VALENTINA PITZALIS: LA FENICE CHE NON DEVE RISORGERE

LA FENICE CHE NON DOVEVA RISORGERE

Quando nella primavera 2016 Siria Magri, responsabile del nuovo programma IL TERZO INDIZIO mi incaricò di raccontare la storia di Valentina Pitzalis, di lei, del suo caso, della sua storia, sapevo poco e nulla. Era un caso sfuggito ai miei radar da cronista.

Così la prima cosa che chiesi a Giusy Laganà, la donna che da anni sostiene Velentina insieme alla Onlus Fare per Bene, fu di poter leggere tutte le carte dell’inchiesta che si era conclusa nel 2011 con l’archiviazione per morte del reo, stabilendo che Manuel Piredda la notte tra il 16 e 17 aprile di quell’anno aveva tentato di uccidere la Pitzalis dandole fuoco, morendo poi tragicamente lui stesso nell’incendio. Molto probabilmente per suicidio, forse per fatalità, stabilì allora un Giudice.

Le prime due persone che intervistai per farmi raccontare la storia furono l’avvocato di Manuel, Serra e il Pm che aveva seguito all’epoca le indagini, De Angelis. Intervistati entrambi a  Cagliari appena arrivato sull’isola.

Poi io, e io miei due colleghi della troupe Maurizio Magini e Alessandro Betti, raggiungemmo Carbonia. Avevo chiesto alla Laganà di poter uscire a cena con la Pitzalis la sera prima dell’intervista, per poterla conoscere lontano dalle telecamere, poter lasciare che lei conoscesse noi tranquillizzandosi, e al contempo poter avere a disposizione un lasso di tempo durante il quale avremmo – io, Maurizio e Alessandro – potuto superare l’inevitabile imbarazzo dell’altrettanto inevitabile osservazione delle condizioni fisiche di Valentina. In quel modo, era l’idea, il giorno dopo avremmo semplicemente intervistato e ripreso una donna che ci raccontava la sua storia, senza ‘condizionamenti’ legati alle sue cicatrici.

Quella sera la famiglia Pitzalis ci portò a cena in un ristorante Karaoke di Carbonia. Io in realtà odio il Karaoke, ma scoprii quella sera che  a Carbonia è più facile incontrarne uno che evitarlo.

La prima volta che vidi Valentina fu quella. E dopo pochi istanti, mi ritrovai seduto a un tavolo di fronte a lei che cantava a squarciagola una canzone di Massimo Ranieri: Se bruciasse la città.

Vorrei avere la possibilità di mostrarvi quel momento, di proiettarvi quelle immagini che sono impresse in modo indelebile nella mia memoria ( e, lo so, anche in quella di Maurizio e Alessandro) . L’immagine di quella ragazza che sorridendo entusiasta di fronte a noi , scandiva il ritornello di quella canzone:

Se bruciasse la città
Da te
Da te
Da te io correrei
Anche il fuoco vincerei per rivedere te
Se bruciasse la città
Lo so
Lo so
Tu cercheresti me
Anche dopo il nostro addio
L’amore sono io per te
L’immagine di Valentina che cantava la canzone di un amore più forte del fuoco, l’amore di qualcuno che è disposto a sfidare le fiamme per raggiungere la persona che ama. E lo faceva con una serenità possibile solo a chi dietro a quelle parole cerca di non trovare più dolore, ma solo forza. Lei, una donna che in nome di un sentimento di possesso spacciato per amore era stata data alle fiamme. Lei, che aveva amato profondamente l’uomo che poi le ha dato fuoco.
Ecco, personalmente, credo che la ‘mia’ storia con Valentina sia nata quella sera, in quel momento.
Davanti a me quella sera avevo una donna risorta dalle fiamme, una Fenice, una Fenice Guerriera, più forte della sofferenza subita. Quella sofferenza che è poi emersa, meno di 24 ore dopo, durante l’intervista per  Il Terzo Indizio. Una delle più belle e intense interviste che io abbia mai realizzato, grazie alla magia che si manifestò in quelle ore tra tutti noi. Una magia figlia del lavoro mio, di Maurizio e Alessando, ma soprattutto del dono che Valentina riuscì a regalare in quell’occasione: quello di mostrarsi, di mostrare la sua anima più nuda che mai. Raccontando la sua storia come aveva fatto già altre volte, senza che per farlo fosse necessario mantenere una distanza tra lei e i fatti. Quell’apparente freddezza e distacco che aveva mantenuto in altre occasioni. Quel giorno Valentina seppe essere sé stessa fino in fondo, senza freni e filtri, mostrò la parte di lei ferita e la parte di lei furiosa con Manuel.
Furiosa con lui per non essere nemmeno stato capace di ucciderla quel giorno, lasciandola viva nella sua condizione.
Quando lasciammo la Sardegna lo facemmo consapevoli di aver vissuto un momento unico e straordinario, che si concretizzò da lì a poco con la messa in onda di tutto, in una bellissima puntata del programma. Straordinaria, perchè quella puntata, quella intervista, ‘quella verità’ raccontata da Valentina in modo così autentico ebbe un effetto dirompente su molte coscienze.
Ricordo ancora il messaggio inviatomi da un’amministratrice storica del gruppo Verità e Giustizia per Manuel Piredda: ‘ non può esserci menzogna dietro quella disperazione, dietro quel pianto, quel dolore…’  mi scrisse poco prima di lasciare il gruppo per sempre, oppressa dal senso di colpa per come avesse contribuito alla persecuzione di Valentina.
E non fu la sola a reagire alla forza di quel racconto di Valentina.
A reagire con violenza e odio furono soprattutto i familiari di Manuel, madre e padre, e con loro centinaia di quelli che ho poi definito adepti della setta che ruota attorno alla Signora Mamusa. Una realtà di cui io conoscevo poco e nulla prima, e che ho iniziato a conoscere proprio per i violenti attacchi ricevuti dal programma e da me sul mio profilo personale ( allora era ‘aperto’ , dovetti chiuderlo quando trovai gli insulti sotto le foto dove vi era anche mia figlia e dopo che su quel gruppo di Hater venne indicato dove si trovava la foto in questione perché anche altri potessero fare altrettanto ).
Se io ho iniziato ad occuparmi della campagna d’odio che da anni investe Valentina Pitzalis è stato proprio perché ho visto in azione la madre di Manuel ( augurò ai miei figli di incontrare una come Valentina , intesa come assassina, ovviamente ), e perché ho potuto toccare fin da subito con mano la montagna di bugie che circonda la versione della Mamusa ( all’epoca si parlava ancora di cranio rotto e di Manuel come di un santo ) e soprattutto quanto poco sapessero gli adepti della verità contenuta negli atti giudiziari.
E’ stato l’odio della Mamusa a spingermi a schierarmi attivamente a fianco di Valentina Pitzalis, a scoprire il lato oscuro della sua vita: quello della persecuzione costante.
Cosi’ ho scoperto che a questa Fenice Guerriera veniva impedito di risorgere dalle proprie ceneri e riprendere vita, nonostante i suoi tentativi di farlo.
Parlo di qualcosa che prescinde da qualsiasi tentativo e volontà di ricercare giustizia e verità ( ammesso che una verità alternativa esista ).  Parlo del fatto che una ragazza che ha passato l’inferno, e che ha cercato di tornare a vivere raccontando prima la sua storia in un libro ( Nessuno può toglierti il sorriso ), e poi girando gratuitamente per le scuole con la Onlus Fare per Bene per raccontare ai ragazzi come non ci si deve comportare, quali errori si devono evitare, come non ci si deve trasformare nè in vittime, né in carnefici… a questa ragazza è stata dichiarata una guerra senza esclusione di colpi perchè paghi la su colpa di essere sopravvissuta e di voler raccontare i suoi errori perchè altri non li commettano.
E’ stata accusata di essere un’assassina, una drogata, una puttana. E’ stata controllata da decine di diligenti concittadini pronti a raccontare cosa facesse in una pizzeria, se prendesse un aereo in carrozzina, se tornasse a casa con un sacchetto di una marca troppo costosa. E’ stata insultata pubblicamente ogni volta che rilasciava una dichiarazione o un’intervista. E’ stato preso un suo Diario privato e sbattuto in Tv, sui giornali, sul web in modo arbitrario e forviante per farla passare per una pazza. Le sue foto sono state ritoccate, dileggiate, utilizzate per esaminare il suo sguardo e vedere se assomigliava a quello di un serial killer. Si è arrivati a discutere e vaneggiare sul nome del suo gatto. Si è speculato sui suoi tatuaggi, sui suoi fantasmagorici guadagni, sui suoi contatti con potenti d’Italia.
Con un solo scopo, distruggerla. Impedirle di risorgere e tornare a vivere. Sfiancarla.
Si è cercato di toglierle ogni possibilità di farsi vedere in pubblico, di andare nelle scuole, di andare alle cerimonie ufficiali. Si è cercato di colpire la Onlus che la sostiene nella speranza che non possa raccogliere i fondi che Valentina è costretta a spendere in cause legali proprio perché perseguitata. Soldi che in questo modo non vanno nemmeno ad altre donne bisognose. E che se proprio Valentina dovesse scegliere come utilizzarli per se stessa, magari sceglierebbe di spenderli per delle protesi alle mani che le permettano di tornare a vivere.
Questa marea di odio e fango ha travolto lei, i suoi amici, la sua famiglia. Cosa non è stato scritto contro sua madre…
Questa marea di odio e fango è stata scagliata anche contro chiunque abbia osato alzarsi a difenderla, che si sia trattato di Fabio Lombardi o di Roberta Bruzzone o di Selvaggia Lucarelli.  Denigrazioni, diffamazioni, infamie.  E tentativi di intimidazione attraverso querele.
Stesso trattamento per chi l’ha sostenuta magari solo con un like o un post. Per chi faceva parte del gruppo, della setta, ma ha osato abbandonarla una volta compreso che non c’era verità nelle accuse di chi lo amministra e gestisce.  Tanti ex amministratori o ex membri della prima ora se ne sono andati e sono diventati i nemici più odiati. Sono state aperte pagine che avevano solo questo scopo: colpire la lista dei nemici con ogni accusa e insinuazione.
Tutto questo con la complicità di centinaia di persone che nulla sanno davvero della vicenda, che credono a quanto viene loro detto come fosse il Verbo, la parola del Sommo Scerdote e riverberano, condividono, diffondono bugie e odio. E cosa davvero più vergognosa con la complicità anche di chi, se non altro per professione ed etica, dovrebbe invece studiare atti e documenti ufficiali prima di diffondere determinate notizie.
Valentina Pitzalis, questo deve essere riconosciuto, ha sempre avuto al proprio fianco – oltre a Fare per Bene – anche diverse Istituzioni, che con azioni, gesti, inviti, partecipazioni a convegni e pubbliche iniziative, le hanno sempre dimostrato sostegno e fiducia. Ma queste presenze ai miei occhi non compensano il silenzio della cosiddetta  Società Civile. Delle tante associazioni per i diritti delle donne e delle vittime che hanno assitito indifferenti a quanto ha subito Valentina Pitzalis in questi anni.
Valentina, ancora oggi, nonostante tutto questo fango si sia concretizzato in una denuncia e in un’indagine conseguente e inevitabile, di fronte alla legge è una donna Innocente, ed è soprattutto la vittima di un tentato femminicidio in virtù della decisione di un Giudice che non è minimamente stata intaccata dall’indagine in corso.
Ci mancherebbe che un’indagine annulli per la sua stessa esistenza un dispositivo di un Giudice, che a tutti gli effetti è una sentenza.
Valentina è perseguitata da anni in questo assordante silenzio di quanti si vantano di essere dalla parte delle donne e delle vittime. E la storia di Valentina è quella di una vittima che si sta cercando di far passare per carnefice. E’ la storia di una donna prima vittima del marito in una relazione malata, poi vittima dello stesso uomo in un tentativo di bruciarla viva e ora vittima della famiglia di quell’uomo e del tentativo di distruggerla.
Dovrebbe essere difesa, dovrebbe avere al suo fianco migliaia di persone e associazioni, perchè non si può chiedere in questo Paese alle donne di denunciare, di farsi avanti per poi lasciarle sole. Per lasciare poi che le famiglie di chi le ha colpite le massacrino, impediscano loro di risorgere, di tornare a vivere.
Roberta Mamusa non cerca  una verità. Quello è un diritto inalienabile che si consuma nei Tribunali in silenzio, in attesa che la Giustizia eventualmente ti dia ragione. In attesa magari di poter dire un giorno mio figlio era innocente e lei un’assassina anche… Ma quello che accade a Valentina da 8 anni è il tentativo di impedirle di vivere. Di ucciderla definitivamente, non fisicamente, ma socialmente, interiormente. Privandola di ogni possibile vita che non sia quella di rimanere barricata in casa.
La mia battaglia al fianco di Valentina Pitzalis in questi anni è stata questa, qui, su Nera e Dintorni, pubblicando un’inchiesta che raccontasse chi era Manuel Piredda, e cosa ha stabilito l’indagine del 2011. ( inizia qui, per chi non l’avesse ancora letta: —> LA NOTTE IN CUI MANUEL PIREDDA DIEDE FUOCO A VALENTINA PITZALIS   ).
La mia battaglia non è solo il frutto del legame con Valentina, che in questi anni è cresciuto e si è rafforzato, umanamente.  Oggi posso dire di esserle amico, di volerle bene. Ma l’affetto non rende ciechi, sia ben chiaro per tutti coloro che mi hanno accusato di parzialità, di essere al soldo di Valentina, di guadagnarci ( cosa, poi…).   Con la Pitzalis in questi anni ho avuto numerosi confronti sui fatti. Domande, dubbi, punti oscuri… a lei ho chiesto tutto. Ho verificato ogni accusa credibile che le sia stata mossa per accertarne la consistenza, senza alcuna remora o protezione. Ho interrogato i suoi parenti con domande scomode, persone che la conoscevano. Ho ascoltato i suoi denigratori, persino i suoi calunniatori. Ci sono stati momenti in cui è sembrato persino di trovarsi davanti a prove solide di possibili bugie.
Ma la verità è che sempre, sempre ad oggi, io ho trovato riscontro alle parole di Valentina.
Esistono aree grigie in questa vicenda? Si, certo, come in tutte le vicende della cronaca nera ci sono passaggi in cui a muoverci è la logica, il ragionamento, la valutazione, e non la prova indiscutibile. Accade sempre, in ogni storia. Lo sa chi fa il mio mestiere, lo sanno gli avvocati, lo sanno i magistrati.
Al contrario, questo mi sento di dirlo con altrettanta forza, non c’e’ stata una sola volta in cui, andando a verificare ciò che aveva raccontato chi la accusa – a me o in generale – che io abbia trovato solidi riscontri e prove contro Valentina.
Oggi ho deciso di tornare a scrivere perché di nuovo il web è stato riempito di una  valanga di odio e bugie. Da due anni, da quando l’inchiesta seguita alla denuncia della famiglia Piredda è stata aperta, sono stati pubblicati centinaia di post e articoli che hanno riportato esclusivamente una versione di parte di cosa stava accadendo.
Valentina aveva scelto la via del silenzio, così i suoi legali. Hanno parlato, e io stesso ho scritto in quelle occasioni, solo di fronte ad alcuni punti nodali dell’indagine, come la Tac. Poi ha provato a pubblicare alcuni documenti per dimostrare le bugie che venivano diffuse, ma anche quello non è servito a nulla. Ora è tempo che il silenzio finisca. Perché a tutto c’e’ un limite, credo.
Lo ha fatto egregiamente Selvaggia Lucarelli nei mesi scorsi. E ora lo farò anche io con una serie di articoli che spero possano permettere a chi è interessato di farsi un’idea di cosa stia accadendo nel Tribunale di Cagliari e di ragionare su quanto emerso complessivamente dalle indagini del 2011 e del 2017. Con lo stesso spirito dell’inchiesta di due anni fa: quello di fornire strumenti, più che risposte.
Le mie inchieste sul caso Pitzalis/Piredda hanno come scopo la diffusione di notizie che si basano su documenti ufficiali, per contrastare la diffusione di notizie parziali o prive di fondamento. Se avete trovato interessante questo articolo, vi chiedo quindi di aiutarmi, condividendolo e diffondendolo.