastropietro , morta a 17 anni in quelle tragiche circostanze,e che alla spalle aveva un percorso difficile e doloroso. Una ragazzina che aveva iniziato a perdersi  giovanissima, entrando in una spirale autodistruttiva che dall’alcool l’aveva rapidamente portata alle droghe. Una spirale che inevitabilmente l’aveva portata anche a diversi ricoveri, in particolare nel suo ultimo anno di vita. In merito a queste crisi è bene sottolineare che per due volte aveva rischiato la propria incolumità a causa di overdose ( punto sul quale tornerò in seguito ).

La cosa importante però è che questo percorso clinico aveva permesso di inquadrare con certezza il quadro psicopatologico di Pamela.  Fino alla  diagnosi di Disturbo Borderline di personalità e Disturbo da Abuso di Sostanze.  Un combinato – quello tra  i due disturbi – che secondo la Dottoressa Bruzzone ha determinato alla fine la condizione di Minorata Difesa il giorno della sua morte ( ma anche quelli precedenti ). Entrambi i disturbi infatti, sia pur in modo diverso, minano la personalità di chi ne soffre e la sua capacità di relazione, rendendo il soggetto particolarmente suscettibile di manipolazione. Tenendo anche conto anche dei comportamenti di promiscuità sessuali legati a a queste psicopatologie.

In definitiva, secondo la consulenza :

Pamela non era in condizioni di prestare alcun consenso degno di tale definizione in nessuna delle aree pulsionali compromesse dal disturbo borderline, con particolare riferimento alla sessualità e all’abuso di sostanze. Possiamo assolutamente considerare come gravemente abolita, se non completamente scemata, la sua capacità volitiva sul punto.

Si aggiunga a questo che Pamela durante il periodo di ‘ricovero’ in comunità precedente alla sua morte è stata curata con forti dosaggi di farmaci psicotropi ( con forte effetto ottundente ) , che avrebbe continuato ad assumere anche dopo la sua fuga del 29 gennaio ( anche se non vi è certezza sui quantitativi per varie ragioni ).  In una fase – certificata dalle relazioni interne al centro che la ospitava – in cui si trovava in una condizione  di forte craving ( semplificando astinenza ), che comporta un fortissimo desiderio di assumere una sostanza, un desiderio che se non soddisfatto porta con se una serie di conseguenze psicofisiche che aggravano e si sommano ai disagi del Disturbo  di Personalità , offuscando la sua capacità di discernimento.   Le pulsioni autodistruttive legate ai disturbi di Pamela, la perdita di capacità di scegliere lucidamente e la tendenza patologica ad aderire passivamente a quanto le viene prospettato/offerto/richiesto,  rappresentano le condizioni in cui la ragazza il 30 gennaio avrebbe incontrato Innocent Oseghale.

PAMELA QUINDI NON SAREBBE STATA NELLE CONDIZIONI DI SCEGLIERE, OPPORSI O CONTRASTARE LA VOLONTÀ DI SOGGETTI CON CUI E’ VENUTA A CONTATTO.

Non solo Oseghale, ma anche gli altri due uomini incontrati durante la sua fuga. Entrambi infatti riportano di una condizione di offuscamento della ragazza, anche se questo non li ha frenati dal cercare intimità con lei né li ha spinti a portarla da qualcuno che si prendesse realmente cura della giovane.

UNA SERIE DI ELEMENTI QUINDI PORTANO IL CONSULENTE TECNICO DELLA FAMIGLIA MASTROPIETRO A CONCLUDERE CHE LA CONDIZIONE PSICOFISICA DI PAMELA ERA TALE DA PRIVARLA DI UNA LUCIDA CAPACITA’ DI SCELTA O CONSENSO, DI MINORATA DIFESA APPUNTO. DI CUI INNOCENT OSEGHALE AVREBBE APPROFITTATO.

Ma  è possibile che proprio queste difficoltà di Pamela l’abbiano portata a una forte intossicazione di eroina?

Secondo l’autopsia la quantità di droga assunta non sarebbe stata sufficiente, secondo le tabelle di riferimento per i casi di overdose. Anche se è chiaro che una serie di elementi avrebbero potuto interagire cambiando la chiave di lettura :

  1.  – Pamela assumeva dei Farmaci, e in forti dosi.
  2.  – Pamela da tempo era in Comunità e quindi in teoria era ‘pulita’, l’improvvisa assunzione di eroina dopo tempo e in piena crisi di astinenza potrebbe aver abbattuto la sua capacità di ‘reggere’ e sopportare lo stupefacente ( anche se l’avvocato Marco Valerio Verni, zio di Pamela, intervistato a Quarto Grado ha dichiarato che la ragazza avrebbe assunto oppiacei anche durante il ricovero ).
  3.  La capacità di ‘resistenza’ allo stupefacente è soggettiva, e i suoi precedenti di overdose dimostrano che lei non aveva un preciso ‘controllo’ della situazione ( senza tener conto delle sue tendenze autodistruttive ).
  4.  il tipo di eroina assunto, la sua purezza o il tipo di sostanze utilizzate per tagliarla.
  5. l’assunzione per via endovenosa, che lei non era solita usare.

Anche su questo punto la relazione della Bruzzone cerca di guardare oltre, facendo riferimento ad alcuni dati che intersecati tra loro sembrerebbero smentire la versione di Oseghale:  a determinare la morte di Pamela sono le due ferite da taglio e da punta che colpiscono il fegato, ma quando la ragazza riceve quei colpi con ogni probabilità ( secondo la criminologa che si basa sull’analisi dell’humor vitreo e sul tempo medio di metabolizzazione dell’eroina in un tossicodipendente ) la morfina doveva essere stata quasi del tutto eliminata, e quindi  la ragazza oltre che viva era anche in fase di recupero delle proprie capacità e della propria reattività.

Questa ( vi sono altri aspetti nella relazione che qui non è necessario affrontare ) la linea tracciata dal Consulente Tecnico, indice – come dicevo all’inizio – di una precisa scelta di strategia processuale. Vedremo se come la difesa saprà controbattere anche a queste osservazioni.