PERCHE’ CREDO CHE VALENTINA PITZALIS SIA STATA VITTIMA DI UN TENTATO FEMMINICIDIO.

Perché Valentina Pitzalis è vittima di un tentato femminicidio?  Perché continuo a crederlo?

Queste domande mi sono state poste più volte negli ultimi mesi.

A volte garbatamente alla ricerca di un confronto, a volte provocatoriamente cercando di ‘sbattermi in faccia’ le clamorose novità che sarebbero emerse dalla Perizia delle dottoresse Mazzeo/Trignano, cui si sommerebbero le altrettanto ‘clamorose’ novità sbandierate ai quattro venti dalla famiglia Piredda e dai suoi collaboratori e depositate nella documentazione di parte.

Come ben sa chi segue questo caso la Perizia Mazzeo/ Trignano è al vaglio davanti al Gip in aula, nella fase conclusiva dell’incidente probatorio che dovrebbe chiudersi il prossimo 23 settembre con l’audizione del Consulente Tecnico della difesa – il dottor Demontis – e forse con quella di un ingegnere ,  Saccà – esperto di incendi e consulente sempre della Pitzalis.

Al termine dell’incidente probatorio la Procura deciderà se procedere con altri atti d’indagine -possibile ad esempio l’interrogatorio di Valentina Pitzalis che ad oggi non è mai stata sentita, se non nel 2011 – e alla fine si andrà verso la conclusione della fase di investigativa, e il Procuratore Ganassi sarà chiamato a trarre le sue conclusioni: archiviazione, se ritenesse le accuse mosse dai querelanti Piredda inconsistenti, o rinvio a giudizio se ritenesse che esistono prove della colpevolezza della Pitzalis o anche se dovesse persistere un dubbio consistente sulla dinamica dei fatti.

A quel punto le conclusioni della Procura saranno vagliate da un Giudice ( che potrebbe sottoscriverle ma anche rigettarle ) e saranno prevedibilmente oggetto di opposizione da parte della famiglia Piredda o di Valentina Pitzalis a seconda dell’indirizzo scelto.

Per arrivare a quelle conclusioni la Procura dovrà tenere conto di tutti gli elementi raccolti durante le sue indagini e anche di quanto presentato a carico o a difesa dalle parti.

La Perizia Mazzeo/Trignano, è uno di questi elementi di prova, di certo un elemento importante, ma non l’unico. Questo è bene tenerlo sempre presente, perché le conclusioni sulle cause di morte di Manuel Piredda, sulle ferite di Valentina Pitzalis e sulle altre dinamiche affrontate durante l’incidente probatorio, dovranno poi essere inserite nel contesto del quadro probatorio, e con esso essere compatibili.

Per fare un esempio chiaro e surreale, se la perizia stabilisse che Manuel è stato ucciso un giorno prima dei fatti ma esistesse un video che lo mostra in vita poche ore prima dell’arrivo di Valentina, è ovvio che le conclusioni della Perizia apparirebbero illogiche e in contrasto con altri elementi di prova.

Le conclusioni di quella Perizia che indicano in un’asfissia la probabile causa di morte di Manuel Piredda sono oggetto oggi di un confronto, anche duro, tra esperti.  I consulenti tecnici della Procura e quelli della difesa della Pitzalis infatti ritengono che le conclusioni cui è giunta la Mazzeo possano essere viziate da errori nell’interpretazione dei dati, così come passibili di errore potrebbero essere i dati stessi sulla quale si è basata. O quanto meno i valori espressi dagli esami potrebbero essere fortemente minati dalle condizioni putrefattive dei resti di Manuel.

Questo articolo, come altri che seguiranno nei prossimi giorni, chiariamolo a quanti hanno spesso fatto confusione tra il mio lavoro e le posizioni ufficiali di Valentina Pitzalis o dei suoi legali, è opera mia e nulla ha a che vedere con la linea che  verrà tenuta in aula dalla Difesa.  Questo articolo rappresenta solo il tentativo di raccontare quanto stia accadendo in questa fase delle indagini.

Se la prima inchiesta che io ho scritto tra il 2016 e il 2017 era frutto di un dialogo con Valentina Pitzalis, della sua disponibilità ad aiutarmi nella raccolta dei materiali fino alla pubblicazione integrale del suo Diario, quelle che state leggendo sono le mie considerazioni sul caso a pochi mesi dalla fine dell’incidente probatorio, e Valentina le leggerà su questo blog per la prima volta, come tutti voi.

Mi ero ripromesso di attendere la fine dell’indagine prima di tornare a scrivere, ma negli ultimi due anni ho visto diffondere e pubblicare di tutto. Gli attacchi contro Valentina Pitzalis nel tentativo di screditarla sono da tempo quotidiani. Si è arrivati persino a confrontare il suo sguardo con quello di un serial killer per trovarvi affinità… e tante cose sono state scritte su prove o presunte tali, per tacer delle speculazioni sul nome del suo gatto.

Alcune di queste nefandezze sono state pubblicamente denunciate prima dell’estate da Selvaggia Lucarelli in un’importante campagna a sostegno di Valentina Pitzalis. Ma mi rendo conto che per molti lettori che seguono questo caso o per quanti vi si approcciano per la prima volta, possa risultare complicato farsi un’idea precisa di cosa stia accadendo in Tribunale.

Per questo ho deciso di scrivere alcuni miei pensieri, alcune mie analisi, senza la pretesa di fornire verità accertate ( quello lo stanno già facendo in aula ), cercando di fornire ai lettori che seguono il caso spunti, informazioni, dati, indizi e talvolta prove, che li aiutino a farsi un’idea. A capire la tragica vicenda di Bacu Abis o quantomeno quali siano gli elementi di cui si stia discutendo.

Torniamo quindi ai dubbi sollevati dalla Perizia Mazzeo e al dibattito che si sta svolgendo tra consulenti tecnici .

 

 

LA PERIZIA MAZZEO/TRIGNANO

Ovviamente il punto di partenza non può che essere questo: quali sono realmente le conclusioni dei due periti nominati dal Gip, Mazzeo e Trignano?

 

Ricordiamo subito un solo punto: nemmeno la dottoressa Mazzeo si è spinta a dire che Manuel sia morto per asfissia meccanica.

Questa è un’ipotesi sollevata da chi accusa la Pitzalis, ovvero i Piredda.

La Perizia sancisce inequivocabilmente come sia impossibile stabilire con certezza le cause dell’asfissia che potrebbe aver provocato la morte di Manuel.

E con altrettanta certezza sancisce che non ci sono tracce di aggressione fisica nei confronti dell’uomo.

 

Così come non è una verità assoluta nemmeno la frase ‘Manuel non ha respirato fumi e quindi è morto prima dell’incendio’.

Perché in realtà tracce di fumo, e certo non irrilevanti, sono state ritrovate fino al terzo medio prossimale della trachea, come  in alcuni vetrini di esame degli organi interni . E’ registrata nella stessa relazione Mazzeo ad esempio  la presenza di un enfisema polmonare acuto ( di insorgenza rapida ), e un edema polmonare,  compatibili e tipici delle intossicazioni e morti da incendio….e si parla inoltre di prelievi di cute con carattere di vitalità interessati a fenomeni di calore ( vitali cioè all’esposizione alle fiamme )…

Ho citato alcuni elementi per evidenziare come non sia affatto vero che tutti gli elementi convergano a sancire che ‘Manuel sia morto prima dell’incendio senza respirare fumi’ espressa come premessa della conclusione ‘Manuel e’ stato ucciso prima che le fiamme divampassero’.

Quello che sembra essere  al centro delle conclusioni di quanti hanno criticato il lavoro della Perizia  Mazzeo/ Trignano  (e quindi il consulente tecnico della Procura e quelli della difesa ) , è stata soprattutto l’affidabilità dei dati emersi durante gli esami su un corpo compromesso da un avanzato stato putrefattivo, a 7 anni dalla morte, su un cadavere colpito da un imponente fenomeno di carbonizzazione.

La domanda fondamentale resta quindi quella posta fin dall’inizio: quanto sono affidabili i risultati degli esami? A quale margine di incertezza sono soggetti? I valori oggi riscontrati possono essere considerati i valori oggettivi del giorno dei fatti?

E’ evidente che non si tratta di domande di poco conto.

 

ACCURATEZZA E INCERTEZZA

In questi mesi ho posto domande di merito ad altri esperti (tossicologi, chimici , anatomopatologi, etc  ), e le risposte che ho ottenuto sono state sempre dello stesso tipo: difficile poter attribuire valori di certezza, accuratezza e precisione data la condizione e la tipologia dei campioni in esame. E a margine: più facile considerare credibili risultati positivi (cioè ciò che viene trovato), piuttosto che farlo sui risultati negativi ( ciò che non viene trovato). Un fatto quest’ultimo evidenziato durante il suo esame in aula anche dalla dottoressa Neri, una delle ausiliari che hanno eseguito gli esami su incarico della Mazzeo.  Fermo restando che sempre in rapporto alle condizioni dei campioni e alle metodologie utilizzate, resta la possibilità di ‘falsi positivi’ su ciò che è stato trovato, elemento a sua volta evidenziato dal Consulente Tecnico della Pitzalis in aula.

Uno dei punti fondamentali è proprio quello del Valore di Accuratezza dei risultati.

L’impiego di una determinata metodologia di analisi, di determinate apparecchiature, il lavoro di determinati professionisti acquisiscono una determinata affidabilità sulla base anche dei precedenti lavori svolti su un determinato tipo di campione esaminato.

Per esempio: eseguo la ricerca di una determinata sostanza, seguendo un determinato metodo, con determinate apparecchiature utilizzate da determinati esperti, eseguendo un determinato campionamento, per 1000 volte su una campione di polmone a distanza di un periodo minimo dal decesso.

Sarà la statistica dei risultati ottenuti (in teoria valutata da un ente terzo, oppure validata internamente dallo stesso laboratorio ma sempre documentabile) a determinare il valore di accuratezza di quel lavoro, il margine di precisione o incertezza che quell’equipe, quel laboratorio, quei macchinari sono in grado di esprimere.

Alla fine insomma si dovrebbe avere una certificazione che indichi come quel determinato laboratorio chiamato a cercare quella determinata sostanza in un polmone entro un periodo minimo dal decesso della vittima, ha una capacità di fornire un responso con un grado di accuratezza X e un margine di incertezza  y ( per esempio lo 0.3% in positivo o negativo ).

Faccio un banale esempio: immaginiamo che qualcuno impieghi i modernissimo e precisissimo autovelox  in autostrada, capace di scattare con la massima nitidezza 100 immagini al secondo su un veicolo che gli passi davanti a una velocità compresa tra i gli 1 e i 250 km orari, e attrezzato con sensori sofisticati e con un algoritmo in grado di mettere in relazione tutti i dati raccolti, tenere conto delle variabili esterne, e determinare così la velocità del veicolo con un margine di errore dello 0,1%, praticamente nullo.

Ma cosa accadrebbe se davanti a quell’apparecchiatura, ultra sofisticata, precisissima, utilizzata da esperti di quelli tecnologia, testata e tarata per quei parametri, sfrecciasse un veicolo capace di raggiungere i 600 km/h alla sua massima velocità?

L’apparecchiatura manterrebbe le sue caratteristiche di affidabilità al 99,9%?

Oppure il margine di incertezza aumenterebbe?

La risposta è semplice, con il mutare del campione, anche la migliore tecnologia, i migliori tecnici, aumentano il loro margine di imprecisione, diminuiscono il loro valore di accuratezza.

Per conoscere e avere rivalutati i margini di accuratezza ed incertezza, occorrerebbe ripetere quel passaggio a 600 km/h per 1000 volte e provare a verificare i dati e i risultati. Ridefinire la capacità di lettura della macchina, vedere se è possibile tararla per quel differente campione o giungere alla conclusione che date le condizioni del campione (un veicolo a 600 km/h) non è possibile ottenere risultati certi, ma solo dati con margini di incertezza più elevati.

Questo credo sia uno dei punti fondamentali del confronto in corso in questo incidente probatorio: quello dell’affidabilità scientifica dei risultati di cui si discute.

 

CHE COSA DICE LA PERIZIA E PERCHÉ

Come già anticipato sopra, la Perizia stabilisce inequivocabilmente che non sono state ritrovate sul corpo di Manuel lesioni che siano riportabili ad azioni violente di natura meccanica. Questo vale tanto per la parte ossea, diciamo, quanto per la parte relativa all’epidermide.

La parola ASFISSIA MECCANICA non esiste all’interno dell’intera relazione. A sostenere che Manuel sia stato soffocato ‘meccanicamente’ è esclusivamente il Consulente Tecnico della famiglia Piredda. Lui e lui solo. In una tesi omicidiaria che dopo essere passata dai crani rotti e i proiettili nel cranio di Manuel ( vedi prima relazione Sionis ) ora cerca di indicare le cause del decesso in un soffocamento attraverso uno strumento di offesa ‘morbido’, capace di non lasciare tracce sul collo di Manuel, che comunque, essendo in buona parte bruciato potrebbe aver perso ogni segno di questa azione. Per di più attorno al collo del Piredda vi è anche un sciarpa, e quindi si sarebbe trattato di utilizzare questo strumento sopra la sciarpa stessa ( vedremo poi nell’esame della dinamica questo aspetto ). Tra gli strumenti citati ad esempio, ormai è noto, una calza di nailon.

Torniamo quindi alla Perizia, che nelle sue conclusioni dopo aver escluso la morte per overdose ( che non vuol dire che Manuel fosse ‘pulito’ e non avesse assunto sostanze psicotrope ndr ) , esclude anche la morte per intossicazione da monossido di carbonio o cianuri, sulla base dei risultati dell’esame tossicologico e dei bassi valori riscontrati.

Poi esclude che Manuel possa essere morto per l’azione delle fiamme sviluppatesi nell’incendio.

Infine indica come ragionevole e possibile causa di morte quella di un’ ASFISSIA.

La dottoressa Mazzeo però non si esprime minimamente – da un punto di vista scientifico intendo – sulla natura di questa asfissia e scrive molto chiaramente come non sia possibile stabilire le cause asfittiche con precisione e certezza.

Anzi, durante il suo interrogatorio in aula spiega con chiarezza come ovviamente abbia escluso azioni violente di natura traumatica escludendo  l’impiccamento, mentre per quanto riguarda strangolamento o strozzamento afferma di poterlo escludere per quello che e’ possibile, per quanto riguarda il fatto che il corpo ( per le sue condizioni ) non mostrava segni oggettivi tipici di quell’azione. Mentre per quanto riguarda il soffocamento inteso come occlusione degli orifizi respiratori la dottoressa ha detto di non avere elementi per potersi esprimere.

Questo per ribadire che la dottoressa è molto chiara, tanto nella Perizia quanto nel confronto in aula: non è in grado di stabilire quale sia il meccanismo asfittico.

Eppure le sue conclusioni sono quelle che Manuel si trovasse a terra quando venne attinto dalle fiamme, in liminae vite o già deceduto.

Conclusioni che la Mazzeo raggiunge esaminando gli atri dati, quelli derivati dagli esami di laboratorio degli ausiliari che sono poi stati ascoltati in aula. In particolare i bassi valori di Carbossiemoglobina e Cianuri ( Tossicologico della dottoressa Bertol ) e poi la positività al tester HIF indice di ipossia, e l’assenza di fuliggine nelle parti profonde dell’apparato respiratorio ( dottoressa Neri/ dottoressa Vaccaro ).

 

LA CARBOSSIEMOGLOBINA E I CIANURI

Se prendiamo il caso della Carbossiemoglobina, che è un complesso stabile formato da monossido di carbonio (CO) ed emoglobina all’interno dei globuli rossi, ci sono diverse domande che sono state poste sul risultato espresso nella perizia, ovvero il 9.48%.

Intanto molto si è discusso sulla fonte da cui è stato ‘estratto’ questo dato, essendo il corpo di Manuel  privo di sangue e la carbossiemoglobina per sua stessa natura legata ad esso.  L’ausiliare incaricata dell’esame avrebbe estratto la sostanza dalla spremitura della milza e dai tessuti dell’organo, ma è stato contestato che la sostanza ottenuta – per quanto vicina all’emoglobina – sia cosa diversa dall’emoglobina.

Si tratta di una procedura abituale in assenza dell’analita target,  ma di una procedura che già in condizioni ordinarie comporta un  grado di rischio di incertezza. Incertezza destinata ad aumentare dato che i processi di decomposizione potrebbero aver interagito sia con l’organo sia con il complesso stesso.

Non sarebbe corretto sostenere, è la critica, che i valori siano rimasti inalterati nel tempo e non intaccati o modificati dai processi putrefattivi. Né considerare quel campione di per se stesso affidabile quanto il sangue ( anche se chi ha eseguito l’esame sostiene di aver in realtà estratto sangue dalla milza…e di aver anche effettuato contro esami di verifica). Quel valore avrebbe cioè un valore  indicativo.

Su questo punto la critica alla dottoressa Bertol è stata mossa, e duramente, tanto dal Consulente tecnico della Procura Tagliaro, quanto da quello della difesa Demontis. Entrambi hanno insistito sul fatto che quanto ottenuto da un organo secondo loro soggetto a fenomeni putrefattivi ( la Bertol ha sostenuto invece si trattasse di un organo essiccato ma non soggetto a putrefazione ) non possa essere considerato sangue, al massimo sangue cadaverico,  che sarebbe altro e con altre caratteristiche.  Tagliaro ad esempio ha sottolineato nelle sue critiche che il composto esaminato sarebbe una miscela di degradati dell’emoglobina con caratteristiche tali da poter indicare, non tanto la carbossiemoglobina ma la capacità legante del monossido di carbonio , ovvero di un valore altro.

Detto che la dottoressa Bertol ha più’ volte insistito nel sostenere di aver esaminato sangue e quindi sull’affidabilità dei suoi test, Tagliaro è stato critico anche in merito ai bassi valori di cianuri, considerandoli assai volatili e soggetti a processi di trasformazione nel tempo ( ad esempio in acido cianidrico ) , elementi che renderebbero quel valore indicativo.

Altrettanto dura e’ stata anche le critica, durante il confronto in aula del dottor Demontis ( CT Pitzalis ) che ha contestato alla Bertol il fatto che il metodo utilizzato ricorrendo alla spremitura della milza , valido per i cadaveri ‘freschi’, non troverebbe alcun riscontro nella letteratura scientifica internazionale in relazione a casi di milza soggetta a fenomeni putrefattivi ( ricordiamo che la Bertol ha negato questo aspetto della putrefazione).  Demontis ha contestato alla dottoressa , sulla base di testi relativi al metodo utilizzato, il fatto che nel tempo l’emoglobina subisce dei fenomeni ossidativi che la trasformano in altri derivati come per esempio la metaemoglobina che per loro natura perdono la capacità di legame con il monossido di carbonio. Falsando quindi il valore riscontrato. Il 9.48% di oggi insomma, non corrisponderebbe al valore originario prima di questi processi, che è ignoto e non riscontrabile.

Critica analoga e’ stata fatta sempre da Demontis sui valori dei cianuri, ottenuti con un metodo che non troverebbe riscontri nella letteratura internazionale sugli organi putrefatti.

Un valore come quello di 9.48% (che dimostra comunque, sia ben chiaro, che Manuel ha respirato monossido di carbonio) è di poco inferiore al livello minimo per l’intossicazione che viene fissato attorno al 10%, ma lontano dai valori di intossicazione mortale.

Ma se esistono dubbi sul fatto che la carbossiemoglobina possa essere stata ‘intaccata’ e quindi i suoi valori possano essere variati nell’arco degli anni, così come dubbi esistono sulla natura stessa del campione utilizzato, così come non è noto il valore di incertezza (il famoso valore di accuratezza) che caratterizza quel dato ( già un margine del 10 o 20% cambierebbe drasticamente il valore della lettura, ma è frequente che l’incertezza possa arrivare anche al 40/50% ), è intuibile a tutti come diventi difficile attribuire certezze a quella rilevazione secondo i Consulenti scientifici che la contestano.

Nel caso specifico ad esempio si potrebbe forse parlare, non tanto del fatto se Manuel abbia respirato o meno i fumi e monossido, quanto del fatto ‘che quantità di fumi e monossido ’ Manuel abbia respirato.

E’ bene ricordare – come facilmente intuibile –  che il Ct della famiglia Piredda, il dottor Fineschi,  non abbia minimamente condiviso le critiche mosse dai colleghi e abbia invece sottoscritto le conclusioni della Perizia in tutti i suoi passaggi.

Anche il confronto con la seconda degli ausiliari, la dottoressa Neri, è stato carico di critiche da parte dei consulenti di Procura e Difesa.  La dottoressa si e’ occupata degli esami di carattere istologico, e ha sottolineato più volte come il suo lavoro sia stato reso più complesso per le gravi condizioni di deterioramento del corpo.

Sono stati comunque gli esami eseguiti da lei e nel suo laboratorio a stabilire l’assenza di residui incombusti su lingua e polmoni di Manuel, cosi’ come l’assenza di fuliggine nella parte profonda dei bronchi ( i ‘famosi bronchi candidi’ citati negli ultimi mesi ).

Alla dottoressa il Consulente Tagliario ha contestato alcuni aspetti metodologici, ad esempio su come sia stato possibile che gli elementi di colorazione nerastra su lingua e trachea visibili durante l’autopsia siano poi non risultati nell’esame microscopico, chiedendosi se il metodo utilizzato e le apparecchiature impiegate non avessero poi – per le loro caratteristiche – perso la presenza di quanto visibile a occhio nudo.

L’avvocato della difesa  Intrieri ha invece affrontato con la Neri un diverso aspetto.  Due anticorpi avrebbero dato un valore positivo: H1 Alfa che avrebbe segnalato l’ipossia, ovvero il fatto che la cellula rimanga priva di ossigeno, e il CD68 che marca il macrofago, marker indiretto dell’asfissia. Intrieri ha fatto notare che quest’ultimo  è presente anche in altri tessuti, e un suo aumento è legato anche – ad esempio – agli scompensi cardiaci. Altro fenomeno che avrebbe potuto colpire Manuel in quegli istanti.

Demontis ha discusso della presenza di antracosi nel polmone di Manuel, ovvero di residui carboniosi che la dottoressa Neri lega all’attività di fumatore di Manuel o all’inquinamento della zona dove ha vissuto, escludendo che siano dipesi dalla respirazione – sia pur scarsa – di materiale derivato dai fumi dell’incendio. Demontis ha pero’ contestato che in sede autoptica era evidente la presenza di materiale fuligginoso a livello di lingua e del primo  tratto respiratorio, poi scomparso nell’esame microscopico, anche secondo Demontis per il tipo di apparecchiatura impiegata, che analizza frammenti troppo piccoli.

Demontis ha poi contestato alla dottoressa Neri il fatto che sia possibile  che in  un soggetto esposto all’azione dei fumi ancora da vivo, il muco o l’edema che si produce per la morte tra le fiamme, arresti la discesa del materiale fuligginoso nelle parti più’ profonde dell’apparato respiratorio.  A sostegno di questa tesi ha poi citato in aula un testo scritto anche dal professor Fineschi e dalla Neri  nel quale teorizzano che non esista una diretta corrispondenza tra i tempi di sopravvivenza agli incendi e i livelli di profondità raggiunti dalla fuliggine nell’alveo bronchiale, perché la secrezione del muco, l’edema della mucosa, irritazione indotta appunto dal fumo, possono di fatto formare un ‘tappo’ che impedisce alla fuliggine di scendere oltre.

Il professor Catani, patologo e Consulente Tecnico della Pitzalis, ha contesto alla Neri la sua diagnosi relativa alla presenza di un enfisema acuto, edema alveolare e antracosi,  su dei tessuti putrefatti che per loro stessa natura non permetterebbero di esaminare le parti che dovrebbero confermare proprio quella diagnosi, parti piccole e indistinguibili proprio per le pessime condizioni dei tessuti esaminati.  Fornire quindi quelle diagnosi come certe – ha sostenuto – sarebbe forviante. E indirizzerebbe la lettura dei dati ( l’enfisema acuto ad esempio rimanderebbe a un’occlusione delle vie aeree ) che sarebbe viziata da un dato istologico che non puo’ essere dato per certo.

Sempre Catani ha contestato anche la diagnosi di antracosi della dottoressa, la presenza cioè di aggregati carboniosi che lei lega  a inquinamento e attività di fumatore e non al fumo dell’incendio. Il particolato carbonioso, ha spiegato Catani,  viene trattenuto dalle cellule che rivestono le vie aeree con delle specie di ciglia poste sulla parte più’ superficiale delle cellule stesse, nella cavità dell’albero bronchiale.  Si tratta di ciglia piccolissime  che si staccano durante i fenomeni putrefattivi portando via con loro anche i residui carboniosi trattenuti.  Le condizioni del corpo di Manuel erano così putrefatte da rendere difficile individuare l’epitelio di queste cellule. E per questo forse quel colore candido dei bronchi (richiamato più volte dai Piredda per sostenere l’assenza di fumi). E per questo forse quel fenomeno di antracosi è stato individuato nelle aree periferiche dell’apparato respiratorio ( per le ciglia distaccate e drenate via ) , un conglomerato di granulini secondo Catani non compatibile con l’antracosi del fumatore o da inquinamento. Ma indice della presenza invece di derivati dall’incendio respirati da Manuel Piredda.

Le contestazioni di Catani sono state anche di ordine metodologico diciamo, partendo dalla premessa che l’immunoistochimica non e’ un dato esatto, ma interpretativo.  A rendere un metodo, un lavoro ‘rigoroso’ è la validazione dei test, come ho spiegato in caratteri generali io stesso prima parlando di accuratezza. Per questo, ha spiegato Catani, ormai si ricorre alle macchine che sono parametrate e standardizzate sugli anticorpi che vengono utilizzati secondo parametri indicati dalle stessa case produttrici dei macchinari e degli anticorpi stessi.  Catani ha contestato alla dottoressa Neri di aver ottenuto dei risultati in base a un anticorpo che andrebbe utilizzato solo a scopo di ricerca, e di averlo fatto seguendo una metodologica validata solo dal laboratorio stesso.

Che valore hanno questi risultati?  E’ il dubbio sollevato da Catani. E come esempio ha riportato  la positività riscontrata per i marcatori sullo shock termico: la reazione positiva al HSP 70 che indicherebbe delle proteine che si liberano quando il soggetto , il tessuto ( in questo caso del collo ) è esposto al calore. Ma quella stessa proteina e’ anche un marcatore del tumore al fegato, cosi’ come ci sono altri organi del corpo che possono produrla per sollecitazione da calore. Quindi da sola, la presenza di quella proteina non e’ un indicatore univoco, da un solo significato, ma deve essere considerato nel contesto generale dei dati.

I dati vanno quindi interpretati, sembra aver voluto indicare il patologo,  contestualizzati e letti senza attribuirgli valori assoluti che a volte non hanno. La positività al HIF Alfa 1 ad esempio, che indica ipossia – ha sostenuto – ovvero la mancanza o carenza di ossigeno, non riguarda il corpo umano – ad esempio il polmone che non respira – ma riguarda la singola cellula – ogni singola cellula che non riceve ossigeno produce questa sostanza.

E nel caso di Manuel indicherebbe  che tutto il corpo ha avuto un calo di ossigeno, in tutti gli organi. Si tratterebbe di un’asfissia cellulare non della persona.

 

La discussione quindi e’ stata tutt’altro che semplice e tutt’altro che univoca. Chi ha diffuso comunicati affermando che nelle udienze che si sono svolte sono stati confermati i dati della Perizia è stato, a voler essere generosi, quantomeno impreciso.

In realtà mi sembra che siano state mosse critiche solide alle conclusioni della Perizia, soprattutto in relazione alla volontà di attribuire valore di certezza a dei dati, che certi non posso essere considerati ( secondo i Consulenti di Procura e Difesa ).  Se a quei dati viene attribuito un valore assoluto, diventano – come è accaduto – gli indicatori per trarre delle conclusioni certe. Ma se quei dati hanno valore indicativo e relativo, o spiegazioni multiple, è chiaro che vengono meno le certezze su cui si basano le conclusioni della Perizia.

 

Vi ho raccontato parte del dibattito ( una piccola parte ), spero senza aver commesso troppi errori perché si è trattato di una discussione tecnica e molto più articolata del mio sunto, che ha visto da una parte i Periti del Giudice difendere le loro conclusioni ( e gli ausiliari l’affidabilità del loro lavoro ), il CT dei Piredda fare altrettanto e i CT della Procura e della Difesa esprimere invece forti critiche.

Lo dimostrano le conclusioni del Consulente Tecnico della Procura Tagliaro che nell’ultima udienza del 10 giugno non ha certo sottoscritto quanto sostenuto dalla dottoressa Mazzeo in merito alle cause di morte di Manuel Piredda, coerentemente alle critiche mosse al lavoro dei periti fin dalla prima udienza.

Al contrario ha ribadito di considerare inaffidabili, o quantomeno non delle certezze, i risultati, i dati su cui si basa quella Perizia. Così come ha ribadito di non condividerne le conclusioni.

Secondo Tagliaro tanto l’esame del corpo ( date le sue condizioni ) quanto quello della scena del crimine ( esaminabile oggi solo a livello fotografico ) rende davvero difficile poter ricostruire con certezza ogni aspetto di quanto accaduto quella sera.

Ma di una cosa si dice convinto: Manuel non sarebbe stato assassinato.

MANUEL, SECONDO IL CONSULENTE TECNICO DELLA PROCURA,  SAREBBE MORTO IN CONSEGUENZA ALL’INCENDIO CHE SI E’ SVILUPPATO NELL’ ANDITO DELL’ABITAZIONE, IN UNA STANZA SATURA DI FUMO ED ANIDRIDE CARBONICA , E RAPIDAMENTE RIMASTA PRIVA DI OSSIGENO. SAREBBE STATA PROPRIO QUESTA ASSENZA DI OSSIGENO AD UCCIDERE LE CELLULE  DI MANUEL SMETTENDO DI TRASMETTERE AL SUO CERVELLO L’IMPULSO ALLA RESPIRAZIONE.

MANUEL SAREBBE SVENUTO E MORTO NEL GIRO DI POCHI MINUTI, COMPIENDO SOLO POCHE AZIONI DI RESPIRAZIONE.

A DIMOSTRARLO SAREBBE  ANCHE IL SEGNO SUL MURO SOPRA IL CORPO DI MANUEL, QUESTO:

 

 

SI TRATTA DI UN SEGNO DI SCIVOLAMENTO, LASCIATO FORSE DALLA MANO DI MANUEL, FORSE DAL SUO CORPO, MA LASCIATO CON CERTEZZA  SULLA FULIGGINE E SUI DEPOSITI LASCIATI DALL’INCENDIO.  UNA STRISCIATA CHE PARTIREBBE A CIRCA UN METRO E MEZZO D’ALTEZZA E FINIREBBE ESATTAMENTE SOPRA LA TESTA DI MANUEL E UNA SUA MANO. E CHE INDICA INEQUIVOCABILMENTE CHE MANUEL SI TROVAVA IN PIEDI QUANDO L’INCENDIO SI E’ SVILUPPATO.

ERA IN PIEDI E VIVO.

Conclusioni, quelle del CT Tagliaro che credo non saranno molto differenti da quelle che il CT della difesa, Demontis, esporrà il prossimo 23 settembre .

 

 IL TOSSICOLOGICO E LE BENZODIAZEPINE

Avevo già evidenziato nel mio articolo dopo la prima udienza del 31 gennaio, come lo stesso discorso, relativo all’incertezza dei dati, potesse valere per quanto riguarda i risultati del tossicologico sulla presenza di benzodiazepine nel corpo di Manuel.

Manuel era un forte assuntore di benzodiazepine da anni, lo era ancora certamente a febbraio 2011 al momento dell’ultimo ricovero ospedaliero, due giorni prima dei fatti si era fatto prescrivere dello Xanax con ricetta ripetibile,  l’esame di capelli e peli dice che aveva assunto ben due diversi tipi di benzodiazepine nel periodo precedente, infine l’esame tossicologico dei tessuti degli organi fornisce risultati tali – soprattutto nell’encefalo – da confermare la cronicità d’uso delle benzodiazepine in dosi elevate.

Senza dimenticare la presenza di valori legati al forte consumo di alcool.

Come è possibile quindi parlare di un esame tossicologico che ci presenta  un  Manuel ‘pulito’ il giorno della sua morte, come è stato sostenuto dai Piredda?

In questi termini non si esprime la Perizia, che si limita a dirci che non è morto in conseguenza di assunzione di farmaci o droghe. Semmai non si capisce bene come mai  poi,  nell’esame delle possibili cause e dinamiche di morte non prenda più in considerazione la presenza di benzodiazepine nel corpo della vittima.

Come abbiamo visto già dalle conclusioni di Tagliaro, Manuel potrebbe essere stato male nel momento in cui si è sviluppato l’incendio per le condizioni che si sono create all’interno dell’andito a causa dei fumi, del monossido di carbonio e della scarsità di ossigeno. Ma quell’ambiente era anche carico delle esalazioni della benzina, e se fosse vero che spargerla è stato Manuel lui sarebbe stato a contatto ravvicinato con la sostanza. Vapori tossici, stordenti – lo sniffing della benzina è una tendenza nel consumo droghe povere –   e che per loro stessa natura chimica interagiscono con le benzodiazepine ( vedi ad es. il benzene ).

Davvero la presenza di benzodiazepine nel suo corpo, gli attacchi di ansia di cui soffriva ( per questo aveva iniziato a usare lo Xanax ), lo stress cui era sottoposto in quei momenti avendo nel caso appena dato fuoco a Valentina ed essendo intento a provocare un incendio… davvero tutto questo può non essere preso in considerazione quando si analizza cosa gli sia accaduto? Le sue reazioni fisiche?

 

Torniamo alle domande di partenza, quindi:  quale affidabilità esiste in questi dati? Qual è il margine di incertezza? Quale utilizzo si fa dei dati rilevati?

 

Oltre l’affidabilità dei dati, il dibattito dovrà poi affrontare anche il tema della loro eventuale ‘lettura’ e giustificazione inserendoli nell’insieme degli elementi raccolti durante le indagini, e in particolare sulla scena del crimine.

 

LA MORTE DI STEFANIA CROTTI

Vorrei su questo farvi un esempio recente: quello della morte di Stefania Crotti, uccisa il 17 gennaio 2019, presa a martellate dalla ex amante del marito nel garage della casa di quest’ultima, poi trasportata in una stradina di campagna e qui data alle fiamme.

Secondo i risultati dell’autopsia bruciata ancora viva.

Quando mi sono occupato del caso per Quarto Grado sono rimasto colpito dalle conclusioni dell’esame autoptico, secondo il quale appunto non furono le martellate a uccidere la Crotti. I colpi di certo la stordirono, portandola forse anche al coma (non v’è certezza). Ma leggete con attenzione questo passaggio:

 

Nel caso  in   discussione   è  stata  apprezzata  la  presenza  di  fuliggine   nelle  vie respiratorie. seppur in modesta quantità e limitata alla laringe ed alla metà prossimale della trachea; il  limitato interessamento delle vie respiratorie può peraltro trovare valida spiegazione da un lato nell’ipotesi di un decesso subentrato poco dopo  lo scoppio dell’incendio  (e quindi con pochi atti respiratori  prima che subentrasse il decesso, evenienza concretamente prospettatile nel caso in discussione, come si dirà a breve),  dall’altro  nell’ipotesi  che le aperture aeree della Crotti  (narici e bocca) fossero coperte da un qualche materiale che avrebbe potuto anche fungere da “filtro” per l’aria  inspirata e quindi impedire ai residui di fuliggine  di entrare copiosamente nelle vie respiratorie (al riguardo,  ricordiamo,  come segnalato nel verbale di sopralluogo giudiziario, che al  momento del  rinvenimento  del  cadavere era apprezzabile la copertura della regione del volto con del materiale tipo pile).

Peraltro, anche le alterazioni rilevate istologicamente  a carico del polmone,  quali aree di enfisema e di edema polmonare e depositi,  seppur  modesti, di materiale esogeno compatibile con  residui  di  fuliggine,   ben  si  accordano   con  una  attiva inalazione da parte della Crotti dei fumi sprigionatisi nel corso dell’incendio.

Gli elementi sopra esposti, nel loro complesso considerati, depongono per il fatto che Crotti Stefania sia stata esposta ai fumi sprigionatisi dall’incendio quando era ancora in vita.

Tenuto poi conto che il corpo della Crotti fu dato alle fiamme in un luogo aperto e che,  come apprezzato in  sede di  sopralluogo  giudiziario,  l’incendio  interessava principalmente  il corpo ed in misura minimale l’ambiente (terreno) circostante, è possibile ritenere che i  fumi a cui fu esposta in  vita  la  Crotti siano  derivati dalla combustione del corpo della stessa Crotti e che quindi  la  donna fu attinta  dalle fiamme, e non solamente dai fumi, quando era ancora in vita.

II massivo interessamento della superficie corporea (pressoché nella sua interezza) da parte delle fiamme rende conto dell’instaurarsi di un vero e proprio shock termico, con effetti  rapidamente devastanti  sulle funzioni vitali della  Crotti, soprattutto per rapida e massiva perdita di liquidi  con collasso cardiocircolatorio, per inalazione di fumi tossici,  per effetto  diretto della elevata  temperatura  sull’attività  cardiaca e sull’encefalo,  nonché  per  effetto  tossico  sistemico dei  prodotti  di  degradazione tissutale, compresi gli eritrociti, liberati in circolo.

Del resto l’ipotesi della rapidità del decesso rispetto al momento dello scoppio dell’incendio   è   avvalorata  anche  dal    riscontro  di   valori   contenuti    (seppur significativi)  di HbCO e di residui  quantitativamente limitati  di fuliggine nelle  vie respiratorie.

 

Devo dire che le similitudini tra i valori tendenziali che riguardano il caso di Manuel Piredda e quelli del caso di Stefania Crotti, mi hanno lasciato abbastanza basito.

Bassi valori di Carbossiemoglobina  (nella Crotti al 15% ma rilevati a breve distanza dalla morte e soprattutto ottenuti dall’emoglobina, dal sangue fresco) , pochi fumi ritrovati in buona parte nella sezione più alta dell’apparato respiratorio, enfisema acuto ed edema polmonare. Buona parte del corpo ustionata e in un lasso di tempo breve.

Mi ha colpito il fatto come nel caso della Crotti si deduca che lei fosse in vita (a fronte di dati certi, rilevati nell’immediatezza del decesso), mentre nel caso di Manuel Piredda si giunga a conclusioni opposte ( lui sarebbe morto prima dell’incendio ) sulla base di dati incerti estratti e ottenuti ad anni di distanza su campioni fortemente compromessi.

Mentre ho trovato molto interessante il fatto che la scarsa presenza di fumi e i bassi valori di carbossiemoglobina ( nei casi di intossicazioni si parla in media del 40% ) siano stati giustificati – tra le altre cose –  dalla combinazione tra la presenza di un filtro ( una coperta sul volto ) e la rapidità dell’azione del fuoco che avrebbe limitato le azioni di respirazione della vittima.

La presenza di un ‘filtro’ che  nel caso di Manuel potenzialmente potrebbe essere stata la sua sciarpa o il muco indicato dai Consulenti Tecnici della Pitzalis.

Tutti elementi che secondo me  in parte tornano anche nel caso della morte di Manuel Piredda, come avrò modo di provare a raccontare.

 

LE FERITE DI VALENTINA PITZALIS

Oggetto di aspra discussione sono anche le conclusioni della Perizia in merito alle ferite di Valentina PItzalis. Le conclusioni della Mazzeo non hanno fornito una risposta certa, ritenendole il possibile prodotto di due differenti eventi:

il primo sarebbe quello di una quantità di benzina ricevuta frontalmente, cioè interessando esclusivamente la parte frontale del corpo di Valentina.  La Mazzeo ha voluto specificare il direzionamento del getto di benzina per contrapporlo al fatto che non poteva essere stato un annaffiatoio lo strumento utilizzato da Manuel Piredda per gettare la benzina.

Posto che non vi è certezza su quale sia stato lo strumento utilizzato da Manuel ( resta possibile il secchio rosso trovato fuso vicino a lui, ma vicino al cadavere vi è anche altra plastica fusa) , possiamo escludere che sia stato un annaffiatoio per il semplice fatto che non è mai stato trovato nella casa.

L’affermazione della Mazzeo mi sembra essere però vera solo parzialmente, e questo per quanto mi è stato raccontato dalla Dottoressa Posadinu, che non e’ solo il primario del Grandi Ustionati di Sassari che si è presa cura di Valentina Pitzalis salvandole miracolosamente la vita, ma è considerata uno dei più grandi esperti della materia a livello europeo. Un luminare della materia, che conosce alla perfezione le condizioni di quelle ferite per averle curate, che la dottoressa Mazzeo conosce e che ha collaborato con lei in passato, ma che ha ritenuto di non dover nemmeno interpellare per avere un confronto.

Un dato questo, il non averla consultata, che ha lasciato perplesso me, ma che il CT Demontis ( difesa Pitzalis)  ha evidenziato direttamente alla Mazzeo interrogandola in aula.

E’ certamente la parte frontale del corpo di Valentina ad essere stata maggiormente investita dal liquido infiammabile,  in particolare il volto e le mani usate per ripararsi dal getto. Ma è anche vero che parti della nuca e del collo sono state ustionate a causa della colatura del liquido, sia pur in forma più superficiale, tanto che sono sopravvissuti i bulbi piliferi dei capelli. Il fatto che le ustioni non siano state così devastanti come sul volto però, non vuol dire che non ci siano state.

Lo dimostrano gli stessi documenti compilati dai medici che l’hanno visitata dopo i fatti di Bacu Abis. In tutti i documenti è infatti riportato che l’intero capo della Pitzalis è stato interessato dalle ustioni. Anche posteriormente come si evince dai disegni dove vengono annerite le aree coperte da ustioni. E lo dimostrano anche le foto dell’epoca del ricovero.

E lo ha confermato a me la stessa dottoressa Posadinu che ha curato Valentina Pitzalis.

 

La seconda ipotesi possibile, secondo la Perizia, è poi che a colpirla sia stato un ritorno di fiamma  ma in assenza di un getto di benzina avvenuto prima. 

Una tesi questa che si scontra platealmente con il rapporto dei Carabinieri che sequestrano in ospedale i vestiti di Valentina annotando che sono ancora pregni di benzina. Così come con altre testimonianze provenienti dall’ospedale. Da notarsi come nel rapporto non si parli di odore di benzina, ma di abiti pregni di essa, constatazione possibile solo toccandoli. Vuol dire cioè che erano ancora bagnati di accelerante.

Ecco il verbale dei Carabinieri:

 

IL RITORNO DI FIAMMA

 

Si noti bene poi che mi pare ci sia una certa confusione sul cosiddetto ‘ritorno di fiamma’, che è un fenomeno particolare. Come ben spiegano gli esperti non è propriamente la benzina ( intesa come liquido ) l’elemento altamente infiammante e detonante, quanto i suoi vapori.

Il ritorno di fiamma si manifesta quando i vapori saturi della benzina, quelli sì altamente infiammabili, prendono fuoco e la fiamma che ne scaturisce ‘corre’ verso il punto d’origine dei vapori stessi, dove vi è la maggior concentrazione di benzina. Provocando a quel punto la detonazione del concentrato di benzina.

Altro fenomeno, non propriamente di ritorno di fiamma ma similare, è quando si getta un liquido infiammabile sul fuoco, e la fiamma risale lo stesso getto fino al contenitore da cui è partito, con effetti analoghi a quelli sopra citati.

Per le ragioni che ho appena spiegato la vittima che viene investita dagli effetti di un ritorno di fiamma è in realtà investita in pratica dalla detonazione e dalla violenta fiammata dell’esplosione del contenitore/fonte del liquido infiammabile.

Per applicarlo al nostro caso, se La Pitzalis avesse avuto in mano il secchio (trovato in realtà vicino a Manuel  e più distante da Valentina ) possiamo dire con  certezza assoluta che non ci sarebbe stata alcune necessità di amputarle una mano perché l’esplosione del contenitore avrebbe spazzato via tutto. Le ustioni sul suo corpo inoltre (e questo vale anche nell’ipotesi che la Pitzalis si fosse trovata in prossimità del secchio appoggiato a terra ) sarebbero state molto più devastanti a causa dell’esplosione. Certo non localizzate solo in alcune parti del corpo. Le persone vicine alla detonazione di un contenitore in tali frangenti possono arrivare ad avere ustioni fino al 70/80% del corpo. Non certo ustioni terribili come quelle della ragazza, ma localizzate solo su poche aree del corpo.

Parlare poi di una fiammata dal basso verso l’alto, nel caso di una detonazione di quel genere – mi dicono gli esperti – sarebbe poi davvero improprio, perché la detonazione ha una propagazione differente.

Quando si parla di ritorno di fiamma nel caso di Valentina Pitzalis a Bacu Abis ci si riferisce invece al fatto che la detonazione avrebbe raggiunto la ragazza da un punto più lontano, infiammando la benzina che era stata sparsa sul pavimento dell’andito ( vedremo meglio questi aspetti più avanti ).

 

Anche alcune considerazioni che ho letto in merito all’esame di alcune aree ustionate del corpo di Valentina lascerebbero il tempo che trovano. Mi riferisco alle critiche al fatto che le fiamme sul corpo di Valentina sarebbero ‘saltate’ da una parte all’altra del corpo in modo non coerente. Osservazione tramutate poi in post di scherno contro  Valentina che parlano di ‘fuoco magico’.

Queste considerazioni partono, mi è stato spiegato da specialisti, compresa la dottoressa Posadinu, da considerazioni e analisi che guardano al corpo di Valentina come fosse rimasto ‘statico’, immobile durante la fase in cui è bruciato.

Per spiegarci come se si trattasse di un muro su cui una fiammata lascia una traccia.

Valentina invece ha preso fuoco e ha iniziato a muoversi, a cercare di spegnersi, compiendo gesti come quello di toccarsi le parti intrise di benzina e in fiamme con le mani, mani che però erano a loro volta bagnate di benzina. E con le mani in fiamme può aver impregnato e incendiato anche parti originariamente ‘spente’. Quei gesti hanno quindi contribuito anche a bagnare e far bruciare ulteriormente o ex novo le parti che toccava.

Provare a ‘leggere’ le ustioni sul collo e faccia o sul corpo senza tenere conto di questa dinamica, non avrebbe senso, sostiene la Posadinu.

 

E’ bene precisare che nella Perizia  la dottoressa Mazzeo tra le due ipotesi prese in considerazione, ovvero un getto di benzina frontale contro Valentina e il ritorno di fiamma, non si dichiara in grado di poter indicare una delle due come privilegiata, più certa.  Non esprime tale giudizio nella Perizia, non lo ha fatto in aula interrogata in merito.  Secondo lei le ustioni forniscono due versioni diverse, entrambe ‘tecnicamente’ possibili.

Basterebbe questo punto per dimostrare quanto sia falsa l’affermazione fatta circolare in questi mesi dove si è dichiarato che le ferite di Valentina Pitzalis sarebbero incompatibili con il suo racconto per loro stessa natura e compatibili invece esclusivamente con il ritorno di fiamma.

La realtà è che la Mazzeo sembra propendere per la versione del ritorno di fiamma, arrivando a parlare di una Valentina in piedi sul corpo di Manuel disteso sul pavimento, chinata in avanti e raggiunta a quel punto dal ritorno di fiamma,  non tanto per le ferite, ma per gli altri elementi che la portano a quella ricostruzione.

Per intenderci: se io considero che Manuel non ha respirato fumi ed è morto per asfissia non legata all’incendio, Manuel era necessariamente già a terra quando l’incendio si e’ sviluppato. Se lui era morto o in fin di vita, l’incendio lo ha obbligatoriamente innescato Valentina, e a quel punto le sue ferite devono per forza essere prodotte dal ritorno di fiamma.

Adesso forse può apparire più chiara la critica mossa agli ausiliari dai Consulenti Tecnici di difesa e Procura: se io attribuisco un valore di certezza a dei dati ( carbossiemoglobina, cianuri, fuliggine etc ) è chiaro che chi è chiamato a leggerli finisce con l’esserne influenzato.  Quindi la dottoressa Mazzeo di fronte a due possibilità che giudica entrambe compatibili con le ustioni di Valentina, tenendo conto dei dati forniti dalle ausiliarie, tra le due opta per quella che è compatibile con quei dati.

Mi sembra chiaro; se mi dite che era morto, non può aver gettato lui la benzina.

Ma, lo abbiamo visto sopra, ben tre altri esperti non giudicano quei dati affidabili. Dicono che possono indicare altro, che sono compatibili con asfissie indotte dalle cause dell’incendio e non dall’azione di Valentina, anche perché non si tratterebbe di un’asfissia ‘fisica’ ma cellulare.  Raccontano che le cose possono essere andate in modo diverso.

Allora se noi svincoliamo le conclusioni tecniche sulle ferite dai valori assoluti posti dai dati di laboratorio per come sono stati’letti’, accade che non vi sia più nulla che renda l’ipotesi del ritorno di fiamma prevalente, e che l’ipotesi di un getto di benzina ad opera di Manuel ( sia pur frontale per seguire le idee della Mazzeo ) torni ad essere credibile e possibile.

A questo punto richiamo anche  il passaggio che avevo indicato in merito al fatto che le conclusioni della Perizia non possono essere illogiche rispetto alle altre prove raccolte: ed ecco infatti che la questione degli abiti di Valentina diventa dirimente. I suoi abiti erano pregni di benzina scrivono i Carabinieri.  Quindi l’ipotesi del getto da parte di Manuel è supportata da questo dato.

Un dato che però la dottoressa Mazzeo ignora nella sua Perizia, come le è stato contestato in aula.

E’ la stessa Mazzeo però  a ritenere che il ‘getto’ di benzina possa essere attribuito, nel caso sia esistito,  a Manuel. Forse perché sarebbe davvero difficile immaginare che una ragazza per uccidersi si getti  da sola la benzina addosso in quel modo, con un getto frontale sul volto…

Mi permetto invece personalmente di sollevare qui un dubbio che mi ha lasciato perplesso fin da subito, quando già anni fa ho sentito parlare di ferite da ritorno di fiamma: Valentina Pitzalis tra le ferite da ustione riportate ne ha una che interessa la parte di costato sotto l’ascella. Parte da lì e scende verso il basso.

Potete vedere questa scheda relativa alle ferite compilata all’ospedale di Sassari, dove non solo si vede come siano segnate le famose ferite al capo della PItzalis,  ma si vede bene anche l’area interessata di cui parlavo nella zona sotto l’ascella.

Ecco, io nella mia ‘ignoranza’ ho sempre ritenuto che la posizione di quell’ustione fosse compatibile con la colatura di una parte della benzina dalla mano fino a quel punto nel gesto di difesa istintiva di Valentina quando Manuel le tira addosso il liquido infiammabile.  Quando sento parlare di ferite compatibili con una fiammata che arriva dal basso verso l’alto, mi chiedo come sia stato possibile attingere quell’area in assenza di benzina, e tenuto conto che i vestiti hanno protetto la Pitzalis. Ma si tratterà di un mio deficit di conoscenza.

Come ho detto anche prima, le ferite di Valentina sono state oggetto di un confronto in aula. E in merito a quanto espresso in sede di conclusioni dal Consulente Tecnico della Procura Tagliaro, è corretto ricordare, che per quanto lui non ritenga che Valentina Pitzalis abbia ucciso Manuel, anche lui ha registrato alcune perplessità in merito alle ferite della Pitzalis. Riscontrando una non completa compatibilità.

Secondo Tagliaro è molto difficile ricostruire la dinamica di quanto accaduto, anche perché alcuni elementi importanti, come ad esempio i vestiti della ragazza, non sono più a disposizione dei tecnici,e non è possibile rendersi conto ad esempio di quanto, come e in che punti siano bruciati.  Quanta benzina abbiano ricevuto. Se siano stati esposti a una fiamma diretta o indiretta ( da ritorno di fiamma ) .

Tagliaro parla di una possibile azione combinata delle fiamme.

Forse, ma è una mia interpretazione del suo pensiero, pensando che la Pitzalis possa essere rimasta ustionata  tanto durante l’aggressione incendiaria di Manuel, quanto dopo quando l’incendio è divampato in tutto l’andito. Due tipi di ustioni riconducibili a due diversi momenti.

 

Esiste poi un altro elemento che secondo la dottoressa Mazzeo nella sua Perizia rende ‘non credibile’ il racconto di Valentina Pitzalis, portandola a propendere de facto  per l’ipotesi del ritorno di fiamma, seguendo un percorso che in pratica ci dice che se hai ‘mentito’ su alcune cose, quando devo scegliere tra due opzioni, non credendoti più, propendo per quella contro di te. Ed è quello delle ferite agli occhi.

 

 

LE FERITE AGLI OCCHI

Anche le famose ferite da ustioni agli occhi di Valentina Pitzalis sono state oggetto di discussione.

La Mazzeo infatti nella sua perizia sostiene che i risultati delle visite su Valentina al Pronto Soccorso di Carbonia la notte dei fatti escluderebbero che lei possa aver visto alcunché la notte della tragedia all’interno dell’abitazione.

Queste le due righe riportate dalla documentazione del pronto soccorso:

“Non è possibile verificare lo stato delle pupille né il riflesso foto motore per lo stato locale fortemente compromesso dalle ustioni dei tessuti periorbitali.”

Quello di cui sembra non tenere minimamente conto, o che comunque giudica irrilevante, la dottoressa Mazzeo è che l’esame di Valentina avviene ore dopo i fatti di Bacu Abis, ore dopo il momento in cui i Vigili del Fuoco e i Carabinieri entrano nella casa e a lei sembra di vedere il corpo annerito di Manuel. Cosa che infatti le e’ stata contestata in aula.

I vigili del fuoco arrivano a Bacu Abis alle 00.50 come risulta dal verbale d’uscita ( poco prima secondo altre testimonianze), lei arriva in ospedale a Carbonia alle ore 01.47, viene visitata alle 02.33, come risulta dalla cartella clinica.

L’esame ai suoi occhi cui si fa riferimento avviene quindi quasi due ore dopo il salvataggio in casa.

 

 

Ciò che impedisce a Valentina di poter vedere al momento della visita medica, mi ha spiegato sempre la dottoressa Posadinu,  sono il diffuso edema attorno agli occhi, il gonfiore dovuto alle ustioni per intenderci, che le comprimeva i bulbi oculari, e impediva il movimento della palpebra superiore. A questo vanno sommate le ustioni alla cornea e il suo essiccamento che aveva portato a un irrigidimento della membrana.

Tutti fenomeni che non avvengono immediatamente, ma si manifestano nel tempo dalla fine del fenomeno incendiario/ustionante, aggravandosi con il trascorrere dello stesso.

E’ chiaro che le condizioni di capacità visiva, gonfiore a seguito delle ustioni, essiccazione dei liquidi e quant’altro non corrispondono a quelle del momento in cui lei osserva la casa attorno a sé all’arrivo dei soccorsi.

Né il tipo di ferite agli occhi è stato fortunatamente tale da inficiare la sua capacità visiva in termini assoluti e permanenti.

Tutti questi aspetti sono stati oggetto di dibattito in aula tra il dottore Demontis, gli avvocati Onorato e Intrieri ( della difesa della Pitzalis ) e la dottoressa Mazzeo. Quest’ultima, messa di fronte al fatto che la visita medica fosse avvenuta molto tempo dopo il momento in cui la Pitzalis avrebbe visto il corpo di Manuel disteso a terra in casa, ha insistito nel sostenere che secondo lei le condizioni delle ferite sarebbero state comunque invalidanti fin da subito, ma è stato proprio Demontis, citando anche lui un confronto avuto con l’esperta Posadinu, a sottolineare alla Mazzeo che la chemosi palpebrare cui era affetta la Pitzalis si instaura dopo circa 30/40 minuti ( ma anche oltre ) e non immediatamente come sostenuto dal Perito.

Affermare quindi che lei non possa aver visto ciò che descrive per le sue condizioni cliniche quasi due ore dopo i fatti è oggetto di forte contestazione da parte dei consulenti che criticano la Perizia Mazzeo, e a mio modo di vedere, per ragioni più che valide.

 

 

QUANDO VALENTINA HA VISTO IL CORPO DI MANUEL

Sul capitolo invece che riguarda cosa Valentina dice di aver visto e se potesse fisicamente vederlo per la sua posizione nella casa, rimando il tema ai prossimi post, quando discuterò della possibile dinamica dei fatti.

Una cosa mi sento però di anticiparla fin da subito, Valentina – che pure non è sicura e chiede ai Carabinieri conferma – ritiene di aver visto il corpo di Manuel annerito, rannicchiato in posizione fetale. Mi permetto di far notare che averlo visto in quelle condizioni non può che essere avvenuto dopo l’incendio.

Annerito perché bruciato, in posizione fetale per le contratture muscolari del corpo a seguito della morte tra le fiamme.

Averlo visto in quelle condizioni è solo l’ulteriore conferma che la Pitzalis ha visto Manuel morto dopo che lui è bruciato e non prima. E’ una questione di logica.

Se lei avesse ucciso Manuel prima dell’incendio, lo avrebbe visto non ustionato, e non rannicchiato in posizione fetale.  Una volta investita poi dal famoso ritorno di fiamma sarebbe bruciata in contemporanea a Manuel, senza avere la possibilità di vederlo annerito e rannicchiato.

 

SE POI FOSSE VERO QUANTO SOSTENUTO DALLA PERIZIA MAZZEO E DAL CONSULENTE TECNICO DELLA FAMIGLIA PIREDDA, CHE VALENTINA DOPO ESSERE BRUCIATA NON POTEVA VEDERE PIÙ NULLA, AVREMMO UN PICCOLO GRANDE PROBLEMA: COME PUÒ AVERLO VISTO IN QUELLE CONDIZIONI E IN QUELLA POSIZIONE CHE SONO POSSIBILI SOLO DOPO L’INCENDIO ?

LA QUESTIONE MI APPARE SEMPLICE: E’ PROPRIO LA DESCRIZIONE DEL CORPO DI MANUEL CHE CERTIFICA SIA CHE VALENTINA POTEVA VEDERE AL MOMENTO DEL SALVATAGGIO (ALTRIMENTI NON AVREBBE POTUTO DESCRIVERLO ), SIA CHE LO HA VISTO DOPO CHE LUI E’ BRUCIATO.

Quando Valentina viene interrogata in ospedale, non può avere avuto accesso alle foto della scena del crimine, lo dimostra anche il tenore delle sue risposte e le sue continue richieste di conferma ai  Carabinieri per sapere se i suoi ricordi coincidono con ciò che hanno visto loro. Né a quei dati aveva avuto accesso alcun altro membro della famiglia in contatto con lei.

Ciò che lei racconta di aver visto quindi, corretto o sbagliato che sia, è ciò che in quel momento ricorda.  E il fatto che descriva in quel modo il corpo di Manuel è secondo me la prova inconfutabile che quella sera era in condizioni di vederlo, e che lo ha visto dopo l’incendio.

 

COSA SI VEDEVA NELLA CASA

Un altro degli elementi sollevati anche nelle Perizia, e molto dalla famiglia Piredda, è che l’andito al momento dell’arrivo dei Vigili del Fuoco e dei Carabinieri era talmente pieno di fumo che Valentina PItzalis non sarebbe stata in grado – a parte i  limiti fisici delle presunte  ferite agli occhi – di vedere alcunché.

Le cose stanno davvero così?

Ecco le annotazione dei Carabinieri intervenuti quella sera che avrebbero aperto la porta d’ingresso:

  l’accesso  all’interno dell’ abitazione   ci  veniva  impedito,  dalla  presenza   di fumo denso  che  non permetteva la  visibilità all’interno dell’immobile, ne la localizzazione  della persona  in lamento;  veniva  invece  raggiunta  dai Vigili   del   Fuoco   ed  una  volta  recuperata,   trasportata  con  urgenza   presso   il  Pronto   Soccorso dell’Ospedale  Sirai di Carbonia.

Ancora i Carabinieri in annotazione di servizio:

Varcata la porta, pochi passi oltre il corpo immobile, sulla destra i verbalizzanti notavano una stanza aperta al cui interno scorgevano le gambe piegate di una seconda persona ( successivamente identificata in Pitzalis Valentina ). Dopo esservi entrati, alle richieste del carabiniere scelto D.M. sul suo stato, gli scriventi constatavano che le gambe della stessa si muovevano, e udivano dei rantoli gutturali. Il Crs D.M. avvicinatosi spostava di peso una cassetta nera in plastica contenente svariate bottiglie di acqua, avvicinatosi ulteriormente alla Pitzalis, distesa supina, notava che la stessa era completamente ustionata al viso, alle mani e che gli abiti presentavano evidenti bruciature. Per non correre il rischio di aggravare la situazione intervenendo senza i mezzi adeguati, gli scriventi uscivano dall’abitazione al fine di concordare il miglior soccorso con il medico e gli operatori del 118. Nel mentre giungevano sul posto i Vigili del Fuoco (….) ai quali si faceva presente la presenza nella predetta stanza di una persona, gli stessi dopo pochi minuti entravano in casa muniti di respiratori per constatare l’effettiva assenza di fiamme e permettere al personale del 118 di soccorrere la persona ferita.

Ecco i Vigili del fuoco che raccontano che dato il fumo decidono di :

INDOSSARE GLI AUTORESPIRATORI , SI ENTRAVA DENTRO L’ABITAZIONE E SI TROVAVA ALL’INGRESSO DEL PORTONE PRINCIPALE, DIETRO LA PORTA IL CORPO DEL SIG PIREDDA MANUEL E NELLA STANZA A FIANCO, CON IL CORPO META’ DENTRO LA STANZA E META’ NELL’ANDITO. SI PROVVEDEVA QUINDI A SOCCORRERE LA SIG.RA PITZALIS VALENTINA , PORTANDOLA FUORI DALL’ABITAZIONE E CONSEGNANDOLA AI SANITARI DEL 118

Ed ecco infine l’interrogatorio del responsabile dei Vigili del Fuoco che ricostruisce nel 2017 l’ingresso in casa:

Ci sembravano entrambe  morti ed erano  completamente  neri a causa  del fuoco  e l’uomo presentava  della  fuoriuscita  di  sangue   dal  viso  e  ricordo  una  mano   della  ragazza completamente  bruciata,  e nessuno  dei due  si lamentava.  Siamo comunque  riusciti  ad entrare   senza   spostare  i    corpi.   All’interno  dell’abitazione   la   corrente   elettrica   era staccata e non abbiamo  constatato se ci fosse l’acqua corrente. Il fuoco era ormai spento, c’era  molta fuliggine,  solo sugli  abiti  di lui  usciva del fumo  come  se il  fuoco si stesse esaurendo,  non abbiamo   utilizzato  acqua.  Ho  notato solo molta fuliggine  che in  base alla mia esperienza è stata probabilmente dovuta alla fuoco  proveniente dalle stoffe che si sono  bruciate,  non c’erano  suppellettili  che si sono bruciati  vistosamente.  Da quello che ricordo  la maggior  parte della fuliggine  era concentrata vicino ai corpi e ad esempio non ne ho notata molta nella stanza  vuota  che c’era sulla destra  entrando.  Dietro  di noi c’erano  i    Carabinieri,  non  abbiamo   spostato  nessun  corpo  e  ad  un  certo  punto   un Carabiniere o un Vigile del fuoco si è accorto che la ragazza muoveva le mani o gli occhi adesso  non ricordo,  e allora abbiamo  chiamato il 118 che era già giunto  e hanno  preso la ragazza   e  l’hanno  portata  via.

E’ abbastanza evidente dall’insieme dei rapporti che al momento dell’ingresso la stanza fosse piena di fumo, ma non tanto da impedire ai Carabinieri di vedere Valentina, le sue gambe che si muovevano, ancora prima e di avvicinarsi e di uscire poi per far entrare i Vigili del Fuoco. Ma una volta aperta la porta ed entrati i pompieri,  la situazione, come è naturale è andata via via migliorando, tanto che qualcuno ( un Carabiniere e Vigile del fuoco )  che si trovava dietro – quindi più lontano da Valentina Pitzalis – addirittura nota che lei muove una mano o gli occhi .

DUNQUE CHIUNQUE SI TROVASSE DIETRO, QUINDI VISTI GLI SPAZI INDICATIVAMENTE SULLA PORTA O ALL’ALTEZZA DEL CORPO DI MANUEL, HA POTUTO NOTARE UN MOVIMENTO DI VALENTINA DEGLI OCCHI O DELLA MANO COME PRIMA ERA ACCADUTO PER LE GAMBE.

E’ OVVIO QUINDI CHE LA VISIBILITÀ PERMETTEVA DI SCORGERE ANCHE QUESTI PICCOLI MOVIMENTI.

NON SI CAPISCE BENE PERCHÉ INVECE VALENTINA AVREBBE DOVUTO ESSERE IMPOSSIBILITATA A  VEDERE MANUEL PER IL FUMO NELLA STANZA.

CLAMOROSO SAREBBE POI SE VENISSE CONFERMATO CHE AD ESSERE VISTO SIA STATO UN MOVIMENTO DEGLI OCCHI DELLA RAGAZZA, CHE SECONDO LA PERIZIA E I PIREDDA DOVEVANO ESSERE COMPLETAMENTE CHIUSI E QUINDI NON VISIBILI.

 

 

Ho fatto questa lunga introduzione cercando di spiegare come il dibattito scientifico in corso durante l’incidente probatorio sia articolato, tocchi molti aspetti, e sia tutt’altro che semplice e concluso.
Non si tratta quindi di una verità solida (quella della Perizia ) contrapposta a vani tentativi di smantellarla. Si tratta di una Perizia che trae delle conclusioni da dati che per ragioni come quelle che prima ho provato a riassumere e raccontare, ma certamente esposte dai  i tecnici in modo più corretto e articolato, sono tutt’altro che certi.

Vi ho raccontato come vi sia stata una contestazione dei dati che risulterebbero dagli esami effettuati, dati che secondo i Consulenti della Procura e della difesa non hanno quel valore assoluto di certezza che viene loro attribuito dalla Perizia.  Ma e’ da quei dati che la Perizia Mazzeo ricava delle premesse per giungere poi a delle conclusioni.

Se Manuel è morto per asfissia intesa come azione omicidiaria, qualcuno deve averlo asfissiato. Se non ha respirato fumi, doveva essere morto prima dell’incendio. Se era morto prima dell’incendio non lo ha innescato. Se non lo ha innescato lui deve averlo innescato Valentina . Se Valentina aveva gli occhi chiusi per le ustioni ha mentito ed e’ inattendibile. Se è inattendibile su quello è inattendibile anche su altro….

Ma se quei dati non hanno il valore di certezza assoluta, cambiano le premesse e cambia lo scenario, e così le conclusioni.

Se l’asfissia di Manuel non è stata determinata da una persona ma è il frutto della propagazione dell’incendio e dello shock termico, lui è morto quando l’incendio e’ divampato, in pochi istanti, compiendo pochi respiri. Se la fuliggine, i cianuri e la carbossiemoglobina hanno valori bassi perché il processo putrefattivo li ha alterati, perché il muco e l’edema dovuti all’incendio ne hanno bloccato la diffusione profonda facendo da ‘filtro’, se parte della fuliggine è andata dispersa coi processi putrefattivi, se Manuel prima di morire ha avuto il tempo di compiere pochi respiri come nel caso Crotti che ho citato per la violenza e la rapidità dello shock termico, vuol dire che lui può non essere morto prima dell’incendio, e che quindi lui può averlo innescato, e può  prima aver dato fuoco alla Pitzalis. E se i vestiti della Pitzalis erano pregni di benzina vuol dire che qualcuno l’ha gettata addosso a lei. E se lei poteva vedere Manuel vuol dire che non ha mentito, e che quindi è affidabile anche nel resto del racconto.

Come vedete, l’esistenza della Perizia Mazzeo ad oggi non mi pare che regali alcuna inalienabile certezza a questa indagine. Offre certamente spunti di valutazione, ma non assolute certezze come ci e’ stato raccontato negli ultimi mesi.

Certo, può sollevare dubbi, e i dubbi potrebbero anche portare a un eventuale rinvio a giudizio, perché sia il processo la sede per valutarli definitivamente. Ma può anche essere che l’insieme delle altre prove raccolte divenga preminente sui dubbi sollevati dalla Perizia, e che questa venga alla fine giudicata – di fatto – non probante.

Sapremo questo solo a conclusione delle indagini.

 

 

Come è possibile quindi rimanere convinti della colpevolezza di Manuel?

Fino a quando una prova certa non fornirà una ricostruzione diversa, e ad oggi la Perizia ancora non lo è, e potrebbe comunque non diventarlo mai, quello su cui mi baso nella mia convinzione è l’insieme degli elementi raccolti fin dalla prima indagine del 2011, per arrivare a quelli più recenti dell’indagine in corso.

Perché, questo posso dirlo serenamente, fino alla Perizia Mazzeo, non era emerso nulla , e sottolineo nulla, che smentisse la versione di Valentina Pitzalis, mentre al contrario erano molti gli elementi raccolti che confermavano il suo racconto e che smentivano platealmente le tesi accusatorie.

Tesi, ci tengo a sottolinearlo, che pure vanno evolvendosi nel tempo… siamo partiti da un cranio rotto per arrivare a un proiettile conficcato nella testa di Manuel, per scivolare poi in scioltezza sulla tesi dell’asfissia meccanica, e allo strumento per il soffocamento morbido…

Insomma, l’importante è che la Pitzalis sia colpevole. Non si segue un percorso che parta dalle prove, si ha una tesi di fondo, lei è l’assassina, e via via si cercano gli elementi per dimostrarlo.

Quindi all’inizio si vedono proiettili, bossoli, piedi di porco, taglierini… e quando poi la Tac dimostra che si trattava di fantasie, si sposa la tesi del soffocamento (sia pur, come dice la stessa Perizia Mazzeo, in totale assenza di tracce di aggressione fisica). E quando non ci sono tracce che giustifichino il soffocamento, si cerca l’arma morbida che non ne lascia o che ne lascia così lievi da scomparire tra le ferite da carbonizzazione…

 

LA PERIZIA E IL SUO VALORE

Un piccolo inciso per quanti – ho letto di tutto in questi mesi – elevano la Perizia per sua stessa natura (in quanto super partes ) a elemento di prova incontrovertibile.

Le cose tecnicamente non stanno proprio così. La Perizia è certamente considerata una relazione tecnica che dovrebbe garantire una certa imparzialità essendo redatta da esperti nominati dal Giudice e non coinvolti nelle dinamiche delle Parti. Ma la storia giudiziaria del nostro Paese ci insegna che ci sono state Perizie che non sono comunque state giudicate affidabili dagli stessi Giudici che avevano conferito l’incarico. Perché magari smentite da altre relazioni tecniche considerate più affidabili, perché i Periti non sono esenti da errore (quand’anche in buona fede) , e anche perché le conclusioni di una perizia potrebbero finire con l’entrare in contrasto con il contesto delle prove, risultando da questo punto di vista illogiche o discordanti con altri elementi  raccolti.

Ed è per questo che al Giudice è conferito il potere di essere Peritus Peritorum, ovvero di essere lui stesso in grado di discernere tra diverse e a volte avverse tesi scientifiche o tecniche, quella che ritiene più credibile e coerente con l’insieme delle prove. Con l’obbligo ovviamente di specificare perché aderisce a una consulenza piuttosto che a un’altra.

La Perizia è dunque una relazione tecnica, al pari delle Consulenze Tecniche delle Parti.  Lo status di essere ‘super partes’ non conferisce alla Perizia nessuna valenza tecnica superiore alle altre. Il fatto che sia stato il Giudice a nominare i periti non lo vincola a sottoscriverne le conclusioni.

Ecco un link di riferimento:

MASTERLEX

ed ecco invece un estratto da una sentenza della corte di Cassazione del Marzo 2019:

In base al principio judex peritus peritorum il giudice di merito può disattendere le argomentazioni tecniche del consulente tecnico d’ufficio sia nei casi in cui risultino in se stesse contraddittorie, sia qualora ritenga di applicare in sostituzione argomentazioni diverse desunte da personali cognizioni tecniche.

Nel caso specifico dell’Incidente Probatorio in essere poi, il Giudice non è un giudice di merito,  non deve nemmeno esprimersi sui contenuti della Perizia e delle Consulenze Tecniche di parte, ma limitarsi a presiedere, coordinare e vigilare. Al termine dell’incidente probatorio le carte torneranno in mano alla Procura, e sarà questa a decidere se procedere con una richiesta di rinvio a giudizio o di archiviazione.  Solo allora un Giudice si esprimerà nel merito, decidendo se avallare o respingere le conclusioni della Procura. Salva la possibilità delle parti di opporsi alle conclusioni e alla richiesta della Procura.

Ecco, anche io, pur non essendo un Giudice, ma un semplice osservatore e narratore di questa vicenda, mi permetto di sospendere momentaneamente il giudizio ‘scientifico’ sulle cause di morte e di affidarmi a quanto invece sappiamo su tutto il resto delle indagini.

E di ragionare su questo, fino a quando non dovesse intervenire un qualcosa che mi dimostri inequivocabilmente il contrario.

Ragionamenti che cercherò di condividere con voi, senza spacciarli per verità assolute, ma presentandoli per ciò che sono, ovvero un tentativo personale di analizzare ciò che sappiamo e di ricostruire ciò che può essere accaduto.

 

Ragionamenti iniziati in  questo articolo e che proseguiranno nel prossimo, intitolato: MANUEL PIREDDA E VALENTINA PITZALIS: IL MOVENTE, CHI POTEVA VOLER UCCIDERE L’ALTRO?

 

Per leggere l’articolo precedente, clicca qui–>VALENTINA PITZALIS: LA FENICE CHE NON DEVE RISORGERE

 

Le mie inchieste sul caso Pitzalis/Piredda hanno come scopo la diffusione di notizie che si basano su documenti ufficiali, per contrastare la diffusione di notizie parziali o prive di fondamento. Se avete trovato interessante questo articolo, vi chiedo quindi di aiutarmi, condividendolo e diffondendolo.