LA ‘PICCOLA STORIA IGNOBILE’ DELLO STUPRO DELLA CIRCUMVESUVIANA

“Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare…” scriveva diversi anni fa Francesco Guccini.

E la sensazione di trovarsi a scrivere e narrare davvero una brutta storia, drammatica e delicata al contempo, mi ha attanagliato negli ultimi giorni, da quando – tardivamente rispetto agli eventi – mi sono trovato nella necessità professionale di occuparmi di questa vicenda. Osservata fino a quel momento da semplice spettatore.

Sono per mia natura, e per esperienza professionale ma anche personale, una di quelle persone che di fronte a un episodio di violenza sessuale, tende a schierarsi quasi preventivamente con la vittima. A crederle.

Il dolore e la sofferenza legati a un’ esperienza di quel genere, purtroppo diffusa, sono tali da non dover mai essere sottovalutati. Ho conosciuto molte vittime nella mia vita professionale, e tante ne ho conosciute in quella privata. E per quanto non abbia fortunatamente vissuto in modo diretto quell’esperienza, ho avuto modo di conoscere molte bene quello che comporta. Nell’immediatezza degli eventi, ma anche dopo, ad anni di distanza.

Sono una di quelle persone che ritiene la sacralità di un corpo – di donna, uomo o bambino – inviolabili, e il diritto al rifiuto uno dei diritti fondamentali.

Per questo ogni volta che mi accade di incontrare un caso di una possibile denuncia di stupro infondata o inesistente, soffro. Perché ogni volta che un’accusa si dimostra infondata, inventata o frutto di una menzogna,  si mina la credibilità delle vere vittime. Vittime che quando trovano il coraggio di denunciare affrontano percorsi difficili legati alla loro credibilità, alla dinamica dei fatti , ai loro atteggiamenti, persino ai loro vestiti .

Ogni volta che una denuncia si dimostra falsa, si colpiscono tutte le vittime.

La storia del presunto stupro della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano, è ancora tutta da capire e definire fino in fondo. I tre presunti aggressori restano ancora indagati, e le indagini sono tutt’altro che concluse, ma è indubbio che quanto emerso in queste ore dopo la decisione del Tribunale del Riesame di Napoli, abbia rimesso tutto in discussione, e sulla base di elementi importanti.

La decisione del Giudici non è stata presa con superficialità, e si basa su una serie di approfondimenti importanti, di elementi che non possono e non devono essere sottovalutati, come invece – parrebbe – è accaduto nella prima fase delle indagini.

Il Tribunale del Riesame non è un luogo dove bizzarri magistrati siedono sui loro scranni in attesa di rimettere in libertà i colpevoli.

 

Il Tribunale del Riesame è il tribunale del capoluogo in cui ha sede il giudice che ha emesso l’ordinanza di limitazione della libertà personale (custodia cautelare in carcere, arresti domiciliari) contro la quale l’imputato si appella. L’imputato, in pratica, chiede che un nuovo giudice, indipendente dal primo, riesamini l’ordinanza restrittiva sia nella legittimità sia nel merito.

 

Il Tribunale del riesame è quindi un fondamentale organo di garanzia previsto dal nostro ordinamento. Si occupa della libertà personale dell’indagato, del cittadino sottoposto a indagini. Si occupa di uno dei diritti fondamentali di noi tutti: la libertà.

E’ chiamato a verificare l’operato di altri magistrati e giudici che hanno deciso di privare un cittadino di quel diritto fondamentale.

E la privazione di quel diritto tramite il ricorso a una misura di custodia cautelare non è una scelta che deve essere presa con leggerezza, è una misura estrema, che andrebbe applicata solo in determinate circostanze e in presenza di un solido e provato impianto accusatorio. Fortunatamente per tutti noi.

 

Quando accade ciò che accaduto a Napoli nelle ultime settimane, e cioè che per ben tre volte tre collegi di giudici decidano in momenti diversi di annullare la misura di custodia cautelare a carico di tre ragazzi accusati di stupro direttamente dalla vittima e ripresi da delle telecamere durante gli eventi,  occorre iniziare a chiedersi che cosa non abbia funzionato.

Non in quei tre provvedimenti, bensì prima.

 

Tutto inizia il 5 marzo scorso, quando un uomo nota su una panchina davanti alla fermata della Circumvesuviana una ragazza ( di 24 anni ) in lacrime e in stato di apparente shock.  E’ lei a raccontargli di essere stata violentata poco prima. E’ da quel momento che scatta l’allarme con l’arrivo della polizia e del personale medico del 118.

La giovane viene portata prima in un ospedale e poi in un secondo per essere sottoposta a tutti gli accertamenti, i prelievi e le visite mediche del caso, secondo il protocollo per i casi di violenza sessuale.  Viene  anche sottoposta a un primo interrogatorio . Nel frattempo vengono acquisite le immagini dell’impianto di videosorveglianza della stazione di San Giorgio a Cremano.

Dall’esame proprio di quelle immagini si risale all’identità di uno dei presunti aggressori, un ragazzo di 18 anni della zona.  Il giovane viene prelevato e condotto in Commissariato dove , interrogato, ammette di aver avuto un rapporto sessuale con la ragazza, consenziente.  Ed è lui stesso a indicare i nomi di altri due giovani di 19 anni, che hanno avuto dopo di lui un rapporto sempre con la stessa giovane, sempre senza costrizione,  secondo il racconto.

Quando il 6 marzo la presunta vittima riconosce le foto dei tre presunti aggressori, per i tre ragazzi scatta il fermo d’indiziato di reato.

Ecco, è in questo primo momento che bisognerebbe fermare il film della vicenda, e capire se davvero non è stato questo l’istante in cui sono stati commessi degli errori importanti.  Errori che potrebbero aver inficiato l’accertamento della verità definitiva su questa vicenda. 

 

A quel punto delle indagini gli inquirenti possono valutare i fatti sulla base degli interrogatori ovviamente, delle immagini di sicurezza delle telecamere , dei referti medici e delle deposizioni dei due medici che avevano in cura da anni la giovane.

Qui inizia un percorso, mi sento di dire, travagliato e forse superficiale che – comunque siano andati i fatti – porta a conseguenze tragiche per tutti i protagonisti della vicenda.

Il racconto della ragazza viene ritenuto credibile, così come credibile viene ritenuta la stessa presunta vittima.

A condizionare questa valutazione sono senza dubbio le informazioni fornite dai due medici della giovane: uno psicologo che attesta la sua capacità di orientarsi nello spazio e nel tempo e di discernere i fatti che accadono attorno a lei. E poi una dottoressa del Centro di Salute Mentale che da anni ha in cura la ragazza racconta di un grave disturbo di comportamento alimentare e di un disturbo della personalità di tipo ossessivo. Disturbi che non inficiano le sue capacità intellettive ( giudicate superiori alla norma ).

Entrambi i medici però omettono degli elementi importanti. Informazioni contenute nel Diario clinico della ragazza, sotto osservazione dal 2016, e ricoverata più volte. Informazioni più specifiche in merito ai disturbi di cui soffre e alle manifestazioni dei suoi comportamenti ossessivi che si riveleranno invece fondamentali nella valutazione del Tribunale del Riesame.

Detto di questa grave mancanza, gli altri elementi di prova avrebbero forse dovuto spingere a una maggiore cautela e diverse scelte di carattere investigativo.

Il referto medico redatto dall’ospedale che visita la presunta vittima intanto, se da un lato registra uno stato d’ansia che viene ricondotto all’aggressione , registra la mancanza di altri segni caratteristici di uno stupro.  Insomma non esattamente un quadro clinico altamente compatibile con l’ipotesi di una ‘brutale violenza di gruppo’.  ( lo stato d’ansia, emergerà solo in seguito grazie agli approfondimenti del Riesame, è peraltro uno stato di cui la ragazza soffriva in quel periodo a prescindere dai fatti di quella sera ).

Le immagini delle telecamere di sicurezza della stazione inoltre, mostrano una dinamica delle azioni lontana dal racconto fatto dalla presunta vittima.

La giovane racconta di fatto di un agguato, di una costrizione ad entrare nell’ascensore, di una violenza subita in quello spazio cui non si sarebbe ribellata per paura di essere picchiata, di un allontanamento dei tre ragazzi dopo i fatti con lei ‘abbandonata’ all’interno dell’ascensore. Il tutto ad opera di tre giovani che a suo dire, erano stati protagonisti di un primo violento approccio qualche settimana prima, dal quale lei si era salvata quasi per casualità.

Le immagini mostrano invece – evidenzieranno poi i Giudici del riesame –  un atteggiamento di assoluta apparente confidenza tra la ragazza e il più giovane del gruppo, una sua disponibilità a seguirlo nella ricerca di un luogo appartato ( prima cercano di entrare in un ascensore fuori servizio, e poi si recano insieme alla ricerca di un secondo che funzionasse ) , nessuno la costringe a salirvi ma lo fa di sua volontà. La telecamera di fronte all’ascensore riprende anche parte delle scene dei rapporti dalle quali non appare né costrizione, né un atteggiamento passivo legato all’immobilità dovuta allo shock. Al termine dei fatti i ragazzi e la presunta vittima escono insieme,  chiacchierano, si salutano. Lei ha un cellulare in mano.

I tre presunti criminali non abbandonano la scena nonostante la loro presunta vittima si sia allontanata da sola e con un telefono a disposizione, restano in stazione, apparentemente senza temere che lei possa correre a denunciarli.

Possibile che la visione di quelle immagini, di una dinamica tanto dissonante dal racconto della ragazza, non abbia spinto inquirenti e investigatori a una maggiore cautela?  A prendersi il tempo per approfondire, cercando di capire ad esempio di quali problemi reali soffrisse la giovane per meglio valutarne l’affidabilità delle sue parole? Se davvero quei ragazzi cosi’ tranquilli nelle immagini fossero tanto sfrontati rispetto a ciò che avevano appena fatto?

Era davvero necessario il loro immediato arresto una volta individuati e interrogati?

Esisteva un reale pericolo di fuga o inquinamento delle prove? Vi era un quadro tale da lasciar ipotizzare il rischio di una reiterazione del reato?

Non sarebbe stato meglio tenerli monitorati per qualche tempo e dato che erano consci di essere stati indagati, intercettarne anche le conversazioni per comprendere meglio il loro ‘vissuto’ dei fatti?

Certo, potrebbe dire qualcuno, oggi è facile esprimere questi dubbi… ma il problema è proprio questo: aver agito in una certa direzione, senza approfondire le indagini in quel momento, ha creato una situazione oggi estremamente complessa e delicata, dalla quale sarà più difficile uscire da ogni punto di vista e quale che sia lo scenario reale dei fatti.

Lo stesso Tribunale del riesame non ha escluso che possa esserci stato un abuso, ma proprio i confini incerti in cui i fatti si sono svolti ( vedremo poi meglio perché ) rende oggi complesso ricostruirli con chiarezza soprattutto nell’individuazione di una risposta a  quella che è divenuta la domanda fondamentale: i ragazzi erano consapevoli delle condizioni mentali della giovane? Si è trattato in questo senso di un abuso?

La decisione in quel momento invece  è stata un’altra, quella dell’arresto. E l’interrogatorio di garanzia per convalida del fermo e’ stato condotto da un Giudice che è stato inevitabilmente limitato nella sua possibilità di giudizio da un quadro probatorio fuorviante, in quanto incompleto. Basti pensare che non ha nemmeno visionato i filmati ma ha avuto a disposizione solo dei fermo immagine allegati alla documentazione.  Cosi’ le contraddizioni dei ragazzi su alcune aspetti del loro racconto hanno finito con il diventare un elemento prevalente a loro carico, mentre quelle della ragazza non sono nemmeno emerse, visto che i filmati erano l’elemento principale per rilevarle.

Dubbi in chi investigava non sono emersi nemmeno quando , dopo l’arresto dei ragazzi, la diffusione dei loro nomi e la presentazione dei fatti in conferenza stampa raccontati come una brutale violenza di gruppo, alcuni approfondimenti medici sulle condizioni della giovane presunta vittima hanno fornito ulteriori riscontri negativi il giorno 8 marzo.

Dubbi che non aveva sollevato nemmeno la deposizione della sorella della vittima – avvenuta per di più il giorno stesso della supposta violenza – che nel ricostruire il giorno del precedente incontro tra la giovane e i suoi aggressori, quello in cui a febbraio a suo dire avevano cercato di molestarla, fornisce una versione diversa e discordante dei fatti.  Un versione che invece conferma quella raccontata dai ragazzi nella sostanza. Senza dimenticare  che il racconto della supposta vittima mostra già di per sé alcuni elementi di illogicità, come faranno notare al Riesame.

Ad apparente supporto dell’ipotesi dello stupro alla fine è arrivato solo – il 22 marzo – dai medici di un centro specializzato nella violenza sulle donne,  che hanno fornito un referto psicologico della giovane, dopo un giorno di osservazione e colloqui che ha confermato la condizione post traumatica legata all’evento subito. Una relazione che il Giudici del Riesame hanno poi fortemente criticato perché di fatto limitata all’ascolto del racconto della ragazza, senza dovuti approfondimenti clinici  in merito alle sue condizioni ‘storiche’, alle sue patologie, in modo tale da poter valutare almeno in quell’occasione in modo approfondito la credibilità del suo racconto.

Il momento di svolta arriva quindi dopo, quando sono proprio i Giudici del Tribunale del Riesame a voler approfondire i dati mancanti, di fronte alle discordanze tra immagini e ricostruzione e alle contraddizioni della ragazza.

E’ solo a quel punto che viene acquisito il Diario clinico della giovane, che ripercorre la sua storia e il percorso terapeutico degli ultimi tre anni. Un documento che diviene fondamentale per i magistrati, perché mostra per intero le patologie di cui soffre la ragazza, offre un quadro completo dei suoi disturbi e della manifestazioni di questi ultimi.

E qui entra in campo un problema etico profondo per chi deve raccontare questa storia,  dovendo tutelare la privacy della giovane ma anche il diritto dei tre ragazzi indicati come stupratori ad essere , non dico riabilitati , ma quantomeno garantiti.

Immaginiamo allora che una persona soffra di un disturbo tale da spingerla a tirare delle pietre contro i vetri delle finestre. Immaginiamo che spesso, per poter poi essere protagonista nella caccia al colpevole abbia la tendenza ad incolpare misteriosi sconosciuti dell’accaduto. Immaginiamo che un giorno incolpi una persona specifica presente come lui sul luogo del misfatto.

Ovviamente nulla esclude che la persona incolpata sia realmente colui che ha tirato la pietra.

Chi dovesse investigare si troverebbe con un testimone che dice di aver visto tutto, e un accusato che nega ogni addebito.

Certo, scoprire che ad esempio che il disturbo di colui che accusa lo spinge a tirare pietre alle finestre,e lo spinge a scaricare la colpa su altri, farebbe la differenza nell’indagine,  nella valutazione della sua credibilità.

Non potrebbe dirci chi ha tirato veramente al pietra, in assenza di altri riscontri, se l’accusato o l’accusatore, ma certo ci spingerebbe a non dare per certo che l’accusato sia colpevole.

 

Consideriamo questa come una parabola di quanto emerso dagli approfondimenti condotti dai Giudici del Tribunale del Riesame.

L’analisi del quadro clinico, dei disturbi della ragazza e delle manifestazioni di questi,  sommati agli elementi emersi dalle indagini come i video, le contraddizioni, i referti medici relativi ai segni di violenza… tutto questo ha spinto i giudici a ritenere non  credibile e affidabile la ricostruzione dei fatti narrata dalla ragazza.

I magistrati hanno agito, mi pare, con molta accuratezza, affrontando anche un ultimo aspetto della questione: in assenza di un’eventuale violenza e costrizione fisica, è possibile ritenere che ci sia stato abuso proprio perché le condizioni mentali e psicologiche della ragazza erano minate dai suoi disturbi?

Esiste insomma una condizione di abuso per minorata difesa della giovane? Per una sua condizione di inferiorità?

Anche su questo punto il loro giudizio è stato negativo. Quella giovane donna, proprio per quanto riferito fin dall’inizio dai suoi stessi medici curanti è una persona in grado di autodeterminarsi, di discernere il valore delle proprie azioni, di muoversi in una condizione di assoluta normalità – diciamo – nel mondo. Una persona le cui fragilità non potevano emergere con chiarezza – secondo i giudici – a dei ragazzi che l’avevano incontrata una sola volta in precedenza. Ragazzi, ricordiamo anche questo, di 18 e 19 anni.

E questo è uno dei punti fondamentali oggi della questione: davvero quei giovani non si sono resi conto di nulla?

E qui tornano i dubbi che avevo sollevato sulle scelte effettuate una volta identificati:  era necessario arrestarli subito? Un periodo di monitoraggio non avrebbe permesso di farsi un’idea di quale fosse la loro conoscenza delle condizioni della presunta vittima?

Credo che ora sarà davvero difficile stabilire una verità.

Sarà difficile distinguere in quegli eventi il vero dal falso, il patologico dal forzato, il subito dall’offerto.

 

La piccola storia ignobile della Circumvesuviana lascia l’amaro in bocca. L’incertezza tra chi sia vittima e chi no. Tre ragazzi meno che ventenni sono stati presentati come stupratori, lo sono davvero?

Una giovane ragazza malata è stata davvero la loro vittima?

Di certo è vittima di questa serie di potenziali errori e superficialità, comunque  siano andate le cose.

Vittima se ha subito, perché la sua credibilità non è stata tutelata da un impianto accusatorio più solido.

Vittima se ha mentito, perché certo non lo ha fatto per dolo, ma proprio a causa dei suoi disturbi e la superficialità di chi l’ha lasciata esporsi in questo modo sui media l’ha condannata a un inevitabile aggravamento delle sue condizioni, a nuove ferite oggi, che si sommano a quelle di ieri.