LA SECONDA UDIENZA DEL PROCESSO OSEGHALE: I TESTIMONI E UN RACCONTO CHE NON CONVINCE

La seconda udienza del processo Oseghale, per la morte di Pamela Mastropietro, è stata la prima dedicata al vero e proprio dibattimento.  Il processo si e’ aperto di fatto con la testimonianza in aula del collaboratore di giustizia Vincenzo Marino, che con Innocenti Oseghale ha trascorso un breve e burrascoso periodo di prigionia e che – a suo dire – da lui avrebbe raccolto una vera e propria confessione sui fatti avvenuti nella mansarda di via Diaz a Macerata.

Si tratta peraltro di un avvio di processo decisamente anomalo, con una testimonianza ancora tutta da valutare nella sua credibilità, che arriva alla Corte ancora prima delle prove raccolte, dell’esame della scena del crimine, della ricostruzione d’indagine dei fatti accaduti. Su questo hanno ragione a dolersi gli avvocati difensori di Oseghale, perché rischia di diventare quasi una chiave di lettura preventiva di fatti che dovrebbero essere valutati nella loro oggettività.

Sia come sia, Marino ha raccontato ai giudici di essere entrato in contatto con Oseghale in carcere nel luglio 2018, peraltro in modo travagliato. Inizialmente Marino avrebbe di fatto aggredito il nigeriano,  un macellaio ai suoi occhi. Una lite che avrebbe anche portato, una volta sedata, ai un divieto di frequentazione e avvicinamento tra i due. Che non erano nella stessa cella.  Nonostante questo, nell’arco di una decina di giorni Marino sarebbe riuscito a conquistare il rispetto e la fiducia di Oseghale al punto di raccogliere il suo segreto più’ prezioso, cioè come avesse violentato, ucciso e sezionato la giovane Pamela. Coinvolgendo per di più nel delitto Desmond Lucky che le indagini nel frattempo stabilivano non essere stato in quella casa, o quanto meno non trovavano riscontri in merito, come ho spiegato nei miei articolo precedenti sul caso ( per leggerli clicca qui –> PAMELA MASTROPIETRO: L’UNICO PRESENTE SAREBBE INNOCENT OSEGHALE ).

Già su questa prima parte della vicenda non possono che sorgere dubbi sulla credibilità del teste, prima ancora che sul contenuto di quanto da lui riportato. Marino peraltro aggiunge anche che Oseghale gli avrebbe raccontato persino di essere uno dei referenti della mafia nigeriana a Macerta, dei clan di Padova e Castel Volturno. Ora, anche quest’ultimo aspetto cozza con il racconto di Marino.

Bisogna decidere chi sia Innocent Oseghale: o è un piccolo boss della mafia nigeriana, o è semplicemente un piccolo pusher di Macerata.

La drammatica vicenda di Pamela, e anche il racconto di Marino fanno propendere più per la seconda ipotesi che per la prima.  Se vogliamo pensare che l’attività di spaccio – di marijuana per di più – possa collocarlo nel circuito criminale rifornito e forse anche gestito dalla mafia nigeriana, si tratta di un’ipotesi potenzialmente possibile. Ma se vogliamo attribuirgli il ruolo di una figura rilevante in quell’organizzazione, potremmo solo concludere che la tanto decantata Mafia Nigeriana si avvalga di elementi quantomeno ‘deboli’ , per non dire incapaci.

Il punto di riferimento dell’organizzazione criminale, cioè Oseghale, sarebbe un uomo che si porta in casa una ragazza bianca, la stupra, la uccide e poi non sa più’ cosa fare, dopo aver fatto una prima cosa ‘stupida’ – oltre che criminale – combina un pasticcio dietro l’altro, fino ad abbandonare i resti del cadavere a bordo strada perché la moglie lo tempesta di telefonate e teme che scopra i suoi tradimenti. Lasciando dietro di sé una scia tale di prove e indizi che con ogni probabilità gli costeranno una condanna all’ergastolo.

Possibile che un piccolo boss legato a un’organizzazione così ramificata non abbia potuto chiedere alcun supporto? Che abbia dovuto compiere telefonate continue e fuoriuscite di casa per ottenere consigli da qualcuno che gli dicesse cosa fare?  Che nessuno sia venuto in quella casa a disfarsi del cadavere di quello che era il referente dell’organizzazione e che in quanto tale andava aiutato, tutelato e protetto?

Ed e’ credibile che un piccolo boss, e quindi un uomo di esperienza,  si confidi in carcere raccontando il suo delitto al primo venuto che lo ha preso a bottigliate pochi giorni prima?

Ma torniamo al racconto di Marino, alla presunta confessione di Oseghale: il pusher dopo aver incontrato Pamela ai giardini di via Diaz e aver contrattato con lei di procurarle una dose di eroina , la porta a casa sua dove li raggiunge Desmond Lucky. L’idea e’ quella di consumare con lei un rapporto a tre. Ecco la deposizione raccontata da Il Fatto Quotidiano ( e simile a quella verbalizzata in fase di indagini ):

“mi raccontò che la ragazza si era fatta di roba, Desmond si avvicinò per approcciarla e la ragazza lo respinse, Desmond Lucky gli diede uno schiaffo e la ragazza cadde a terra e svenne. Poi Desmond Lucky se ne andò. Oseghale tentò di rianimarla con acqua sulla faccia per farla riprendere, lei si riprese. Oseghale l’ha spogliata, era sveglia” ma aveva “gli occhi girati all’insù” e “hanno avuto un rapporto sessuale completo“. Dopo lo stupro “ragazza voleva andare via a casa a Roma perché aveva il treno, disse che se no l’avrebbe denunciato. Ebbero una colluttazione, si sono spinti, Oseghale le diede una coltellata all’altezza del fegato e dopo una prima coltellata Pamela cadde a terra”.

Pensando che fosse morta Oseghale andò ai giardini Diaz per chiedere, invano, l’aiuto a un connazionale poi “tornò a casa, convinto che la ragazza fosse morta e la squartò iniziando dal piede. La ragazza iniziò a muoversi e lamentarsi e le diede una seconda coltellata”.

Ma davvero le cose possono essere andate cosi’?  E’ credibile la dinamica raccontata da Marino?

Io nutro seri dubbi.

CI SONO DUE PUNTI CHE SOPRATTUTTO RENDONO POCO CREDIBILE IL RACCONTO: IL TEMPO TRASCORSO TRA LE DUE COLTELLATE  E LA COLLOCAZIONE  DELLE FERITE.

Anche considerando vera la prima parte della storia, fino allo stupro ( su questo argomento mi sono già espresso in passato: Oseghale non aveva necessità di violentare Pamela, diverso è considerare lo stupro come tale per la minorata difesa della ragazza . Per leggere l’articolo clicca qui –> PAMELA MASTROPIETRO: LE INDAGINI CHIUSE E LA VERITÀ ANCORA TUTTA DA ACCERTARE  ), Pamela si sarebbe ripresa sia dalla dose di eroina, che dalla violenza subita, rapidamente, tanto da manifestare la sua volontà di andarsene e minacciare una denuncia.

Mi pare di capire che già i risultati del tossicologico renderebbero questo aspetto quantomeno ‘ difficile’, lei era in una fase in cui l’eroina era già stata metabolizzata – sostengono Procura e famiglia – ma certo non nel pieno della sua lucidità, ancor meno se nel mezzo ci sono stati un colpo violento al volto e un colpo alla tempia per la caduta… ma va bene, teniamo valida anche questa parte del racconto.

A quel punto Oseghale preso dal panico, non si limita a stordirla, legarla, farle una nuova iniezione di eroina per mandarla in overdose, ma decide di colpirla con una sola coltellata, che lede il fegato ancora vitale, come da autopsia.

Ma in quel momento cosa succede? Pamela crolla a terra come morta per una sola coltellata senza dare più’ segni di vita?

Perché questa sarebbe l’unica spiegazione credibile per giustificare la seconda parte del racconto di Marino. Secondo lui infatti a quel punto Oseghale esce di casa per andare a cercare qualcuno che lo aiuti e consigli e arriva fino ai giardini Diaz. La sua piazza di spaccio.

L’UOMO CHE QUINDI POCHI ISTANTI PRIMA, ERA PREOCCUPATO PERCHÉ LA GIOVANE MINACCIAVA DI DENUNCIARLO, ESCE DI CASA E LA LASCIA SOLA NEL SUO APPARTAMENTO DOPO – SCUSATE – UNA SOLA COLTELLATA?

Lascia quindi in casa sua una ragazza che aveva violentato e voleva denunciarlo senza verificare se è morta?  Con il rischio che si rialzi e chiami aiuto aggiungendo un tentato omicidio a tutto ciò che aveva subito?

Davvero trovo questo passaggio poco credibile.

E ancora meno lo è la terza parte del racconto: Oseghale, nonostante il suo ruolo di piccolo boss della mafia nigeriana, di fatto non trova nessuno che lo tolga dai guai, l’unica ipotesi credibile è che qualcuno lo consigli su come disfarsi del corpo, e torna a casa. A quel punto inizia a depezzare la ragazza partendo dal piede.  Pamela che evidentemente fino a quel momento non ha dato la minima traccia di essere viva, non si è nemmeno spostata di un centimetro, perché altrimenti Oseghale sarebbe stato consapevole di non averla uccisa, improvvisamente si risveglia.

Anche questo aspetto, sia pur possibile, appare quantomeno anomalo. Difficile che una sola coltellata abbia potuto mettere ko la ragazza – in teoria lucida e vigile prima del colpo – al punto da lasciarla inerme e incosciente per tutto il tempo in cui il suo aggressore è rimasto fuori casa.

Ma arriviamo poi all’ultimo particolare davvero singolare: Oseghale avrebbe iniziato a depezzarla, lei si sarebbe risvegliata, e lui le avrebbe sferrato un secondo colpo, una seconda coltellata.

E DOVE? PROPRIO NELLO STESSO PUNTO DELLA PRIMA, LESIONANDO UNA SECONDA VOLTA IL FEGATO.

Davvero? Oseghale si accorge che Pamela è ancora viva e la colpisce esattamente dove l’aveva colpita la prima volta?  Non cerca di ucciderla all’istante mirando a un punto certamente vitale ( che ne so, il cuore ), non le taglia la gola garantendosi una morte rapida e sicura, e anche l’impossibilità di gridare. No, le sferra una seconda coltellata al fegato.

E poi evidentemente attende la morte definitiva.

Ora, le mie sono solo impressioni e deduzioni legate anche alla lettura dei risultati autoptici, ma davvero in questa dinamica dell’omicidio c’e’ poco di apparentemente credibile. Tranne che domani la scienza o non so quale indagine riesca a dare un senso logico a questa sequenza di azioni.

VISTA COSI’ COMUNQUE LA TESTIMONIANZA DI MARINO NON MI PARE DEGNA DI UN ALTA VALUTAZIONE DI AFFIDABILITÀ.

A queste considerazioni  si deve poi aggiungere una seconda testimonianza ascoltata in aula durante l’udienza, quella cioè di un compagno di cella di Oseghale, peraltro un ex finanziere, lo preciso perché nessuno pensi che possa trattarsi di un altro affiliato alla mafia nigeria accorso in aiuto al pusher nigeriano. L’uomo – come riporta Il Fatto Quotidiano, racconta:

 “Eravamo stati preparati al suo arrivo, non è che non lo volessimo in cella ma c’era molta perplessità per quel che aveva fatto. Gli facemmo una specie di processo interno, un’istruttoria, e ci facemmo raccontare i fatti. Non parlava bene l’italiano e all’inizio ci diede una versione che non considerammo molto veritiera. Poi si aprì e la modificò”. “Inizialmente ci disse di non aver partecipato al fatto .Poi ci disse che aveva fatto a pezzi la ragazza ma non l’aveva uccisa

L’ex compagno di cella racconta di aver interrogato a lungo Oseghale, perché tentato dall’idea di scrivere un libro sulla vicenda.

 “lui ha sempre negato le coltellate, ma ha detto che le ferite sono state fatte per tagliare il corpo”. “Ha detto di aver cominciato dalle gambe e di averlo fatto da solo. Ha sempre negato di averla uccisa, accoltellata o picchiata”,

Oseghale quindi ai suoi compagni di cella, coi quali ha avuto certamente rapporti più stretti e duraturi, fornisce un resoconto decisamente diverso da quello fornito invece a Marino ( secondo il suo stesso racconto ), anche se ovviamente non necessariamente veritiero.

Siamo ancora lontani dalla verità insomma su quanto accaduto realmente quel terribile giorno. Ma l’utilizzo del ‘pentito Marino’ ha introdotto nel processo un elemento che io stesso ho sempre sollevato come dubbio e che finora la Procura non aveva mai preso ufficialmente in considerazione; e cioè che le ferite al fegato possano essere legate alla fase del depezzamento della ragazza. Chi segue il mio blog sa come in passato io abbia più volte posto la domanda se fosse realmente possibile escludere che quelle ferite al fegato vitale non facessero in realtà parte proprio della fase finale della tragedia, invece di essere coltellate, e se non  potessero dimostrare che la giovane era ancora in vita in quel momento.

Una possibilità questa che però sarebbe compatibile con il racconto di Oseghale di una overdose di Pamela, e di un suo convincimento che fosse morta, certo non con la ricostruzione originaria della Procura che prevede il binomio stupro/aggressione.

In merito a quest’ultimo punto invece un’importante novità è emersa sempre a margine dell’udienza, quando è stato reso noto che i due uomini con cui Pamela era entrata in contatto nelle 24 ore seguenti alla sua fuga dalla comunità di recupero dalla quale era scappata, con i quali aveva consumato due rapporti sessuali ‘consenzienti’, sarebbero ora stati indagati con l’accusa di stupro basata sul principio della minorata difesa della ragazza.

Una scelta, questa della Procura di agire in tal senso pur dopo tanto tempo, che sembra andare incontro e legarsi alle conclusioni della Consulenza Tecnica di Roberta Bruzzone,  realizzata proprio per i legali della famiglia Mastropietro/Verri, dove la criminologa ipotizzava proprio che il rapporto tra Oseghale e Pamela non poteva che essere considerato stupro proprio per le condizioni psicologiche, psichiatriche e di astinenza da droga in cui versava la giovane ( come ho raccontato in questo articolo –> INNOCENT OSEGHALE, DOVE ERAVAMO RIMASTI? LA VERITÀ DI PAMELA MASTROPIETRO )

CHIARO CHE NON SAREBBE STATO POSSIBILE MUOVERE UNA SIMILE ACCUSA A OSEGHALE, SENZA FARE ALTRETTANTO NEI CONFRONTI DEGLI ALTRI DUE UOMINI CHE HANNO AVUTO RAPPORTI CON PAMELA IN QUEI TRAGICI GIORNI.