DANISH E’ TORNATO, ORA GIUSTIZIA PER SAMAN

Sarà interrogato oggi Danish Hasnain, lo zio di Saman, l’uomo accusato di esserne stato l’assassino materiale lo scorso 30 Aprile a Novellara.

Quale verità racconterà al giudice, dopo la sua estradizione dalla Francia avvenuta giovedì scorso, non è facile prevederlo, anche se è probabile che continui a negare ogni sua responsabilità. Almeno questa è stata la sua difesa anche davanti ai giudici francesi, durante le settimane in cui si è opposto alla richiesta delle autorità italiane di poterlo riportare nel nostro Paese.

“Chi mi accusa? Chi mi ha visto uccidere la ragazza?”

In pratica è stata questa la sua linea difensiva, fino a quando non ha accettato di tornare in Italia, forse consapevole che ogni resistenza legale sarebbe stata inutile sul lungo periodo.

Ora il suo ritorno è un’occasione imperdibile per rendere giustizia a Saman. Una giustizia tardiva purtroppo. Di lei, del suo destino o anche solo del suo corpo, non ne abbiamo saputo più nulla. Nessuno la cerca più.

Spenti i riflettori della cronaca tra le campagne di Novellara, dove viveva con la sua famiglia, o forse sarebbe meglio dire il suo clan, è tornato il silenzio. E il rischio che lo stesso silenzio cali sulla sua vicenda, esiste, è inutile nasconderlo. Le indagini formalmente proseguono, ma la verità sulla notte della sua scomparsa è ancora lungi dall’essere accertata. Il cugino Ikram è in carcere e continua a negare di aver partecipato al presunto delitto, lo stesso fa lo zio Danish.

Quanto peserà ora sullo sviluppo delle indagini, sulla possibilità di far confessare Danish, la testimonianza del fratellino di Saman? Una testimonianza peraltro mutata di interrogatorio in interrogatorio e non supportata dalle immagini delle telecamere che quella notte riprendono i movimenti della ragazza, di sua madre e suo padre, ma non il momento della presunta aggressione?

Sia chiaro, io personalmente ho pochi dubbi su quanto sia accaduto quella notte a Novellara, ma è indubbio che l’attribuzione delle singole responsabilità sia ancora tutta da chiarire. Soprattutto per quanto riguarda l’omicidio. A dire che è stato lo zio Danish l’autore materiale del delitto è solo il ragazzo. Un ragazzo il cui ruolo, nella storia di Saman e della sua condizione di ragazza ribelle alle tradizioni, è ancora tutto da definire.

Gli altri elementi di ‘prova’ come la messaggistica e la fuga dopo quella tragica notte, sono elementi indiziari. Fortemente sospetti, gravi, coincidenti. Quasi certamente indicativi di un’azione collettiva o comunque nota a tutti i componenti della famiglia/clan. Non dirimenti però all’attribuzione delle singole responsabilità.

Si arriverà a una condanna? Conoscendo il sistema giudiziario italiano mi sento di dire di sì. Diverso è dire se si arriverà a una verità accertata con sicurezza.

LO STATO ITALIANO PERO’ E’ IN DEBITO CON QUESTA RAGAZZA. AVREMMO POTUTO SALVARLA  E NON NE SIAMO STATI CAPACI. CERCHIAMO ALMENO DI TROVARE IL SUO CORPO, E DI TROVARE SOPRATTUTTO LA VERITA’.

UN IMPEGNO TARDIVO CERTO, MA ALMENO UN SEGNO DI GIUSTIZIA ALLA SUA MEMORIA.

Che Saman potesse essere salvata, sottratta al proprio destino, l’ho pensato fin da subito, dai primi passi dell’indagine. Non perché io sia meglio di quanti hanno investigato, ma perché fin dai primi giorni è accaduto qualcosa di fortemente dissonante in questa vicenda. Almeno per chiunque si occupi abitualmente di cronaca nera.

Il 12 giugno 2021 infatti sul Corriere della sera esce un articolo che raccoglie le parole del Comandante della stazione dei Carabinieri di Novellara, l’uomo che il 22 aprile era stato a casa della famiglia Abbas e aveva parlato con tutti loro, e poi ancora con Saman da sola, in caserma.

“…le chiarisco che non mi sentivo tranquillo – racconta al giornalista il Maresciallo, riferendosi al padre di Saman – ma, per come si era comportato in precedenza, con la storia delle nozze, quell’uomo proprio non mi piaceva».

(qui potete leggere la versione on line dell’articolo —> HO PROVATO A SALVARLA)

Il maresciallo, racconta insomma quell’ultimo incontro con la ragazza, riportando le perplessità che erano sorte dentro di lui in merito a quella situazione familiare difficile, al matrimonio combinato, e di come invece Saman avesse insistito per percorrere la strada del tornare in possesso dei suoi documenti attraverso il dialogo con il padre. Il carabiniere racconta di come il ritardo con cui lui tornerà a casa Abbas solo il 3 maggio,  dopo cioè il presunto delitto, sia dipeso in realtà da lungaggini procedurali, rispetto alle sue immediate segnalazioni alle autorità competenti, giudiziari e di assistenza sociale.

«Io so che ho fatto tutto il possibile»

E’ la conclusione dell’articolo, riprendendo le parole dell’uomo.

Ho usato il termine dissonante, prima, riferendomi a questa intervista. L’ho fatto perché è assolutamente anomalo che un sottufficiale dell’Arma  venga autorizzato a rilasciare un’intervista di questo tenore nell’immediatezza di un fatto che in quei giorni era ancora tutto da definire. L’impressione, forte, è stata che quell’intervista servisse a mettere le mani avanti, ad assolvere da ogni responsabilità morale i militari che erano intervenuti.

Perché è evidente, lo è stato fin dall’inizio, che lasciare quella ragazza in quella casa quel giorno, sia stato un errore. Un errore di valutazione. Della giovane senza dubbio, ma anche di chi si è trovato nella possibilità di agire in sua totale, di forzare la mano magari, ma anche di sottrarla a un destino tragico.

Essere venuti a conoscenza quel giorno, il 22 aprile, del fatto che la famiglia avesse sequestrato i documenti – il passaporto – che la ragazza rivoleva indietro, divenuta maggiorenne, per essere libera di vivere la sua vita, essere consapevoli che suo padre mentiva nel momento in cui diceva di non sapere dove fosse il documento, credo avrebbe dovuto spingere a un intervento più diretto e rapido.  Capisco i tempi burocratici, le procedure, ma alla famiglia una domanda personalmente l’avrei posta: “Siete certi di non aver sequestrato  i documenti? Perché in tal caso state commettendo un reato, e finirete in carcere”.

Insomma, una pressione diretta. E un rappresentante delle forze dell’ordine a conoscenza di un reato, lo considero legittimato a farla. Io l’avrei messa in essere.

Lo dico non tanto con il senno di poi, ma sulla base di quanto emerso dai documenti d’indagine. Elementi  a noi cronisti ignoti nei primi tempi di questa vicenda, ma noti invece ai Carabinieri.

Andiamo quindi bene a ricostruire la storia di Saman, cosa era accaduto nella sua vita prima di quegli ultimi tragici giorni che hanno preceduto la sua scomparsa, il suo quasi certo omicidio.

 

12.06.2020 – ShabarAbbas,  il padre di Saman, denuncia l’allontanamento  volontario  da casa della propria figlia diciassettenne . Questa -che a dire del padre si sentirebbe telefonicamente  con un ragazzo  residente  in  Belgio-  quel  giorno  se ne va da casa,  portando  con  sé un’ingente  somma  di denaro (circa 5. 800 €.) ed una valigia trolley; dopo dodici giorni la ragazza fa rientro a casa in perfetto stato di salute e ai Carabinieri  in prima  battuta  racconta  di essere andata  in Belgio con le amiche  per fare shopping.

08.07.2020 –  Il ragazzo di origine afghana e residente  in Belgio  che Saman frequenta,  Said, tramite segnalazione giunta all’Interpol di Roma,  avverte  che  nel  corso  della  nottata trascorsa,   la giovane  sarebbe  stata  picchiata  dal padre,  perché quest’ultimo non accetta  la loro frequentazione. Una pattuglia dei Carabinieri  interviene  nell’abitazione della famiglia Abbas, dove identifica  i vari componenti del nucleo  familiare.

28.10.2020 – I Servizi sociali iniziano ad occuparsi delle problematiche nucleo familiare Abbas (a causa della fuga in Belgio di Saman e dopo il rientro degli Abbas da soggiorno estivo in Pakistan e seguente periodo di quarantena); la ragazza sostiene di aver provato a dialogare con i suoi genitori sulla  relazione  sentimentale  tra  lei  e  il  ragazzo  residente  in  Belgio,  nata  sui  social,  cercando un’approvazione  da  loro  e chiedendo  agli  stessi  di poterlo  conoscere,  ma  i  genitori  non  erano d’accordo,   perché   il   ragazzo   non  era  Pakistano;   Saman racconta   all’assistente   sociale dell’avventuroso viaggio in Belgio, di aver convissuto un paio di settimane con Said, con l’illusione di contrarre matrimonio con quest’ultimo, che però non aveva alcuna reale intenzione di sposarsi, perché pare essere fidanzato con un’altra donna presso il paese di origine.  Delusa per il sentimento non corrisposto,  Saman aveva telefonato  al padre, in lacrime,  chiedendogli di andarla a prendere.  Nei giorni successivi  al rientro in Belgio, il padre l’avrebbe  picchiata e in  un’occasione addirittura le  avrebbe lanciato  un coltello, ferendo  il fratello  che, nel mentre, si era interposto  tra i due (la madre di Saman, rispetto a quest’ultimo episodio, dichiara all’ assistente sociale che il figlio si sarebbe ferito alla mano tagliando l’insalata). Era stato in quell’occasione che Saman aveva chiesto aiuto al ragazzo del Belgio, il quale aveva allertato le forze  dell’ordine  che erano intervenute  sul posto. Durante il colloquio con i genitori della ragazza, la versione dei fatti è risultata diversa rispetto a quanto raccontato dalla figlia, perché i due fanno fatica a ripercorrere in modo lineare tutti i vari passaggi legati della fuga, sono frettolosi e paiono in difficoltà, mentre  il padre continua a ripetere che hanno perdonato la figlia e che vogliono dimenticarsi di questa spiacevole  vicenda;  d’altra  parte,  Saman  sul punto  aggiunge  che  i  suoi  genitori  non  avrebbero riportato realmente  ciò che era accaduto perché, per motivi culturali, quella fuga  è considerata un grande disonore per la famiglia e, per questo motivo, non vogliono che si sappia di quanto accaduto.

09.11.2020 –   Saman  chiede  all’assistente sociale di fissare  un colloquio  con urgenza  e l’indomani (10 novembre), durante  tale incontro,  la ragazza  chiede  aiuto perché  pochi  giorni  prima  avrebbe  appreso  che i suoi genitori hanno acquistato  un biglietto  aereo per il Pakistan,  per lei e la madre, con partenza  fissata per il giorno  17 novembre,  in quanto  il 22 dicembre  sarebbe  fissato  il matrimonio «combinato» tra lei e un suo cugino;  Saman è contraria  sia al matrimonio sia alla partenza  per il Pakistan.

10.11.2020  – Al colloquio Saman si presenta davanti all’assistente sociale accompagnata dalla madre,   Nazia,  la  quale  cerca  di minimizzare  la situazione,  sostenendo  che  al momento  all’interno  del nucleo  famigliare tutti sarebbero  sereni  e tranquilli, chiede che l’indagine finisca al più presto, di non volere più parlare della figlia perché la famiglia l’avrebbe perdonata e che la diffusione della notizia della sua fuga costituisce per loro un grosso disonore ;  Saman invece, durante il colloquio effettuato senza la presenza della madre, chiede aiuto  all’assistente  sociale ,  perché  ha  appreso  da  pochi  giorni  che  i  suoi  genitori  hanno comprato  un biglietto  aereo per il Pakistan  per lei e per la madre  e sembra  che la partenza  sia fissata dopo una settimana  circa, precisamente il 17  novembre.  Da quanto racconta ragazza,  il giorno  22 dicembre in Pakistan  sarebbe  stato celebrato  il  suo matrimonio combinato  con un cugino, che Saman  vuole evitate  ad ogni costo;  la ragazza  aggiunge  che nel frattempo  si è fidanzata  con un ragazzo  che vive a Frosinone,  conosciuto  a Novellara quando  frequentava la sua stessa scuola  e l’assistente sociale  lo contatta,  spiegandogli la situazione  e questi riferisce di essere ospite presso  un Centro   di  Accoglienza,   avendo   presentato   richiesta   di  protezione  internazionale,   ottenendo   il permesso  di soggiorno  provvisorio.

13.11.2020 –  Il  Servizio  Sociale notifica  ai coniugi  ad Abbas  Shabbar  e  Shaheen  Nazia  l’allontanamento  in emergenza  della  figlia  minore  Saman  dalla  casa famigliare e, a seguito di tale provvedimento la ragazza viene collocata  in una Comunità Educativa  fuori territorio,  con richiesta alla Procura del Tribunale per i Minorenni «di esprimersi in merito ad eventuali provvedimenti in favore della minore,  al fine di mantenerla collocata e tutelata all’interno della Comunità Educativa fino a quando la ragazza avrà raggiunto una stabilità emotiva e personale,  che le permetta di proseguire un percorso  in autonomia anche in un contesto di libera scelta e autodeterminazione».

Si legge nella relazione  del Servizio   Sociale  del  26.11.2020 che «la minore viveva con i genitori a Novellara … lalloggio  è situato  in periferia,  lontano dal centro abitato,  in mezzo alla campagna.  Saman,  il fratello e la madre,  sono in Italia da quattro anni.  La minore ha frequentato le scuole  in Pakistan,  in Italia ha frequentato  solo  l’ultimo  anno della scuola secondaria di primo  grado,  sostenendo  l ‘esame di stato e conseguendo  la  qualifica di licenza media.  La ragazza non ha proseguito gli studi,  riferendo che il padre non glielo  ha permesso,   anche  se  la  stessa,   da  quanto  detto,   avrebbe  desiderato  continuare  il percorso scolastico.  La madre ha riferito che la figlia trascorreva le giornate in casa,  aiutando la stessa nelle faccende domestiche e nella preparazione  dei pasti,  inoltre, sembra che la ragazza trascorresse molto tempo al telefono cellulare.  Saman ha riferito di non avere amicizie significative e che quando  usciva  di  casa,   lo faceva  accompagnata  dalla  madre.   Nazia,   la madre  della  minore,   è casalinga e non comprende la lingua italiana.  Shabbar,  il padre della minore,  è in Italia da ventanni, si  esprime  correttamente  in  lingua  italiana  e  lavora presso   un azienda  agricola  di  Novellara dall’anno 2004. Saman ha un fratello minore, Haider, che frequenta il primo anno di scuola a Reggio Emilia.  I genitori  di  Saman sono sposati dal 2001. .. come da tradizione culturale,  il loro è un matrimonio combinato dalle rispettive famiglie di origine»

Convocati  dal Servizio  Sociale  per notificare  e motivare  loro l’applicazione di tale misura protettiva nei confronti della figlia minore,  Abbas  Shabbar  e Shaeen  Nazia avrebbero  effettivamente confermato di aver «fidanzata» la figlia al cugino circa un anno prima, per poi sostenere  che Saman non avrebbe mai  manifestato  alcun  dissenso   al  programmato  matrimonio  previsto   al  compimento  della  sua maggior  età;  per contro,  durante  il  colloquio  effettuato presso  la Comunità nella quale è inserita,  la minore ha negato quanto riferito dai genitori sulla vicenda,  affermando che non è mai stata d’accordo sul fidanzamento e tanto meno sul matrimonio, riferendo che lei si sentiva troppo piccola per sposarsi e che il cugino  era troppo  grande  (tra i due ci sono  11 anni di differenza). Il padre Abbas  Shabbar si sarebbe  dimostrato molto  arrabbiato  al colloquio  con gli assistenti  sociali,  rifiutando  di firmare  la notifica  del provvedimento di allontanamento, riferendo che avrebbe parlato con il Servizio solo tramite  il suo legale ed affermando «quando Saman sarà maggiorenne ci penserò io». 

03.02.2021 – La polizia giudiziaria interroga – su delega del Pubblico Ministero – Saman, divenuta maggiorenne da poco più di un mese, che conferma la prospettiva del matrimonio combinato e il conflitto insorto sul punto con i genitori;« … Un anno fa il 17/11/2019 sono andata in Pakistan con mio padre e mia madre e  ci sono rimasta fino  al 14/02/2020.  Il 31/12/2019 cè stato il fidanzamento  con mio cugino di 29 anni,  ed il matrimonio  era previsto per  il giorno 22/12/2020.  Io  appena ho saputo che mio padre voleva che mi sposassi con mio cugino gli ho detto  che non volevo farlo sia perché  lui era troppo grande sia perché non mi piaceva.... Mio cugino di chiama R. A. ,  è nato in Pakistan e vive ancora lì,  non ricordo la sua data di nascita. Anche lui era contrario al matrimonio fra noi due ... Dal primo  momento in cui ho saputo che la loro intenzione era quella di farmi sposare con mio cugino io ho detto  loro di non volerlo fare.  Parlando con mia madre  le dicevo  “dai mamma, tu sei una mamma,  lui  è troppo grande per me, anche lui  non vuole sposarsi con me”.  Lei mi rispondeva che non era una decisione  mia.  Io  ho sempre  detto,  sia quando  eravamo in Pakistan che quando eravamo in Italia,  che non volevo sposarmi con lui… »; in tale occasione Saman mette anche in luce il carattere particolarmente  violento e vessatorio del padre, in specie nei suoi confronti a fronte della ribellione al progetto di matrimonio: « … Le reazioni di mio padre erano violente a livello fisico. Mi picchiava.  Una volta,  circa 5 mesi fa,  ha lanciato un coltello nella mia direzione,  non ha colpito me,  ma ha colpito mio fratello ALI Haider -che  aveva 15 anni- ferendolo  ad una mano (mi pare  il palmo  della  mano destra).  Nonostante  uscisse molto sangue alla sua mano ed io avessi detto  di volerlo accompagnare al Pronto Soccorso,  nostro padre ha detto che non era possibile  ed ha chiuso a chiave la porta di casa. Era presente  anche mia madre; che però non ha detto néfatto niente.  Tante. volte è capitato che mio padre caciasse di casa me,  mia madre e mio fratello,  e andava a finire che dormivamo per strada sul marciapiede.  Ci cacciava di casa dicendo  “questa è casa mia,  vai via”,  lo diceva rivolgendosi sia a me che a mia madre.  Non è successo una volta sola,  è successo tante volte. Si comportava  così si sia in relazione  al fatto  che io non volessi sposarmi,  ma non solo.  Lo faceva anche prima.  Spesso era ubriaco di vino e mi picchiava per tanti motivi diversi.  Mi picchiava perché io volevo  andare a scuola,  ma lui non voleva.  Infatti  ho finito  la terza media facendo  l’esame,  ma quando  ho  detto  a  lui  che  volevo   andare  alle  scuole  superiori  lui  mi  ha  detto  di  no  e  mi picchiava … con me era  un continuo,  prima  del fidanzamento  con mio cugino soprattutto  quando beveva molto vino,  dopo  il fidanzamento  anche se non era ubriaco lo faceva perché  io gli dicevo, anche un po’ arrabbiata,  di no,  che non volevo sposarmi … ».

10.02.2021 – Viene interrogato anche il nuovo fidanzato di Saman, Saquib, che vive in Italia, il  quale  conferma  la  relazione sentimentale con la giovane e il fatto che la stessa fosse candidata dai genitori al matrimonio forzato : « …  ho conosciuto Abbas  Saman su di  un applicativo  che si chiama  Tik  Tok  nel periodo agosto 2020 … Sì sono molto preso emotivamente  … :  Ero stato informato da Abbas Saman che suo padre  vuole farla  sposare  con  un parente,   quando  era ancora  minorenne  17  anni … ho dialogato spesso con lei [l’assistente sociale] informandola che i genitori di ABBAS Saman volevano farla sposare in Pakistan,  contro la sua volontà ... ».

11.04.2021 – Divenuta maggiorenne Abbas Saman decide di rientrare dalla Comunità (avente sede a Bologna) in cui è stata collocata a novembre, pressa l’abitazione di Novellara, con lo scopo di entrare in possesso dei suoi documenti di identità e di soggiorno, al fine di poter poi fare ritorno in comunità in piena autonomia dai genitori.

22.4.2021 – Saman, dopo il famoso incontro coi Carabinieri cui faceva riferimento l’intervista al Corriere della sera del maresciallo,  denuncia ai Carabinieri di Novellara il  fatto  che  il  padre  trattenga  indebitamente  i   suoi documenti, e racconta delle  minacce dirette e trasversali  fatte dal padre al suo fidanzato Saquib . Ribadisce anche in quella data che il padre e la madre continuano a volerla far sposare, contro il suo volere e al più presto, con il cugino in Pakistan:

« … .Io in data 11/04/2021 mi allontanavo volontariamente dalla Comunità  Santa Maria Maggiore” di  Bologna,  prendevo  il treno alta velocità  alla stazione ferroviaria  di  Bologna  e scendevo  alla stazione ferroviaria  alta  velocità  di  Reggio  Emilia,   ed ero  da sola.   Poi prendevo  il  treno per Novellara  ed arrivavo  a casa mia a Novellara.  Io  il  mio arrivo non lo  preavvisavo  ai miei genitori.  Io  ero in Comunità da sei mesi e mi sentivo come rinchiusa in quanto non potevo praticare  uno sport,  non potevo lavorare e non potevo condurre una vita normale. Io sono rientrata a casa a Novellara dal 11 aprile scorso.  Io sono rientrata a casa in quanto vorrei entrare  in possesso  dei miei documenti: infatti ho convinto mio padre a prendere appuntamento in Questura a Reggio Emilia per l’apposizione delle impronte;  quel giorno mi dovrei presentare  con i documenti ed una volta  in possesso fare  ritorno  in Comunità a Bologna.  Io  non ho avvisato  nessuno della Comunità che mi trovo a Novellara. Al mio arrivo a casa i miei genitori mi chiedevano la motivazione del  perché   io  fossi   andata   in  Comunità,   non   mi  hanno  picchiata   ma  si  sono   arrabbiati rimproverandomi di tutto quello che avevo fatto nei mesi scorsi come scappare in Belgio ed andare in Comunità.  Per quanto riguarda i miei documenti io li ho visti nell’armadio di mio padre,  chiuso a chiave.  Io non ho mai formalizzato alcuna denuncia che i miei genitori trattengono i miei documenti ma a Bologna ho formalizzato una denuncia di smarrimento degli stessi documenti. Sono intenzionata a presentare denuncia contro  i miei genitori per il fatto che trattengono i miei documenti,  e non me li hanno voluti consegnare neanche davanti a voi.  Infatti quando a casa mia poco prima voi mi avete chiesto  i documenti  ed io li ho chiesti a loro,  i miei genitori  non me li hanno voluti consegnare. Quando alla vostra richiesta di consegnarmi  i documenti mio padre ha detto che non li avevano,  in lingua pakistana  a me ha detto di dire a voi che li avevo persi ...  D.: I suoi genitori le hanno ancora riproposto di andare  in Pakistan per celebrare  il matrimonio? R.:   Sì, proprio  questa mattina mia mamma e mio padre  hanno parlato  con i genitori  di  mio cugino ed hanno deciso  che nel mese di giugno andremo in Pakistan per il mio matrimonio con mio cugino. Io preciso che non voglio andare in Pakistan  a sposarmi,  e comunque non voglio sposarmi con mio cugino.  Anche mio cugino non vuole sposarsi con me e lui è molto più grande di me ha 29 anni.  D.:  Abbiamo saputo di un video girato in Pakistan con delle minacce rivolte ai familiari di Saquib.  R: Mio padre il 26 gennaio 2021 andava  in Pakistan  dalla famiglia  del  mio fidanzato   Saquib  e parlava  con suo fratello dicendogli  “Tu  dii  a tuo fratello  Saquib di  lasciare Saman “.  Il fratello  riprendeva  queste parole all’interno  di  un video  della  durata  di pochi  secondi.  In  realtà in quella circostanza  si verificava anche una minaccia da parte di mio padre e del fratello di mia mamma di nome (foneticamente) A. N., hanno minacciato il fratello di Saquib,  dicendogli  “Se tua fratello Saquib non lascia Saman noi uccidiamo Saquib e tutta la vostra famiglia.  In quella circostanza mio padre e mio zio erano accompagnati da altre persone che erano armati di pistole e che hanno anche sparato in aria;  in tutto vi erano sei auto che facevano accesso nel cortile di casa della famiglia di Saquib. D.: Ha altro da aggiungere? R.: Sono disposta a tornare in Comunità e non in Pakistan … ».     

 

Ecco dunque la sequenza di eventi che hanno preceduto la tragica notte in cui Saman è scomparsa nel nulla, assassinata brutalmente dalla sua stessa famiglia, secondo le ipotesi investigative della Procura.

Saman non è stata salvata, e a mio modo di vedere, è abbastanza chiaro che sarebbe stato possibile farlo.

Che vi fosse una frattura evidente tra la giovane e la sua famiglia è testimoniato proprio dalla sua prima fuga in Belgio, da quanto dichiarato poi agli assistenti sociali, dalle reazioni violente del padre riportate in più occasioni. Ed è difficile immaginare che di questo non fossero a conoscenza tutte le autorità coinvolte, sia quelle di tutela e sostegno come i Servizi sociali, sia le forze dell’ordine. Del resto è lo stesso maresciallo nella sua intervista già citata, a raccontare di come fosse a conoscenza della situazione di Saman.

Saman poteva essere sottratta a un destino che non aveva scelto, quello di un matrimonio combinato prima, e di un omicidio per punizione dopo. Sarebbe bastato poco, credo. Spiegandole bene ad esempio che avrebbe potuto risolvere i suoi problemi con i documenti ottenendone una copia, senza dover rientrare in casa. Spiegandole che la fiducia nella famiglia la stava esponendo a un rischio concreto di morte.  E  forse qualcosa di più andava fatto nei confronti di quella famiglia, e di quel padre che le aveva sottratto un documento, compiendo – è bene ricordarlo – un reato.

Ancora una volta il nostro sistema di protezione delle vittime non ha funzionato. Ancora una volta è stata sottovalutata, nello specifico, la pericolosità di un una cultura diversa, e il prezzo lo ha pagato una giovane donna.

 

 

 

 

 

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